Quando la politica cerca nella storia una conferma delle proprie paure, il rischio è che il passato smetta di essere una lezione e diventi un’arma. È quanto accade ogni volta che si prendono fenomeni lontani secoli tra loro e li si sovrappone come se fossero la stessa cosa.
L’ultimo viaggio di Roberto Vannacci nella storia è approdato nel VI secolo. Ospite di una trasmissione televisiva, il leader di Futuro Nazionale ha sostenuto che l’Italia starebbe vivendo una presenza straniera persino superiore a quella registrata all’epoca dell’arrivo dei Longobardi. Secondo il generale, i Longobardi non superarono il 4 per cento della popolazione autoctona, mentre oggi gli stranieri residenti sarebbero circa il 10 per cento. A ciò ha aggiunto una considerazione destinata a rafforzare la sua tesi: i Longobardi si sarebbero assimilati rapidamente e convertiti quasi subito al cristianesimo, a differenza di molti immigrati contemporanei.
Il problema è che la storia, come spesso accade, si ribella alle semplificazioni.
Anzitutto, il dato sugli stranieri oggi presenti in Italia è reale solo in parte. L’Istat registra circa il 9,4 per cento di residenti con cittadinanza straniera, ma la cittadinanza non coincide né con l’origine etnica né con quella culturale. Dentro quella percentuale convivono europei, nordamericani, asiatici, africani, lavoratori altamente qualificati, pensionati, studenti, persone nate in Italia che non hanno ancora acquisito la cittadinanza e individui che vivono nel nostro Paese da decenni. Ridurre questa complessità alla categoria degli “stranieri non autoctoni” significa introdurre una definizione che le statistiche ufficiali non conoscono e non misurano.
Ma il nodo principale è un altro. I Longobardi non erano immigrati. Erano invasori.
Non attraversarono le Alpi per cercare lavoro o una migliore prospettiva di vita. Entrarono nella penisola come popolo armato, conquistarono territori, si impadronirono di terre e fondarono un regno. Non si inserirono in uno Stato esistente: ne crearono uno nuovo. Non furono una minoranza integrata in un sistema politico preesistente, ma una nuova classe dirigente che impose il proprio dominio militare e politico.
Già questo basterebbe a rendere improprio il paragone. Confrontare l’immigrazione contemporanea con l’invasione longobarda equivale a confondere chi entra in una casa chiedendo ospitalità con chi ne abbatte la porta e ne assume il controllo.
C’è poi il capitolo dell’assimilazione, evocato da Vannacci come modello virtuoso. Anche qui la realtà storica è più complicata della narrazione politica. I Longobardi non si convertirono immediatamente al cristianesimo. Erano già cristiani, ma di confessione ariana, considerata eretica dalla Chiesa cattolica. Il passaggio al cattolicesimo avvenne gradualmente e richiese generazioni. Allo stesso modo, l’integrazione con la popolazione italica fu un processo lungo, fatto di compromessi, matrimoni, trasformazioni linguistiche e adattamenti istituzionali. Non una conversione istantanea, non un’assimilazione automatica, ma un lento lavoro storico durato circa un secolo.
La verità è che l’identità italiana, tanto invocata nei dibattiti contemporanei, è il prodotto di continue stratificazioni. Romani, Goti, Longobardi, Franchi, Bizantini, Normanni, Arabi: ciascuno ha lasciato tracce profonde nella lingua, nel diritto, nelle istituzioni e persino nella genetica della penisola. L’Italia non nasce dalla purezza di una radice immobile, ma dall’incontro, spesso conflittuale, di molte radici diverse.
Per questo il paragone di Vannacci contiene un curioso autogol. Se davvero volessimo prendere i Longobardi come termine di confronto, dovremmo ricordare che una minoranza numericamente ridotta riuscì a cambiare profondamente il volto della penisola non perché fosse numerosa, ma perché deteneva il potere politico e militare. Esattamente il contrario della condizione degli immigrati presenti oggi in Italia.
La storia può illuminare il presente, ma solo se la si ascolta fino in fondo. Quando invece la si convoca come testimone a carico, scegliendo soltanto i frammenti che confermano una tesi già scritta, essa smette di essere storia e diventa propaganda.
E la propaganda, a differenza della storia, non cerca di capire il mondo: cerca soltanto di vincere una discussione.
Il paragone tra l’immigrazione contemporanea e l’invasione longobarda, proposto da Roberto Vannacci, rivela più una visione ideologica del presente che una corretta lettura del passato. E finisce per dimostrare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe sostenere.
