La Cassazione ha reso definitiva la condanna a diciassette anni del gioielliere di Grinzane Cavour, che nel 2021 uccise due rapinatori in fuga. Mentre la destra invoca la grazia e vara la norma «salva Roggero», vale la pena ricordare che cosa separa la giustizia dalla vendetta — e la misericordia dall’impunità.

C’è un momento, nell’Orestea di Eschilo, in cui nasce la civiltà occidentale. Le Erinni, divinità della vendetta, inseguono Oreste per vendicare un delitto con un altro delitto. Ma Atena interrompe la catena infinita del sangue: istituisce un tribunale e affida il giudizio alla legge. Le Furie diventano così Eumenidi, le Benevole.

È il passaggio che separa la barbarie dalla civiltà. Lo Stato nasce quando la giustizia prende il posto della vendetta e la forza cede il passo al diritto. Per questo il monopolio della forza non è un privilegio del potere, ma il fondamento della convivenza. Da allora una verità dovrebbe esserci chiara: lo Stato non esiste per negare ai cittadini il diritto di difendersi, ma per impedire che ciascuno diventi giudice, giuria ed esecutore della propria causa. La differenza tra difesa e vendetta può apparire sottile; in realtà è il confine che separa una società governata dalla legge da una dominata dalla legge del più forte.

A Gallo, frazione di Grinzane Cavour, in quel Piemonte di nebbie e di colline che il mondo ci invidia, quell’abisso si è riaperto il 28 aprile del 2021. Tre uomini, armati di un coltello e di una pistola giocattolo, irruppero nella gioielleria di Mario Roggero minacciando lui, la moglie e la figlia, e si dileguarono con il bottino. Fin qui la rapina, ignobile come tutte le rapine. Ma è ciò che accade dopo a fondare il processo: la rapina era finita, i malviventi stavano fuggendo verso l’auto, quando il gioielliere prese la pistola, uscì e li inseguì nel parcheggio, facendo fuoco contro la vettura in fuga. Restarono a terra in due, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli; un terzo, Alessandro Modica, ferito, sopravvisse.

Su questo punto i giudici non hanno mai vacillato: in primo grado ad Asti, in appello a Torino e, ieri, in via definitiva in Cassazione. Non fu legittima difesa, nemmeno nella forma putativa di chi erroneamente si crede ancora in pericolo, perché — sono parole delle motivazioni — l’azione aggressiva era ormai totalmente conclusa. Il pubblico ministero l’aveva detto senza giri di parole: non una legittima difesa, ma un’illegittima vendetta. La pena è di diciassette anni; e ad essa si somma il capitolo civile, con una provvisionale immediatamente esecutiva di settecentottantamila euro a favore dei familiari e richieste che, complessivamente, sfiorano i tre milioni. Da una rapina si è passati a un’esposizione che, fra risarcimenti e spese, si conta in milioni.

E qui la penna dovrebbe fermarsi, perché prima del giudizio viene la pietà. Tutto il rispetto per un uomo che nel 2015 aveva già patito una rapina feroce: percosso, immobilizzato, la moglie e la figlia legate. Chi scrive non conosce il terrore di chi si è visto puntare un’arma in faccia più volte in una vita, e non si arroga il diritto di giudicare l’uomo. La paura è una cattiva consigliera e una pessima legislatrice. Ma un conto è comprendere l’uomo, altro è riscrivere la legge sulla misura della sua paura: perché la norma tarata sull’angoscia del più spaventato è precisamente ciò che le Eumenidi vennero a sostituire.

Ed è qui che la politica comincia a fare danno. Una cosa è invocare la grazia — atto di clemenza sovrana che, per esistere, deve presupporre la colpa accertata: si fa grazia al reo, non all’innocente — e ben altra cosa è, nella medesima frase, proclamare che la condanna è profondamente ingiusta. Chiedere la grazia e insieme negare la giustizia della sentenza è una contraddizione nei termini: significa volere a un tempo il perdono e l’impunità, che non sono la stessa cosa. Il perdono s’inchina alla giustizia e la eccede; l’impunità la nega. Il vicepremier, appellandosi al Capo dello Stato, sceglie la prima parola ma pensa la seconda.

Non basta. Alla vigilia stessa del verdetto è stata varata una norma — subito ribattezzata «salva Roggero» — che nega ai colpevoli di certi reati il risarcimento dovuto a chi li ferisce reagendo. Curiosa eterogenesi dei fini: la legge non salverà Roggero, perché non è retroattiva e la sua condanna è ormai passata in giudicato. Ma il punto è un altro, e più grave: un Parlamento che legifera guardando in faccia a una singola sentenza attenta al principio che dovrebbe custodire. Nemmeno le Camere, con un voto, possono cancellare un giudicato: è uno dei pilastri della divisione dei poteri, cioè dello stato di diritto medesimo. La politica che entra nell’aula non raddrizza la giustizia: la piega.

Sull’altro versante milita chi ha fatto della «causa innescante» un vessillo: se quei criminali non fossero entrati, nulla sarebbe accaduto. È vero, ovviamente — com’è vero che senza la notte non vi sarebbero le stelle. Ma è una verità che spiega tutto e non giustifica nulla. Da quella premessa si è passati alle magliette con la scritta «Siamo tutti Mario Roggero», ai sit-in sotto la Cassazione, persino agli show a torso nudo sui palchi e alla proposta di candidare l’orefice. La tragedia si fa comizio, il lutto diventa merchandising, l’uomo con la pistola sale sull’altare. È l’antica tentazione di sacralizzare il cittadino armato, di fare della paura una fede e del grilletto un sacramento laico.

Perché il guasto vero è questo: si vuole sostituire all’aula il tribunale della piazza. Da un lato la corte, con il suo giudizio ex ante, le telecamere di sorveglianza esaminate fotogramma per fotogramma, le motivazioni pazienti; la lentezza, che della giustizia non è il difetto ma la forma. Dall’altro il tribunale dell’opinione: video-appelli, raccolte fondi, dirette social, indignazione a comando, che emette verdetto in tre secondi e non conosce appello. Chi ha subìto un torto ha ogni diritto di gridarlo. Ma quando quel torto è ormai davanti a un giudice, il grido diventa pressione, e la pressione sui giudici non è più libertà d’opinione: è assedio. Le corti d’assise sono una cosa; i social e le telecamere un’altra. Confonderle non ci rende più giusti: rende più soli i giudici e più feroce il Paese.

C’è, in questa storia, una frase che un cristiano non può non fare propria. L’hanno pronunciata gli avvocati delle parti civili, difensori dei familiari di uno degli uccisi: la vita di ogni essere umano è un bene fondamentale, protetto dalla legge. Di ogni essere umano: dunque anche di Giuseppe Mazzarino, anche di Andrea Spinelli. Erano due rapinatori; erano anche due uomini, irripetibili come ogni uomo, ciascuno con una madre e forse dei figli. Non si può difendere la vita quando è inerme nel grembo e poi esultare quando cade crivellata su un selciato di provincia: la coerenza pro-vita, se è tale, non fa sconti nemmeno alla dignità del colpevole. Due morti pesano su una coscienza, e da entrambi i lati di quel parcheggio restano famiglie distrutte.

Rimane l’ultima domanda, la più scomoda: da dove vengono i rapinatori? Il più giovane dei tre il carcere l’aveva già conosciuto per alcuni furti; ne era uscito, aveva cercato un lavoro, aveva tentato di ricominciare — e poi era ricaduto, fino a quel pomeriggio d’aprile. È la parabola quotidiana di un sistema che chiamiamo «pena» e che troppo spesso non redime ma incattivisce, non rieduca ma affratella nel male: la galera come officina in cui si forgiano le carriere criminali anziché spezzarle. Ed è singolare che la medesima politica la quale oggi invoca più carcere come rimedio a ogni paura non s’interroghi mai sulla fabbrica di recidiva che il carcere è diventato. Si reclama più galera per punire, e non ci si avvede che è spesso la galera a produrre i prossimi rapinatori.

Torniamo ad Atena, all’Areopago. Lo stato di diritto non è un dato di natura: è una conquista fragile, che ogni generazione deve scegliere daccapo contro la seduzione perenne della faida. «A me la vendetta, dice il Signore»: la vendetta appartiene a Dio, e la sua amministrazione terrena a uno Stato che sia ministro di giustizia e non braccio del rancore. La grazia — quella vera, che è nome di Dio prima d’essere istituto giuridico — non abolisce la legge: la corona di misericordia. Ma per coronare una sentenza occorre prima riconoscerla giusta. Il resto — le magliette, i comizi, i video davanti al portone del carcere — non è misericordia: è l’antica Erinni che torna a bussare, travestita da compassione. E se le apriamo la porta, non entrerà soltanto per Mario Roggero. Entrerà per tutti noi.

Chiedere la grazia e negare la giustizia della sentenza è una contraddizione nei termini: si fa grazia al reo, non all’innocente.