Il governo Meloni presenta un nuovo pacchetto di misure contro criminalità giovanile, occupazioni abusive e violenza urbana. Ma la vera questione politica è un’altra: fino a che punto una democrazia può anticipare la repressione prima che il reato venga commesso?
Ogni epoca ha la propria paura.
L’Italia degli anni Settanta temeva il terrorismo. Quella degli anni Novanta la mafia. L’Italia di oggi teme l’insicurezza diffusa: le baby gang, le occupazioni abusive, la violenza nelle stazioni, le risse nelle piazze della movida, il degrado urbano che trasforma il disordine in una sensazione permanente.
È dentro questo clima che nasce il nuovo disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri.
Il governo lo presenta come un ulteriore tassello di una strategia coerente. Giorgia Meloni rivendica di aver riportato «lo Stato dalla parte delle persone perbene». Matteo Piantedosi parla della ripresa di un percorso già avviato mesi fa. Il messaggio politico è chiaro: di fronte alla percezione di una società più fragile e più aggressiva, lo Stato deve tornare a esercitare autorità.
La novità più significativa non è però l’inasprimento delle pene. È il cambiamento di filosofia.
Per oltre un secolo il diritto liberale ha costruito il proprio equilibrio attorno a un principio fondamentale: si puniscono i comportamenti, non le intenzioni. Si sanzionano i reati, non le potenziali inclinazioni a commetterli.
Il nuovo impianto normativo si muove invece lungo una logica diversa, sempre più orientata alla prevenzione.
Il cosiddetto “divieto di aggregazione” rappresenta il simbolo di questo passaggio. L’idea è semplice: impedire che gruppi ritenuti pericolosi possano ricostituirsi e tornare a occupare determinati spazi pubblici. È una risposta alle baby gang e alle bande urbane che negli ultimi anni hanno alimentato una crescente domanda di sicurezza.
Ma proprio qui emerge il nodo politico.
Quando lo Stato interviene prima che venga commesso un reato, il confine tra prevenzione e limitazione delle libertà individuali diventa inevitabilmente più sottile.
È una tensione antica quanto la democrazia stessa.
Da una parte vi è il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza. Dall’altra il principio secondo cui ogni restrizione delle libertà deve essere giustificata da comportamenti concretamente accertati.
La stessa logica attraversa il rafforzamento del cosiddetto fermo preventivo. La possibilità di trattenere persone, anche minorenni, sulla base di comportamenti ritenuti potenzialmente pericolosi risponde a una domanda sociale reale: evitare che la violenza esploda. Tuttavia introduce una domanda altrettanto seria: quanto può estendersi il potere discrezionale delle autorità senza alterare l’equilibrio delle garanzie?
Le democrazie contemporanee vivono tutte questo dilemma. Più cresce la richiesta di sicurezza, più aumenta la tentazione di anticipare l’intervento repressivo. Eppure la sicurezza non è soltanto una questione di polizia.
Lo stesso governo sembra esserne consapevole quando, accanto alle misure penali, inserisce un capitolo dedicato al disagio giovanile, alle famiglie e alla povertà educativa. È probabilmente la parte meno discussa e forse più importante dell’intero provvedimento.
Perché nessuna baby gang nasce dal nulla.
Dietro la violenza adolescenziale si nascondono spesso famiglie fragili, dispersione scolastica, quartieri privi di opportunità, povertà culturale e assenza di modelli educativi credibili. Nessuna norma repressiva potrà mai sostituire ciò che una comunità educativa non riesce più a trasmettere.
Anche la stretta sulle occupazioni abusive risponde a una domanda diffusa di tutela della proprietà privata. Per molti cittadini rappresenta una misura di buon senso. Per altri rischia di affrontare il sintomo senza interrogarsi sulle cause profonde dell’emergenza abitativa.
Lo stesso vale per l’aggravante a tutela dei giornalisti e per il rafforzamento delle protezioni nei confronti delle forze dell’ordine. Sono interventi che riflettono una crescente percezione di vulnerabilità delle istituzioni e dei corpi intermedi della democrazia.
In fondo, il disegno di legge racconta un Paese che si sente più insicuro. La vera domanda è se l’insicurezza sia soprattutto un problema criminale o un problema sociale. Le due dimensioni non coincidono sempre.
Una società può aumentare le pene e continuare a produrre marginalità. Può moltiplicare i controlli e lasciare irrisolte le condizioni che alimentano il disagio. Può reprimere la devianza senza riuscire a prevenirla.
È qui che si misurerà il successo o il fallimento di questa riforma. Non nel numero degli arresti. Ma nella capacità di ridurre le ragioni che rendono necessario arrestare.
La sicurezza è uno dei primi diritti dei cittadini e nessuna democrazia può sopravvivere se rinuncia a garantirla. Ma è anche vero il contrario: nessuna democrazia può dirsi compiuta se, nel tentativo di proteggere i cittadini, finisce per abituarsi a limitare preventivamente le libertà. La sfida del nuovo disegno di legge sta tutta qui. Trovare il punto di equilibrio tra ordine e libertà, tra prevenzione e garanzia, tra repressione e inclusione. Un equilibrio fragile, che non si costruisce soltanto nei commissariati e nei tribunali, ma nelle scuole, nelle famiglie e nelle periferie dove il futuro dello Stato si gioca molto prima dell’intervento delle forze dell’ordine.
