Si chiamava “il fantasma” perché da due anni sopravviveva a tutto — ai raid, ai tunnel crollati, all’eliminazione di ogni altro leader militare di Hamas. Izz al-Din al-Haddad è morto in un appartamento di Rimal e nell’auto che si allontanava dall’edificio, durante una tregua che esiste nei comunicati e non nel cielo di Gaza. Sette morti accertati, bilancio destinato a crescere. E una pace che non era mai cominciata.

Il fantasma e la tregua

Si era rasato la barba. Si era tinto i capelli di nero. Passava da tunnel a tunnel, si muoveva negli anfratti della distruzione come chi sa che ogni superficie illuminata è una condanna a morte. Per due anni Izz al-Din al-Haddad era riuscito a sopravvivere a tutto ciò che Israele aveva lanciato contro di lui e contro Gaza — i missili, i raid mirati, l’eliminazione progressiva di ogni altro vertice militare di Hamas. Lo chiamavano “il fantasma” con quella crudele ammirazione che i militari di tutto il mondo riservano ai nemici che non riescono a prendere.

Lo hanno preso. Un appartamento a Rimal, quartiere di Gaza City, un secondo raid sull’auto che si allontanava. Sette morti accertati, dice chi soccorre sul posto, il bilancio crescerà. Netanyahu e il ministro della Difesa Katz hanno diramato una nota congiunta dal tono trionfale. “Prima o poi, Israele vi prenderà”: la frase ha il ritmo antico della vendetta travestita da giustizia, e in quel ritmo c’è qualcosa che gli esseri umani riconoscono e temono in egual misura.

Tutto questo è accaduto durante una tregua. Una tregua dichiarata sette mesi fa, celebrata come svolta, invocata nei discorsi dei mediatori. Una tregua nella quale le Forze di Difesa israeliane hanno ucciso più di settecento palestinesi — definiti, di volta in volta, “sospetti” o “miliziani” — e la linea gialla del controllo israeliano si è allargata fino a coprire il sessanta per cento della Striscia. Una tregua nella quale la forza di stabilizzazione internazionale immaginata da Trump non si è mai formata, e i diciassette miliardi promessi al Board of Peace sono rimasti promesse. Una tregua, insomma, che esiste nei comunicati e non nel cielo di Gaza.

La giustificazione di Netanyahu per l’eliminazione di al-Haddad è disarmante nella sua semplicità: “Era contrario al disarmo.” È una frase che merita di essere letta con attenzione, perché contiene, compressa in poche parole, l’intera logica del conflitto. Il leader militare del gruppo armato che controlla Gaza era contrario al disarmo del gruppo armato che controlla Gaza. La notizia, in altri termini, è che non c’è notizia — salvo il fatto che questa ovvietà è stata usata come casus belli per un assassinio mirato durante un cessate il fuoco formalmente vigente.

Non è detto che sia sufficiente a scongiurare la reazione di Hamas. È l’ultimo paragrafo dell’articolo, quasi una nota a piè di pagina, eppure contiene il peso specifico di tutto il resto. Perché la domanda che rimane, dopo il comunicato trionfale e i sette morti e il bilancio destinato a crescere, è sempre la stessa: e poi? L’eliminazione dei leader militari di Hamas ha una storia lunga quanto il conflitto stesso. Sinwar è morto. Prima di lui altri. Al-Haddad era già il successore di un successore. L’organizzazione si ricostituisce, i tunnel restano, Gaza è ancora Gaza.

Eitan Mor, ostaggio liberato, ricorda di aver incontrato al-Haddad durante la prigionia. “Il primo giorno indossava un cappello e ha iniziato a parlarmi in ebraico. Mi disse di non preoccuparmi, che sarei stato liberato entro due settimane.” Non lo fu — rimase in ostaggio molto più a lungo. Ma quella scena — il capo militare di Hamas che parla ebraico a un ragazzo terrorizzato e gli promette la libertà che non arriverà — ha una complessità umana che nessun comunicato riesce a contenere. Al-Haddad era, simultaneamente, il fantasma che sfuggiva ai raid e l’uomo che stringeva la mano agli ostaggi e mentiva in ebraico. Come tutti i protagonisti di tutte le guerre, era più di una cosa sola.

Liri Elbag, sequestrata per quattrocentosettantasette giorni, ha scritto sui social: “Ogni cane ha il suo giorno, e tu sei un pezzo di cane.” È una frase comprensibile — più che comprensibile, umana fino al midollo — da parte di chi ha subito ciò che ha subito. Ma anche quella frase, come il comunicato di Netanyahu, appartiene alla grammatica della guerra: quella che trasforma gli esseri umani in simboli, i morti in messaggi, le tregue in pause tra un raid e l’altro.

Il fantasma è morto. La pace non era mai nata. E sette persone — quattro in un appartamento, tre in un’auto — sono morte in una mattina di maggio durante una tregua, che è forse il modo più preciso per descrivere cosa sia diventato quel cessate il fuoco: il nome ufficiale di una guerra che continua.