Un solo voto, nel segreto dell’urna, ha smascherato la maggioranza. Ma il vero problema di Giorgia Meloni non è l’aritmetica del Parlamento: è il coraggio di trarre le conseguenze. Aveva sfidato tutti a metterci la faccia. E proprio nel voto segreto, dove nessun volto si mostra, la sua maggioranza ha giustiziato l’emendamento della premier. Centottantotto a centottantasette.
Aveva sfidato tutti a metterci la faccia. «Sì alle preferenze, no al voto segreto», aveva intimato Giorgia Meloni agli alleati e alle opposizioni, trasformando un emendamento tecnico in un plebiscito sulla propria autorità. Ma la politica ha un senso feroce dell’ironia: proprio nel voto segreto, là dove nessun volto si mostra e nessuno «ci mette la faccia», la sua stessa maggioranza ha giustiziato l’emendamento della premier. Centottantotto a centottantasette. Un voto solo — perché in aula, come in guerra, non ne serve una compagnia: ne basta uno.
«Ha vinto di nuovo la palude», ha commentato la presidente del Consiglio a caldo. È un’immagine efficace, e per questo pericolosa: perché la palude, stavolta, non stava affatto nelle terre basse dell’opposizione. I cecchini — trenta, quaranta, forse cinquanta, secondo i conti a spanne dei capannelli — sedevano nelle trincee della maggioranza: Lega, Forza Italia, e qualcuno persino tra i Fratelli. Il franco tiratore è la figura più antica e più vile del parlamentarismo, perché colpisce senza mostrarsi; ma quando a colpire è la truppa contro il proprio comandante, la parola giusta non è più «palude»: è «resa dei conti». La vera opposizione a Meloni, oggi, siede alle sue spalle.
E conviene sgombrare il campo da un equivoco: non si è combattuto per la libertà degli elettori. Quelle preferenze erano un simulacro. I calcoli di YouTrend dicono che, per una lista al cinque per cento, meno dell’uno per cento degli eletti sarebbe stato davvero scelto dai cittadini; solo oltre il trenta per cento — soglia riservata a pochissimi — le preferenze avrebbero contato qualcosa. Una libertà proporzionale alla forza del partito: sostanziale per i colossi, ornamentale per tutti gli altri. Ciò che resta in piedi, dopo il naufragio, è l’ossatura del cosiddetto Stabilicum: premio di maggioranza generoso, liste bloccate, capilista calati dalle segreterie, indicazione semidiretta del premier in una Repubblica che la Costituzione vuole parlamentare. Un’architettura pensata non per restituire potere agli elettori, ma per blindare chi teme — non a torto — che il vento stia girando.
Ed è proprio questo il punto che trasforma una zuffa sulle preferenze in una questione di sopravvivenza. La legge premia chi supera il quarantadue per cento. Ma Fratelli d’Italia, pur primo partito, è in lento arretramento sotto il ventisette; la Lega si aggira intorno al cinque; e sul fianco destro cresce, unica, la creatura di Roberto Vannacci: quel Futuro Nazionale che i sondaggi danno oltre il sei per cento e che drena voti proprio nel giacimento identitario del centrodestra. La legge nata per stabilizzare Palazzo Chigi rischia così di diventare la miccia dell’instabilità, perché costringe la coalizione a scegliere tra i numeri e l’identità. O si assorbe Vannacci — con il suo armamentario di «remigrazione», di classi separate per i disabili, di posizioni che la stessa Conferenza Episcopale ha stigmatizzato e che restano inconciliabili con l’europeismo di Forza Italia e con l’eredità dei Berlusconi — oppure si perde. Non è un dettaglio tattico: è una scelta che tocca l’anima di una coalizione.
Il secondo tempo è già annunciato. Ignazio La Russa, dallo scranno più alto del Senato, ha ricordato che a Palazzo Madama si potrà modificare «anche chirurgicamente» quanto votato alla Camera — e lì, guarda caso, su questo punto il voto segreto non è previsto. Tradotto: si riapre la partita là dove nessuno potrà più sparare nell’ombra, dove ogni senatore dovrà mostrarsi. L’emendamento tecnico diventa così un test di fedeltà, e Forza Italia si ritrova messa all’angolo proprio sulla domanda che vorrebbe eludere: fino a che punto è disposta a convivere con Vannacci pur di non perdere? La palude, di nuovo, non è fuori: è la geografia interna del centrodestra.
Qui, però, bisogna essere onesti e distinguere, perché chi grida «dimissioni» confonde due piani. Sul piano costituzionale, una maggioranza che cade in voto segreto su un emendamento non è tenuta a dimettersi: la prassi non prevede automatismi, il Quirinale osserva a distanza, e un governo può restare in carica anche dopo un inciampo, per quanto clamoroso. Invocare le urne per un emendamento significherebbe piegare la Costituzione al tifo, e chi scrive non intende arruolarsi in quel coro. Non è per il voto di martedì che il governo dovrebbe interrogarsi sulla propria fine.
È per tutto il resto. Perché la responsabilità politica è cosa diversa dall’aritmetica parlamentare, e si misura sui risultati. Nel marzo scorso gli italiani hanno bocciato con quasi il cinquantaquattro per cento la riforma costituzionale della giustizia, la più cara al centrodestra — e il cardinale Zuppi, per i vescovi, aveva ricordato che la Costituzione è «preziosa eredità» da custodire. Con quel No sono franati anche il premierato e l’autonomia differenziata. Il consenso si sgretola, l’astensione è ormai il primo partito del Paese, e sul versante internazionale il governo pratica una politica estera di pura subalternità — al riarmo, alle logiche di Bruxelles, alle guerre altrui, all’esternalizzazione dei migranti — che tradisce quel «questa economia uccide» che un cristiano non può archiviare come slogan. Riforme fallite, consenso in fuga, esteri appiattiti: è un bilancio, non un incidente di percorso.
E allora la questione vera non è se Meloni cadrà su un voto, ma se avrà il coraggio di riconoscere quando è il momento di andare. Dieci anni fa, perso il suo referendum, Matteo Renzi ha lasciato tutto — Palazzo Chigi e partito — e in quel gesto, al di là dei giudizi, c’è stata una dignità: ascoltare la voce del popolo. Oggi la premier ripete l’unico verbo che il potere conosce: «andremo avanti». Sempre avanti, come se indietreggiare fosse tradimento e non, talvolta, saggezza. Ma il coraggio di trarre le conseguenze è precisamente ciò che non si può comandare a se stessi. Lo sapeva bene un curato di manzoniana memoria: «il coraggio, uno non se lo può dare». Don Abbondio non era un vile per calcolo; era un uomo a cui il coraggio non era toccato in sorte, e che, non avendolo, si acconciava a servire il più forte del momento.
Ecco l’immagine che resta, dopo il tabellone di Montecitorio. Una premier che sfida gli altri a mostrare il volto mentre i suoi le sparano mascherati; una maggioranza che affossa se stessa e poi si dà la caccia; una «palude» che, denunciata a gran voce, altro non è che il riflesso nel proprio specchio. «Andremo avanti», certo. Ma avanti verso dove? Verso elezioni di primavera, con una legge che perfino i suoi autori sabotano nel segreto dell’urna. Il vento è girato, e si sente. Manca solo qualcuno che abbia il coraggio — quel coraggio che non ci si può dare — di dirlo ad alta voce, e con la faccia scoperta.
