Teheran trasforma le esequie dell’ayatollah in una grande liturgia politica della resistenza. Il presidente americano risponde evocando la possibilità di eliminare con “un solo colpo” la dirigenza iraniana riunita. Due propagande si fronteggiano sopra una bara, mentre il nuovo leader Mojtaba rimane nascosto e la diplomazia attende che i morti lascino nuovamente spazio ai negoziatori.
Non tutte le lacrime versate a Teheran dimostrano fedeltà alla Repubblica islamica; ma non tutte possono essere liquidate come una messinscena. Donald Trump, sorpreso che alcuni iraniani piangano Ali Khamenei, sospetta che siano lacrime false e osserva che un solo attacco potrebbe cancellare l’intera classe dirigente riunita per le esequie. Il regime iraniano usa il lutto per mostrarsi invulnerabile. Il presidente americano usa la possibilità della strage per esibire il proprio potere. Tra queste due rappresentazioni rimane un popolo che ha subito insieme la repressione interna e la guerra esterna.
Il corpo di Ali Khamenei è finalmente comparso.
Per quattro mesi era rimasto sottratto allo sguardo pubblico, custodito mentre la guerra impediva il rito che l’islam prescriverebbe in tempi assai più brevi. Ora il feretro è esposto sotto vetro nel grande complesso della Mosalla di Teheran, accanto alle bare dei familiari uccisi con lui: la figlia, il genero, la nuora e una nipotina di appena quattordici mesi. Da qui comincia una lunga geografia funebre che condurrà la salma a Qom, nei luoghi santi sciiti iracheni di Najaf e Karbala e infine a Mashhad, dove il 9 luglio Khamenei sarà sepolto presso il santuario dell’Imam Reza.
Non è soltanto un funerale. È l’ultima grande operazione politica dell’uomo che ha governato l’Iran per trentasette anni.
La Repubblica islamica vuole trasformare la morte violenta della sua Guida in una consacrazione postuma. Le autorità organizzano trasporti, alloggi e distribuzione di cibo per mobilitare milioni di persone. Le strade vengono coperte di ritratti, le bare sono circondate dalle bandiere nazionali, i canti religiosi si alternano agli slogan contro gli Stati Uniti e Israele. L’avversario ha ucciso Khamenei; il regime cerca ora di farne un martire capace di sopravvivere politicamente alla propria morte.
È un linguaggio profondamente radicato nell’immaginario sciita. La morte subita per mano del nemico viene riletta attraverso la memoria di Hussein, nipote del profeta Maometto, ucciso a Karbala nel 680. Il potere iraniano trasferisce così il conflitto contemporaneo nella dimensione sacra del martirio: Khamenei non sarebbe semplicemente un governante sconfitto, ma il testimone caduto di una resistenza religiosa e nazionale.
La scelta di attraversare Qom, Najaf, Karbala e Mashhad disegna una mappa teologica prima ancora che politica. Il feretro deve unire l’Iran, saldarlo all’universo sciita e riaffermare i rapporti con quella rete regionale che Teheran ha costruito per decenni. Il funerale diventa un ultimo viaggio imperiale, celebrato però con il vocabolario del sacrificio.
Il regime che vuole contare le lacrime
La Repubblica islamica cercherà inevitabilmente di trasformare ogni partecipante in un voto di fedeltà.
Ma una folla non è mai una statistica politica perfetta. Nelle esequie di un leader ucciso da una potenza straniera possono convivere sentimenti molto diversi: devozione religiosa, autentico sostegno al sistema, nazionalismo ferito, dolore per la guerra, paura, conformismo, curiosità e bisogno di partecipare a un evento storico.
Non ogni lacrima è un plebiscito. Non ogni assenza è opposizione.
Khamenei lascia dietro di sé un Paese profondamente diviso. Poche settimane prima dell’inizio della guerra, grandi proteste contro il governo erano state represse con estrema violenza. Durante il conflitto, tuttavia, il dissenso pubblico è quasi scomparso e persino molti oppositori hanno percepito gli attacchi stranieri come un’aggressione contro la nazione, non soltanto contro il regime. Reuters sottolinea quanto sia difficile misurare la reale profondità del consenso osservando le cerimonie ufficiali.
È il paradosso delle guerre combattute per abbattere i sistemi autoritari: spesso finiscono per offrire a quei sistemi un nuovo argomento di legittimazione. Chi era contestato come oppressore può presentarsi come difensore della patria; chi chiedeva libertà può sentirsi costretto a scegliere tra la dittatura interna e le bombe straniere.
Il lutto collettivo non assolve Khamenei. La sua morte non cancella la repressione, la subordinazione delle libertà al potere religioso, l’uso della violenza contro gli oppositori e una politica regionale che ha alimentato conflitti e milizie. Ma neppure la condanna del suo governo autorizza a considerare falsi tutti coloro che lo piangono.
Un regime può organizzare una cerimonia. Può riempire le strade di manifesti, predisporre autobus e ordinare alle televisioni di mostrare la folla. Non può però fabbricare ogni singola emozione.
Il presidente che scherza con la strage
Donald Trump non sembra interessato a questa complessità.
Ha dichiarato di essere stupito nel vedere iraniani in lacrime, perché pensava che Khamenei fosse odiato. Forse, ha aggiunto, si tratta di lacrime finte. Poi ha osservato che, essendo la dirigenza iraniana riunita per le esequie, basterebbe “un solo colpo” per eliminarla. Gli Stati Uniti non lo farebbero, ha precisato, perché altrimenti non rimarrebbe nessuno con cui negoziare.
Il problema non è soltanto l’abituale brutalità verbale del presidente americano.
Il problema è la ragione con cui Trump giustifica la rinuncia all’attacco. Non dice che colpire un funerale affollato sarebbe moralmente mostruoso. Non ricorda la presenza di migliaia di civili, famiglie, anziani e bambini. Non invoca il diritto internazionale o il rispetto dovuto ai morti. Sostiene semplicemente che sarebbe poco conveniente, perché eliminando tutti verrebbe meno la controparte negoziale.
La vita umana viene protetta non in quanto vita, ma in quanto ancora utile.
È la diplomazia ridotta alla contabilità del bersaglio: non spariamo perché alcuni di loro potrebbero servirci domani. La moderazione non nasce dal limite morale, ma dal calcolo. E il limite può cadere non appena il calcolo cambia.
La frase è ancora più grave perché pronunciata mentre milioni di americani celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza. Nel documento del 1776 la legittimità del potere viene collegata alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Due secoli e mezzo dopo, il presidente degli Stati Uniti osserva una cerimonia funebre e ricorda al mondo di avere la capacità di cancellarla.
Non è la forza tranquilla di una democrazia. È l’esibizione muscolare di un potere che rischia di assomigliare proprio a ciò che sostiene di combattere.
La guerra come spettacolo personale
Trump parla della guerra nello stesso modo in cui parla dei suoi rapporti con gli altri leader: come di una gerarchia personale.
A proposito di Benjamin Netanyahu ha affermato che il premier israeliano “sa chi comanda”. Il capo del governo di Israele starebbe cercando un incontro alla Casa Bianca dopo il vertice Nato di Ankara, mentre nell’ambiente trumpiano aumentano le perplessità verso la sua condotta militare. Anche una guerra regionale viene così narrata come rapporto tra un capo e un subordinato, tra chi impartisce ordini e chi deve riconoscere il padrone.
Ma il Medio Oriente non è una società immobiliare e la pace non è una trattativa tra due uomini che vogliono dimostrare chi possiede l’ultima parola.
La guerra iniziata con gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio ha ucciso oltre tremila persone in Iran, colpito infrastrutture e basi e provocato danni economici enormi. Teheran ha risposto contro le installazioni statunitensi e i Paesi del Golfo, mentre il controllo dello Stretto di Hormuz ha fatto aumentare i prezzi energetici e contribuito a spingere Washington verso il cessate il fuoco.
In questo scenario, l’idea che Netanyahu “sappia chi comanda” non rassicura. Rivela piuttosto l’assenza di istituzioni e regole capaci di contenere le decisioni personali. Trump vuole mostrarsi come colui che può autorizzare la guerra, fermarla, riaprirla o sospenderla per consentire un funerale.
È la politica internazionale trasformata in sovranità del telecomando.
Il figlio invisibile
Mentre il feretro del padre viene mostrato a milioni di persone, il nuovo leader rimane nascosto.
Mojtaba Khamenei, indicato come successore e rimasto ferito nell’attacco del 28 febbraio, non è apparso pubblicamente dopo la sua elezione. Le autorità ne espongono i ritratti accanto a quelli del padre, ma non il corpo vivo. Avrebbe espresso il desiderio di partecipare alla tumulazione a Mashhad, mentre le forze di sicurezza temerebbero che un’apparizione possa permettere a Israele di localizzarlo e ucciderlo. Reuters conferma che non è stata diffusa alcuna nuova immagine del successore.
L’assenza racconta la fragilità della successione meglio di qualsiasi discorso.
Il nuovo potere esiste, ma non può mostrarsi. Governa, ma da un luogo segreto. Deve ottenere obbedienza senza incontrare il popolo, ereditare il carisma paterno senza possederne ancora un’immagine pubblica.
È la contraddizione di un regime che mette in scena la propria invulnerabilità mentre nasconde l’uomo che dovrebbe guidarlo. Le folle devono apparire compatte; la Guida suprema, invece, deve scomparire per sopravvivere.
Il corteo funebre celebra quindi due realtà opposte: la potenza simbolica del padre morto e l’impotenza fisica del figlio vivo.
La trattativa dopo il sepolcro
Le conversazioni tra Washington e Teheran sono state sospese durante i giorni delle esequie. Trump sostiene che gli iraniani stiano chiedendo con insistenza un accordo; fonti regionali indicano l’11 luglio come possibile data per la ripresa dei colloqui in Pakistan, con al centro sanzioni, attività nucleari e fondi iraniani congelati. La ripresa, tuttavia, resta legata agli equilibri interni iraniani e alla conclusione della lunga liturgia funebre.
È impressionante il rapporto tra il negoziato e il lutto.
Le armi tacciono affinché i morti possano essere sepolti; poi i vivi tornano al tavolo per decidere se produrne altri. Le stesse autorità che gridano vendetta preparano le delegazioni diplomatiche. Lo stesso presidente che immagina un colpo capace di eliminare tutti riconosce di avere bisogno di qualcuno con cui firmare.
Non è incoerenza. È la struttura stessa di molte guerre contemporanee, nelle quali minaccia e trattativa procedono insieme. Ogni parte deve mostrare alla propria opinione pubblica di non essersi piegata, mentre cerca in segreto una via d’uscita.
Teheran ha bisogno di presentare il cessate il fuoco come una vittoria della resistenza. Washington vuole descriverlo come una resa iraniana. Israele deve affermare di avere smantellato una minaccia esistenziale. Nessuno può ammettere apertamente che la guerra abbia mostrato anche i limiti della propria forza.
Il funerale di Khamenei diventa così una pausa drammatica nella battaglia delle narrazioni.
Né martire della libertà né bersaglio senza volto
Ali Khamenei non è stato un martire della democrazia. È stato il vertice di un sistema teocratico e repressivo, il custode di un potere che ha negato libertà e perseguitato il dissenso.
Ma un funerale non cessa di essere un funerale perché il morto fu un dittatore.
La distinzione tra la condanna di un regime e il disprezzo verso un popolo è il confine che una democrazia dovrebbe saper custodire. Trump lo cancella quando riduce le lacrime a falsità e le persone riunite a una concentrazione di bersagli. Il regime iraniano lo cancella a sua volta quando pretende di trasformare ogni dolore in fedeltà ideologica e ogni morto in carburante per la vendetta.
L’Occidente non deve piangere politicamente Khamenei. Deve però evitare di assumere il linguaggio morale dei suoi avversari: la glorificazione della forza, il disprezzo della vita e la convinzione che l’eliminazione fisica risolva i conflitti della storia.
Un presidente democratico dovrebbe sapere che la superiorità rispetto a una teocrazia non si misura dalla potenza delle bombe, ma dalla capacità di riconoscere limiti che neppure il nemico rispetta.
Catenaccio finale
A Teheran il regime espone il padre morto e nasconde il figlio vivo. Vuole fare di Ali Khamenei un martire eterno e di Mojtaba una Guida invisibile. Dall’altra parte dell’oceano, Trump osserva il funerale come una mappa di bersagli e rinuncia alla strage soltanto perché gli servono interlocutori. Tra la teocrazia che conta le lacrime e la superpotenza che conta i corpi rimane una verità elementare: la pace comincia quando l’avversario smette di essere materiale sacrificabile. Anche quando è un nemico. Soprattutto quando è un nemico.
