Il prezzo del soccorso
Saman Gunan aveva cinquanta anni e non era più in servizio quando decise di tornare. Era luglio 2018, Thailandia, la grotta di Tham Luang: dodici ragazzi e il loro allenatore intrappolati dall’acqua che saliva. Il palombaro in pensione si offrì volontario perché non sapeva restare a guardare. Perse conoscenza durante la risalita e non si riprese più. Il mondo lo pianse come un eroe — e lo era — con la consolazione che almeno i bambini erano tornati a casa.
Il sergente maggiore Mohammed Mahdi non avrà quella consolazione. È sceso nelle acque dell’atollo di Vaavu per recuperare dei morti. Non c’erano bambini che aspettavano nel buio, nessun respiro affannoso da raggiungere, nessun conto alla rovescia su cui il mondo teneva gli occhi incollati agli schermi. C’erano quattro italiani che la grotta aveva già trattenuto per sé. Mahdi è risalito troppo in fretta — il tempo, le condizioni, i margini mal calcolati — e la malattia da decompressione non perdona. Un guardacoste morto per delle salme.
Scritto così, suona iniquo. E in qualche misura lo è, nella fredda aritmetica del rischio e del risultato. Ma è proprio in questa iniquità apparente che si nasconde qualcosa di essenziale: le civiltà si misurano anche da come trattano i propri morti. Non i grandi morti dei monumenti, ma i corpi perduti che nessuno vede, in fondo a una grotta, in un atollo lontano. C’è un impulso ostinato e antico nell’uomo che lo spinge a non lasciare i propri simili nel buio senza nome e senza sepoltura. Antigone lo sapeva. Mahdi, forse senza saperlo, ha agito sulla stessa logica.
Nel frattempo la Duke of York è ferma a Malé con la licenza sospesa a tempo indeterminato. Lo yacht diventa sequestro, la vacanza diventa scena del crimine, la crociera scientifica diventa un fascicolo. L’avvocata del tour operator verbanese ha già tracciato il perimetro della difesa: loro commercializzavano, non gestivano; non sapevano dell’immersione oltre i trenta metri; nessun loro dipendente era a bordo. La catena delle responsabilità si sfilerà nei mesi dei processi, mentre i magistrati maldiviani cercheranno di capire chi abbia autorizzato — o non abbia impedito — la discesa a sessanta metri dove il limite era la metà.
Sono domande giuste e necessarie. Ma Mohammed Mahdi non è morto per una questione di responsabilità civile. È morto per qualcosa di più semplice e di più grande: il rispetto del corpo umano, la convinzione — condivisa da ogni cultura che meriti quel nome — che un essere umano non si lascia in fondo al mare come un relitto qualunque. Il presidente delle Maldive lo ha chiamato martire. Tajani ha detto che “questa sciagura unisce Italia e Maldive nel dolore e nel rispetto per le vittime.” Nel rispetto: non nell’utilità, non nel risultato, ma nel rispetto.
A Tham Luang, Saman Gunan morì per dei vivi e il mondo capì immediatamente. Mahdi è morto per dei morti, e la comprensione richiede uno sforzo in più — richiede di credere che la dignità umana non scada con l’ultimo respiro. È uno sforzo che vale la pena fare.
