È un fenomeno antico, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni tali da non poter essere più ignorato. Alcuni ebrei ultraortodossi praticano da decenni l’abitudine di maledire e sputare addosso al clero cristiano nella Città Vecchia di Gerusalemme. Non si tratta di episodi sporadici: dal momento in cui è stata istituita una hotline dedicata, il Religious Freedom Data Center, gli attivisti hanno registrato almeno un attacco di questo tipo ogni giorno.
La dinamica è ricorrente e documentata. Un video ottenuto dalla CNN mostra due giovani ultraortodossi che sputano, insultano e aggrediscono un sacerdote cristiano nei pressi della Porta di Sion. I due si sono avvicinati a padre Nikodemus Schnabel durante un’intervista televisiva, lo hanno sputato, e quando l’hanno incrociato di nuovo nel Quartiere Armeno, hanno ripetuto l’aggressione, con calci inclusi. Entrambi sono stati arrestati dalla polizia israeliana e posti agli arresti domiciliari. Gli attacchi colpiscono principalmente il clero in abito religioso e gli edifici di culto, non i fedeli privati: tra i casi documentati figurano la vandalizzazione di tombe nel cimitero anglicano, il danneggiamento di una statua di Gesù alla Chiesa della Flagellazione, aggressioni a sacerdoti ortodossi greci al Sepolcro della Vergine Maria.
La risposta delle istituzioni israeliane, almeno ufficialmente, non è stata di indifferenza. Il ministro degli Esteri ha contattato personalmente il Vaticano. Il sovraintendente della polizia di Gerusalemme ha dichiarato tolleranza zero, istituendo un’apposita squadra investigativa e dispiegando agenti sotto copertura travestiti da religiosi di vari ordini: ventuno persone fermate e multate. Gli episodi sono stati condannati dal premier Netanyahu, dai gran rabbini d’Israele e del Regno Unito, e da diversi politici ultraortodossi, i quali hanno precisato che sputare sui cristiani non ha alcun fondamento nella legge religiosa ebraica e costituisce una profanazione del nome di Dio.
Eppure il fenomeno non solo persiste, ma accelera. Il rapporto annuale del Rossing Center for Education and Dialogue, pubblicato il 30 marzo 2026, documenta 155 episodi di violenza contro i cristiani nel 2025 — un aumento del 40% rispetto ai 111 del 2024. Le aggressioni fisiche, tra cui sputi, percosse e uso di spray al peperoncino, rappresentano il 39% degli episodi. Si registrano inoltre 52 attacchi a proprietà ecclesiastiche, 28 episodi di molestie verbali e 14 casi di vandalismo a simboli cristiani in spazi pubblici. Il Quartiere Armeno della Città Vecchia è il più colpito: 43 episodi nel solo 2025. Sacerdoti e suore residenti in certe aree della città riferiscono di affrontare un rischio quasi certo di molestie ogni volta che escono in abito religioso.
L’episodio più recente e clamoroso risale a poche settimane fa. Un estremista ebraico ha aggredito una suora cattolica a Gerusalemme: il video di sorveglianza mostra l’uomo spingerla a terra, allontanarsi e poi tornare per riprendere l’aggressione, fino all’intervento di alcuni passanti. Nel frattempo, ad aprile 2026, un soldato israeliano è stato filmato mentre distruggeva una statua di Gesù nel Libano meridionale. E a Palm Sunday, per la prima volta in secoli, Israele ha impedito al Patriarca Latino di Gerusalemme di celebrare la messa al Santo Sepolcro, adducendo ragioni di sicurezza legate alla guerra con l’Iran, prima di presentare scuse formali.
I dati sondaggistici gettano luce sulle radici culturali del fenomeno. Secondo una rilevazione del Rossing Center del settembre 2025, il 3,7% degli ebrei israeliani esprime sostegno a chi sputa sui cristiani, e il 2,5% ammette che lo farebbe. Tra gli ebrei ultraortodossi la quota sale al 19%, con il 12% che dichiara di essere disposto a farlo. Tra i giovani ebrei tra i 18 e i 24 anni, il 12% dice di approvare e di essere pronto a farlo. Sul piano politico, il ministro Ben-Gvir si è opposto all’incarcerazione degli estremisti autori degli sputi, ritenendo il loro comportamento non penalmente rilevante.
Vale la pena ricordare che durante il periodo ottomano, il Mandato britannico e la dominazione giordana su Gerusalemme, le processioni cristiane lungo la Via Dolorosa si svolgevano senza alcun incidente registrato. Il problema ha dunque radici recenti, legate a specifiche dinamiche politiche e demografiche — non a una supposta ostilità religiosa ebraica millenaria. Gli effetti, tuttavia, sono concreti: quasi la metà dei cristiani israeliani sotto i trent’anni dichiara oggi di voler emigrare.
Per comprendere la traiettoria futura del fenomeno, occorre guardare ai numeri demografici. Quasi un quarto della popolazione israeliana sarà ultraortodossa entro il 2050, secondo le proiezioni del Consiglio economico nazionale israeliano. L’attuale popolazione di 9,2 milioni crescerà del 70% fino a quasi 16 milioni: di questi, circa 3,8 milioni saranno ultraortodossi, pari a quasi un terzo dell’intera popolazione ebraica del paese. Oggi gli ultraortodossi rappresentano il 12,6% della popolazione totale; nel 2050 saranno al 24%. Il motore di questa crescita è il tasso di natalità della comunità, 6,7 figli per donna, ben più alto di quello delle famiglie ebraiche non ultraortodosse. La popolazione rimarrà concentrata soprattutto a Gerusalemme e dintorni, a Beit Shemesh, e in una nuova città ultraortodossa in fase di progettazione nel sud del paese. Sono cifre che pongono una domanda politica che Israele non può continuare a eludere: può uno stato che si definisce democratico e plurale reggere il peso crescente di una minoranza — destinata a diventare maggioranza relativa — che non riconosce la legittimità delle altre fedi nello spazio pubblico? Il rischio non è astratto: è demografico, è già in corso, e si misura anche negli sputi sul sagrato.
Il nodo resta quello di sempre: distinguere. Da un lato una frangia di estremisti che agisce in un contesto di tensione politica esasperata, con coperture istituzionali che ne facilitano l’impunità. Dall’altro la grande maggioranza degli ebrei — in Israele e nel mondo — che condanna questi atti senza esitazione. Confondere i due piani non è solo un errore intellettuale: è esattamente la confusione che gli estremisti, di qualunque colore, vorrebbero che facessimo.
