Leone XIV all’Angelus riflette sulla solennità odierna della Santissima Trinità

C’è qualcosa di commovente nell’immagine di un uomo potente che bussa a una porta di notte. Nicodemo — membro del Sinedrio, uomo rispettato, depositario della Legge — non arriva a Gesù in corteo, con il peso della sua autorità. Arriva nell’ombra, quasi di soppiatto, con il passo incerto di chi non sa bene cosa sta cercando ma sa con certezza che qualcosa gli manca. È la postura universale della ricerca: quella di chi ha tutto e avverte, proprio per questo, il vuoto.

Papa Leone XIV ha scelto questa figura — questa notte, questa soglia — per aprire la riflessione sulla solennità della Santissima Trinità, domenica 31 maggio in piazza San Pietro. E la scelta rivela una sensibilità pastorale precisa: non si comincia dal dogma, dall’astrattezza speculativa dei misteri teologici, ma dall’uomo concreto che tende verso Dio senza ancora sapere il nome di ciò verso cui tende.

Il Vangelo di Giovanni che la liturgia propone in questo giorno è una delle vette della letteratura spirituale di ogni tempo. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» — quattordici parole che contengono l’intero senso del cristianesimo. Leone XIV vi si sofferma con quella che si potrebbe definire una teologia della non-condanna: Dio non è venuto a fare i conti con l’umanità, non è il giudice severo che attende l’errore per colpire. È, semmai, l’opposto. È il Padre che manda il Figlio perché il mondo sia salvato. La distinzione non è sottile: è abissale.

Eppure quante volte la religione — storicamente, ma anche nei cuori individuali — ha finito per costruire l’immagine esattamente contraria? Un Dio contabile dei peccati, architetto di castighi, dispensatore di paure. Nicodemo stesso apparteneva a un sistema religioso che talvolta scivolava in questa direzione: il Sinedrio che, nel Vangelo, «sentì parole di disprezzo verso Gesù». Ed è significativo che il Papa ricordi come Nicodemo, avendo ricevuto lo Spirito della comunione, «invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo». La grazia trasforma prima di tutto il modo in cui guardiamo.

La Trinità — mistero che la ragione lambisce ma non abbraccia — viene così presentata non come un teorema da dimostrare ma come una casa in cui entrare. «Siamo a casa, come Nicodemo si sentì a casa presso Gesù»: è una delle immagini più tenere dell’intero discorso. La vita di Dio non è una fortezza inaccessibile ma uno spazio aperto, «comunione dinamica, inesauribile, feconda», che si dilata per includerci. Lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è lo stesso che è stato «riversato nei nostri cuori»: la formula paolina risuona qui con tutta la sua portata rivoluzionaria. Non siamo spettatori del mistero trinitario. Ne siamo, per grazia, partecipi.

Viene in mente Agostino — il grande cercatore notturno per eccellenza, lui che pure bussò a lungo prima di trovare — quando scriveva che il cuore è inquieto finché non riposa in Dio. Leone XIV riprende questa inquietudine quasi con le stesse parole, e la risolve nello stesso modo: non con un’idea, ma con un incontro. Non con una dottrina, ma con una presenza.

In fondo, l’elzeviro più antico e più bello su questo tema l’ha scritto Giovanni nell’ultimo versetto del prologo del suo Vangelo: «Dio, nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato». Tutto il resto è commento. Anche questo.