C’è una fotografia che circola sui social in questi giorni e che vale più di mille analisi geopolitiche. La mostra Luca Casarini, l’attivista che ha fatto del Mediterraneo la sua trincea di pace. Ritrae un giovane religioso agostiniano, occhi chiari e abito talare, in mezzo alla folla di Comiso. Quel giovane si chiama Robert Prevost. Oggi il mondo lo conosce come Papa Leone XIV.
La foto non ha bisogno di didascalie. Parla da sola, con quella forza silenziosa che hanno le immagini quando la storia decide di tornare a bussare alla porta.
Bisogna ricordare cosa fu Comiso. Bisogna farlo adesso, in questo momento in cui il mondo torna a parlare di missili e di deterrenza nucleare come se gli anni Ottanta non fossero mai finiti — o peggio, come se non avessero insegnato nulla.
Il 7 agosto 1981 il governo italiano annuncia l’accordo con la Nato per installare i missili Cruise nella base militare della città iblea, in provincia di Ragusa. Un piccolo aeroporto quasi in disuso, in una contrada che gli antichi avevano chiamato — con ironia profetica — «il Deserto». Le piste abbandonate erano diventate una florida piantagione di carciofi. Di lì a poco sarebbero diventate il simbolo di uno scontro che attraversava l’Italia e l’Europa intera.
L’11 ottobre 1981, trentamila persone arrivano a Comiso da tutta la Sicilia. È solo l’inizio. Nel giro di poche settimane, il movimento pacifista dispiega una capacità d’iniziativa che non ha precedenti: trecentomila a Bonn il 10 ottobre, trecentomila a Roma il 24, centomila a Milano il 25, cinquantamila ad Atene, quattrocentomila ad Amsterdam a novembre. È un’ondata che non assomiglia a nessun’altra manifestazione della Guerra Fredda, perché non è ideologicamente monocolore. È trasversale, popolare, spiritualmente variegata. I giovani comunisti nei cortei intonano slogan irridente contro Reagan e contro Breznev. Insieme. Quella doppia irriverenza dice tutto sulla natura autentica di quel movimento: non era una bandiera da sventolare per Mosca, era una voce che si alzava contro la logica stessa della guerra.
In quella voce c’era Pio La Torre. Segretario regionale del Pci, tornato in Sicilia nell’autunno del 1981 su invito di Berlinguer, con un mandato preciso: dare forza al movimento pacifista. La Torre non era un uomo di comodo. Era figlio di contadini, era andato in carcere per le lotte di Bisacquino, conosceva il peso delle parole e il prezzo del coraggio. Quando tornò a Palermo, racconta Andrea Camilleri, sembrava ringiovanito — come se il contatto con la Sicilia e con quel movimento gli avesse restituito una lucidità «mostruosa», capace di vedere connessioni dove altri vedevano solo fatti separati.
La Torre capì prima di tutti che Comiso non era solo una questione militare. Era una questione di sistema. Attorno alla base si addensavano interessi speculativi, appalti, rischi di infiltrazione mafiosa. E c’era qualcosa di più oscuro ancora: strutture parallele, servizi segreti, un intreccio tra potere politico, criminalità organizzata e apparati atlantici che lui stava pazientemente mappando. Aveva intuito l’esistenza di Gladio con anni di anticipo. Sapeva troppe cose. E lo sapevano anche quelli che lo facevano pedinare.
Il 30 aprile 1982 — alla vigilia di un incontro a Comiso con i protagonisti di un digiuno per la pace — Pio La Torre viene ucciso dalla mafia in piazza Turba a Palermo. La sua borsa scompare. I suoi documenti scompaiono. Rimane il disegno che Renato Guttuso aveva preparato per il primo maggio, su sua richiesta: un autoritratto del pittore che disegna la colomba di Picasso. Simbolo vecchio e nuovo di quella battaglia.
«È morto sulla via di Comiso», dirà anni dopo l’avvocato Sorrentino, che lo aveva rappresentato nel processo. «La mafia ha premuto il grilletto, ma la morte fu voluta da strutture politico-militari occulte». Come diceva Falcone: nei grandi delitti c’è sempre la convergenza del molteplice.
In quel movimento, accanto ai comunisti e ai nonviolenti, c’erano i cattolici. Le Acli siciliane erano — come ricorda il cronista Vincenzo Vasile — «la punta di diamante della mobilitazione». La petizione per la sospensione dei lavori raccolse un milione di firme in Sicilia anche grazie alle parrocchie, ai sagrati, alle domeniche di popolo. Pio La Torre lo aveva capito prima ancora di lanciare la raccolta di firme: era andato in segreto dal cardinale Pappalardo, aveva ottenuto l’appoggio della Chiesa siciliana. Il primo giorno, al Circolo della Stampa, una sfilata inattesa di monache aveva firmato il registro. Era un segnale. La pace non aveva una sola divisa.
Ed è in questo contesto che va letta la fotografia del giovane Prevost. Un agostiniano americano, in quel momento in formazione, che sceglie di stare tra quella gente. Che impara, forse, che la fede non si esercita solo tra le navate di una chiesa, ma anche sul selciato di una città siciliana che ha deciso di dire no alla logica della morte.
Oggi Papa Leone XIV litiga con Donald Trump. Il presidente americano lo accusa di «non capire cosa sta succedendo». E forse è vero — ma nel senso opposto a quello che intende Trump. Leone XIV capisce cosa succede quando le bombe cadono sulle città. Capisce cosa significa, per una comunità, vivere all’ombra di una base missilistica. Lo ha visto. Lo ha vissuto. Aveva le scarpe polverose di Comiso.
Quarantaquattro anni fa, i missili Cruise furono installati nonostante tutto. Tutti i 112 erano operativi dal 30 giugno 1983. Il movimento non riuscì a fermarli. Ma contribuì — insieme agli «strappi» di Berlinguer, alla pressione delle piazze europee, alla ostinazione di uomini come La Torre — a tenere viva una trattativa che altrimenti sarebbe morta. L’8 dicembre 1987, Reagan e Gorbaciov firmarono l’accordo sugli euromissili. La base di Comiso fu smantellata. Oggi quell’aeroporto porta il nome di Pio La Torre.
Non è una vittoria. È qualcosa di più complicato e di più vero: è la prova che la storia non è mai scritta in anticipo, che la resistenza ha senso anche quando non vince subito, che una fotografia scattata in un momento di sconfitta può tornare, decenni dopo, a dire qualcosa di necessario.
La colomba di Picasso che Guttuso stava disegnando il primo maggio del 1982 non è mai atterrata. Ma non ha smesso di volare.

