L’abisso e la luce
C’è qualcosa di antico, quasi archetipico, nell’immagine di uomini intrappolati sottoterra. Prima che arrivino le telecamere, i comunicati, i sommozzatori con le loro bombole e i loro neoprene, c’è solo il buio, l’acqua che sale, e il tempo che si dilata fino a perdere forma.
Cinque cercatori d’oro in una grotta del Laos centrale. Entrati per inseguire il metallo prezioso, rimasti prigionieri di una pioggia che nessuno aveva previsto. Una settimana nell’oscurità, affamati e deboli, con addosso soltanto qualche torcia da lavoro. Eppure vivi. E quella parola — vivi — ha fatto piangere i soccorritori quando è arrivata la conferma, trecentometri dentro la roccia.
Viene naturale pensare ai ragazzi di Tham Luang, i dodici calciatori tailandesi del 2018, perché il mondo ha bisogno di precedenti per orientarsi nell’inimmaginabile. E perché uno dei sommozzatori che allora li tirò fuori — il finlandese Mikko Paasi — è lì anche adesso, nelle stesse acque fangose, nello stesso tipo di tunnel stretto meno di sessanta centimetri. Come se certe persone fossero condannate, o chiamate, a scendere là dove gli altri non possono.
Ma la vera domanda non è tecnica. Non riguarda le pompe, i rifornimenti, le maschere di ossigeno. Riguarda il motivo per cui quegli uomini erano entrati in quella grotta. Le autorità li avevano avvertiti. Eppure l’oro aveva appena alzato il prezzo, e il prezzo dell’oro è sempre stato più eloquente di qualsiasi ordinanza comunale.
C’è una linea sottile, spesso invisibile, tra il coraggio e la disperazione. Tra chi rischia perché può permettersi di rischiare, e chi rischia perché non può permettersi di non farlo. I cercatori d’oro del Laos stavano probabilmente percorrendo quella seconda strada. E adesso, nel buio umido di una grotta allagata, aspettano che qualcuno li riporti indietro.
Paasi ha scritto su Facebook dell’ambiente “estremamente remoto e ostile”, dei rischi di crollo, dell’aria contaminata. Lo ha scritto con la calma di chi conosce bene l’abisso e sa che l’unica risposta sensata è scenderci di nuovo. “Dobbiamo tornare indietro e portare loro altri rifornimenti”, ha detto appena emerso, ancora grondante. Nessuna retorica. Solo la prossima immersione da pianificare.
In fondo, ogni salvataggio è anche una storia sul linguaggio. Sul fatto che certe parole — sani, vivi, illesi — valgono più di qualsiasi altra cosa quando arrivano dall’oscurità. E che il silenzio, nell’attesa, pesa come la roccia sopra la testa.
Due dei sette non sono stati ancora trovati. E su di loro, per ora, c’è solo quel silenzio.
