Leone XIV inizia il suo viaggio in Camerun dagli ultimi con la sfida del Vangelo

C’è un’immagine che vale più di qualunque discorso diplomatico. Un uomo anziano, vestito di bianco, che entra in un orfanotrofio di Yaoundé e dice a dei bambini soli: «Il vostro Fratello maggiore è Gesù». Non una formula, non un protocollo. Una promessa fatta a chi non ha nessuno a cui aggrapparsi.

Papa Leone XIV è arrivato in Africa — Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale — in un momento in cui il mondo sembra aver perso l’abitudine all’ascolto. Mentre i grandi della Terra si scambiano ultimatum e minacce di dazi, mentre le diplomazie bruciano ponti con la stessa velocità con cui una volta li costruivano, un vecchio vescovo di Roma sale su un aereo e va a trovare i bambini di Ngul Zamba. È un gesto piccolo e immenso insieme.

Al Palazzo Presidenziale, lo stesso giorno, aveva parlato ai potenti con la lingua dei potenti — citando Sant’Agostino, richiamando il diritto internazionale, esortando alla trasparenza, alla lotta alla corruzione, al rispetto dello Stato di diritto. Parole necessarie, giuste, impegnative. «Coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano»: milleseicentoanni di filosofia politica cristiana condensati in una frase che ogni capo di Stato del pianeta dovrebbe rileggere ogni mattina prima di alzarsi dalla scrivania.

Ma è nell’orfanotrofio che il discorso si fa carne. È lì che la teologia smette di essere astrazione e diventa carezza. «Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite» — detta a un bambino che ha perso i genitori, a una bambina che ha conosciuto il rifiuto e l’abbandono, questa frase non è retorica. È sfida. È la cosa più rivoluzionaria che si possa dire a chi il mondo ha già convinto di non valere nulla.

Leone XIV porta con sé, in questo viaggio africano, qualcosa che i suoi predecessori gli hanno lasciato in eredità e che lui sembra aver fatto proprio fino in fondo: la convinzione che la Chiesa non esiste per benedire chi sta in piedi, ma per sollevare chi è caduto. Giovanni Paolo II portò speranza in un continente che ne aveva bisogno come dell’aria. Benedetto XVI parlò di riconciliazione con la precisione del teologo. Leone XIV sembra voler fare entrambe le cose — e farlo con quella semplicità disarmante che è il segno dei grandi.

Il Camerun che ha accolto il Papa è un Paese che conosce le contraddizioni: un boom economico che non ha ancora raggiunto tutti, tensioni nel Nord-Ovest e nel Sud-Ovest che continuano a fare vittime, una gioventù brillante e frustrata che troppo spesso deve scegliere tra l’esilio e l’emarginazione. «Investire nell’istruzione e nella formazione dei giovani è una scelta strategica per la pace», ha detto il Papa ai governanti. Non è un consiglio. È un’equazione. Senza giovani con un futuro, nessuna stabilità regge.

E poi c’è quella frase rivolta alle suore e agli educatori dell’orfanotrofio, quella che forse passa inosservata nei resoconti ufficiali ma che dice tutto: «Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio». Non i capi di Stato. Non i banchieri. Non i generali. Le suore di un orfanotrofio di Yaoundé. È lì, secondo Leone XIV, che passa la storia del mondo.

In un’epoca in cui Trump insulta i Papi e i leader si misurano in termini di potere di fuoco, c’è qualcosa di profondamente sovversivo in un uomo che percorre tremila chilometri per stringere al cuore dei bambini che nessuno vuole. Non lo fa per le telecamere — o almeno, non solo. Lo fa perché crede davvero che «nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato, per quanto piccolo possa essere».

Che Dio benedica il Camerun, ha detto il Papa alla fine del suo discorso ufficiale. E che Dio assista Leone XIV, verrebbe da aggiungere — in questo viaggio e in tutti gli altri che lo aspettano, in un mondo che di tenerezza ha un bisogno disperato.