Nel duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti, il presidente trasforma Mount Rushmore in un palco elettorale e dipinge i democratici come una minaccia marxista. Ma la nuova “paura rossa” serve soprattutto a nascondere un’economia che non convince, un partito reso dipendente dal capo e le crepe aperte nella stessa base MAGA.
Il comunismo evocato da Donald Trump non avanza con i carri armati, non controlla il Congresso e non dispone neppure di una significativa rappresentanza elettorale. È un fantasma convocato ai piedi del Monte Rushmore per offrire ai repubblicani un nemico assoluto. Nel giorno in cui il presidente avrebbe dovuto parlare a tutti gli americani, Trump ha parlato soprattutto contro una parte dell’America. E mentre denuncia una minaccia immaginaria proveniente dalla sinistra, evita di guardare quella assai più concreta che incombe sul suo partito: la fragilità prodotta dal trumpismo stesso.
Il comunismo, questa volta, non arriva da Mosca. Non ha il volto di Stalin, non sventola la bandiera sovietica e non prepara la collettivizzazione delle campagne americane. Arriva sotto forma di una primaria democratica vinta da candidati progressisti, di una proposta sugli affitti, di una tassa sui grandi patrimoni, di un programma sanitario giudicato troppo ambizioso.
Donald Trump ha scoperto il nuovo bolscevismo tra i consiglieri comunali, gli attivisti sindacali e i democratici socialisti vicini al sindaco di New York Zohran Mamdani. Così, davanti ai volti di Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln scolpiti nella montagna, ha proclamato che il comunismo rappresenterebbe per gli Stati Uniti una minaccia persino superiore alle due guerre mondiali, a Pearl Harbor e all’11 settembre. Il discorso, pronunciato alla vigilia del 250º anniversario dell’indipendenza, è rapidamente passato dalla celebrazione nazionale alla mobilitazione elettorale contro i democratici.
Non è una diagnosi politica. È un’evocazione spiritica.
Trump sa bene che nessun Partito comunista è alle porte della Casa Bianca. Sa che Mamdani si definisce democratico socialista e che i candidati sostenuti dalla sua area partecipano alle elezioni, accettano il pluralismo e propongono riforme all’interno dell’ordinamento costituzionale americano. Le loro idee possono essere contestate, giudicate economicamente inefficaci o ideologicamente radicali. Ma attribuire loro il progetto totalitario del comunismo novecentesco significa confondere deliberatamente categorie storiche differenti. L’Associated Press ha verificato che l’equiparazione tra l’intero Partito democratico e il comunismo non trova riscontro nei programmi e nelle appartenenze dei suoi esponenti eletti.
E proprio perché il comunismo storico ha prodotto dittature, persecuzioni, deportazioni e una sistematica negazione delle libertà, trasformarne il nome in un’etichetta da incollare sopra qualsiasi proposta progressista rappresenta una forma di banalizzazione. Se tutto è comunismo, nulla lo è più. Se un asilo pubblico, una maggiore imposizione fiscale o il controllo degli affitti vengono collocati sullo stesso piano del Gulag, non si sta difendendo la memoria delle vittime del totalitarismo: la si sta usando come materiale per uno spot elettorale.
La paura rossa come scorciatoia elettorale
La trovata ha però una logica molto concreta. Trump vuole trasformare le elezioni di metà mandato in un referendum non sui risultati della propria amministrazione, ma sull’identità degli avversari.
Non chiede agli americani se vivano meglio, se i salari bastino, se gli affitti siano sostenibili o se le guerre intraprese abbiano reso il Paese più sicuro. Chiede loro di scegliere tra il patriottismo e il comunismo, tra la bandiera e Marx, tra l’America e i suoi presunti nemici interni. Il dissenso non viene più presentato come parte della democrazia, ma come una patologia nazionale.
È la consueta macchina retorica trumpiana: prima si costruisce un pericolo smisurato, poi ci si presenta come l’unico uomo capace di fermarlo. Il presidente non deve dimostrare di avere governato bene; gli basta sostenere che, senza di lui, il Paese precipiterebbe nel caos.
Il comunismo diventa così una parola-contenitore. Dentro vi finiscono i democratici, gli immigrati, i sindacati, le università, i giornalisti, le amministrazioni progressiste e chiunque metta in discussione la narrazione della nuova età dell’oro. Non è più un’ideologia definita, ma il nome assegnato a tutto ciò che non coincide con Trump.
In questa concezione, l’America non è una comunità politica plurale, tenuta insieme da una Costituzione. È un’appartenenza certificata dal presidente. Chi lo sostiene è patriota; chi lo critica diventa sospetto. Il paradosso è evidente: nel nome della difesa della libertà si restringe il diritto alla legittima opposizione.
Un partito conquistato e insieme indebolito
Trump ha certamente conquistato il Partito repubblicano. Le primarie hanno confermato che una larga parte dell’elettorato conservatore continua a seguirne le indicazioni e che il GOP è ormai modellato sulla sua leadership. Ma conquistare un partito non significa necessariamente rafforzarlo.
La trasformazione del repubblicanesimo in una struttura personale ha impoverito le sue mediazioni interne, ridotto l’autonomia dei dirigenti e sostituito la discussione politica con la prova di fedeltà. Analisi recenti descrivono un partito nel quale il controllo di Trump è quasi completo, ma proprio per questo incapace di costruire con facilità un futuro che non dipenda dalla sua presenza diretta sulla scheda elettorale.
È qui che emerge la contraddizione delle elezioni di metà mandato. Trump può dominare le primarie e, contemporaneamente, rendere più difficili le elezioni generali. Può mobilitare il nucleo più fedele, ma allontanare indipendenti, moderati, giovani conservatori e repubblicani preoccupati soprattutto dal costo della vita.
Un partito organizzato attorno a una sola persona diventa potente finché quella persona vince. Quando il suo consenso si restringe, l’intera costruzione comincia a oscillare.
Il presidente sembra intuire il pericolo. Nel discorso ha avvertito i repubblicani che potrebbero perdere le elezioni soltanto comportandosi «da stupidi». Ma l’insistenza sul comunismo rivela qualcosa di più della sicurezza: rivela il timore di dover affrontare il voto sui problemi reali.
Il comunismo non paga l’affitto
Il primo di questi problemi è l’economia percepita dalle famiglie.
Trump continua a parlare di un’America entrata in una nuova età dell’oro. Tuttavia, in un sondaggio Reuters/Ipsos di febbraio, il 68 per cento degli intervistati non riteneva che l’economia fosse in piena espansione. Persino tra i repubblicani, il 43 per cento dissentiva dalla rappresentazione presidenziale; il 72 per cento degli elettori del GOP non credeva che l’inflazione fosse ormai sostanzialmente sconfitta.
Il comunismo immaginario può funzionare in un comizio, ma non riduce il prezzo della spesa. Non paga il mutuo, non abbassa l’affitto, non rende accessibile una casa a un giovane lavoratore. E quando un’amministrazione insiste nel descrivere come prospera un’economia che molti cittadini vivono con fatica, il linguaggio trionfalistico finisce per apparire non soltanto distante, ma offensivo.
Trump ha intuito che il terreno economico può diventare pericoloso e cerca allora di spostare la competizione sul terreno identitario, dove si sente più forte. Ma non è detto che l’elettore accetti la sostituzione. Si può temere il radicalismo di alcune proposte democratiche e, nello stesso tempo, giudicare insufficiente l’azione del governo sul costo della vita.
Le promesse tradite alla base MAGA
La seconda crepa riguarda la stessa coalizione MAGA.
Trump aveva ricostruito il consenso repubblicano promettendo di occuparsi dell’America dimenticata: meno guerre all’estero, più lavoro in patria, protezione dei confini, riduzione dei prezzi, opposizione alle élite economiche e burocratiche. Una parte dei suoi elettori non chiedeva soltanto un presidente aggressivo, ma una rottura con il vecchio interventismo repubblicano.
Le operazioni militari contro l’Iran hanno invece riaperto la frattura tra l’ala nazionalista e quella non interventista del movimento. Diversi commentatori e attivisti MAGA hanno accusato Trump di contraddire la promessa di evitare nuovi conflitti, mentre i sondaggi hanno mostrato una maggioranza di americani critica verso la gestione della guerra.
Anche tra i giovani uomini, una componente importante della vittoria repubblicana del 2024, il sostegno si è raffreddato. Secondo un’analisi Reuters, l’approvazione di Trump tra gli uomini dai 18 ai 29 anni era scesa dal 43 al 33 per cento, con delusione legata ai prezzi, alle difficoltà abitative, al debito studentesco e, in alcuni casi, alla durezza delle politiche migratorie.
Non significa che la base MAGA abbia abbandonato in massa il suo leader. Trump conserva nuclei di consenso molto solidi e una capacità di mobilitazione che nessun altro repubblicano possiede. Significa però che quella base non è una lastra di granito. È composta da gruppi diversi, tenuti insieme da promesse che cominciano a entrare in conflitto tra loro.
Il lavoratore che aveva votato contro le élite vede un’amministrazione sempre più vicina ai grandi interessi tecnologici e finanziari. L’isolazionista assiste a nuove guerre. Il giovane che attendeva un miglioramento economico continua a non potersi permettere una casa. Il conservatore costituzionale osserva l’espansione del potere presidenziale. Il cristiano che chiedeva una rinascita morale incontra una politica fondata sull’umiliazione permanente dell’avversario.
Lo spettro del comunismo serve anche a evitare che queste contraddizioni vengano discusse.
Il presidente che non sa più parlare alla nazione
Il punto più grave non riguarda tuttavia la tattica elettorale, ma l’idea di presidenza che essa rivela.
Il duecentocinquantesimo anniversario avrebbe potuto offrire a Trump l’occasione di parlare della libertà americana come bene incompiuto e condiviso. Avrebbe potuto ricordare che la Dichiarazione d’indipendenza ha superato i limiti dei suoi stessi autori, diventando nel tempo un argomento contro la schiavitù, la segregazione e l’esclusione politica. Avrebbe potuto riconoscere che l’America è grande non perché non possiede contraddizioni, ma perché contiene strumenti per correggerle.
Ha scelto invece la requisitoria.
Mount Rushmore non è stato utilizzato come memoria nazionale, ma come scenografia personale. I quattro presidenti scolpiti nella montagna non hanno introdotto un discorso sulla continuità delle istituzioni; sono diventati le comparse di una campagna fondata sulla centralità del capo.
È questo il vero indebolimento del Partito repubblicano. Trump gli ha dato un linguaggio potente, ma gli ha tolto una voce autonoma. Gli ha consegnato un elettorato fedele, ma lo ha reso incapace di immaginarsi senza di lui. Ha distrutto molte delle vecchie ipocrisie dell’establishment conservatore, ma non le ha sostituite con istituzioni più solide: le ha sostituite con la propria persona.
Perciò il presidente può vincere anche quando il suo partito perde. Può accusare i candidati di non averlo imitato abbastanza, denunciare tradimenti, rilanciare la mobilitazione e restare al centro della scena. I parlamentari repubblicani, invece, devono conquistare distretti reali, rispondere a cittadini reali e difendere risultati di governo reali.
Il nemico fabbricato
Il comunismo di Trump è dunque una fantasia con una funzione precisa: trasformare un’elezione difficile in una battaglia apocalittica.
Non bisogna sottovalutare le derive ideologiche della sinistra, né fingere che tutte le ricette proposte dai democratici socialisti siano ragionevoli. Alcune possono essere economicamente fragili, culturalmente settarie o politicamente controproducenti. Ma una democrazia adulta combatte le idee con gli argomenti, non falsificando il vocabolario.
Trump non sta difendendo l’America dal comunismo. Sta cercando di difendere il proprio potere dai costi della propria politica.
Il pericolo più immediato per i repubblicani non è che Karl Marx conquisti Washington. È che il GOP arrivi alle elezioni con una coalizione più stretta, un’economia percepita come insoddisfacente, una base attraversata da delusioni e nessuna identità distinta da quella del presidente.
Trump indica ai suoi sostenitori un’Armata Rossa che non esiste, mentre alle sue spalle si allargano le crepe della casa repubblicana. Ha trasformato il GOP nel partito della fedeltà personale e ora pretende di curarne la debolezza inventando un nemico assoluto. Ma le elezioni non si vincono soltanto nominando una paura. Prima o poi, anche l’elettore più fedele domanda conto delle promesse. E allora il fantasma del comunismo potrebbe non bastare a nascondere il vero spettro che tormenta i repubblicani: quello di un trumpismo capace di conquistare il partito, ma non più di tenere insieme l’America.
