Leone XIV ricorda dall’Africa Papa Francesco. Celebrazioni a S. Maria Maggiore
C’è un’immagine che vale più di qualsiasi discorso ufficiale. Leone XIV è su un aereo, da qualche parte sopra l’Africa, tra l’Angola e la Guinea Equatoriale. Fuori dai finestrini c’è il cielo del continente che Francesco aveva amato e visitato più volte, il continente che Leone ha scelto come prima destinazione del suo pontificato. E il Papa — l’americano di Chicago che porta un nome romano — si ferma con i giornalisti e parla del suo predecessore con una semplicità che spiazza: «Innanzitutto vorrei ricordare in questo primo anniversario della sua morte Papa Francesco, che ha lasciato e donato tanto alla Chiesa con la sua vita, la sua testimonianza, la sua parola e i suoi gesti. Tante volte quello che ha fatto vivendo veramente la vicinanza ai più poveri, ai più piccoli, ai malati, ai bambini, agli anziani».
Non è un’orazione funebre. È un ricordo detto in volo, quasi sottovoce, come si ricordano le persone che si sono amate davvero.
A Roma, intanto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, il cardinale Giovanni Battista Re celebrava la Messa per il primo anniversario. Sopra la tomba di Francesco c’è la riproduzione della croce pettorale che lo ha accompagnato per gran parte della vita, abbellita con fiori bianchi e gialli, custodita dalle guardie svizzere e dai gendarmi. Da un anno è meta di pellegrinaggio. Una rosa bianca poggiata accanto al nome «Franciscus»: segno di ciò che non appassisce, di ciò che non muore.
Francesco aveva scelto quella basilica per essere sepolto. «Nella terra, semplice, senza particolare decoro». Era andate lì 126 volte a pregare davanti alla Salus Populi Romani. Aveva voluto restare vicino a quella Madonna, nell’ultima casa come in tutte le altre. È la coerenza dei santi: non cambiano registro nemmeno nell’atto finale.
Il messaggio che Leone XIV ha inviato alla celebrazione — letto dal cardinale Re davanti ai fedeli riuniti nella basilica — contiene una frase che merita di essere fermata e guardata con attenzione: «La morte non è un muro, ma una porta che si spalanca sulla Misericordia che Papa Francesco ha instancabilmente annunciato». È una frase teologicamente precisa e pastoralmente bellissima. La morte come porta: non come fine, non come interruzione, ma come apertura verso ciò che Francesco aveva predicato per tredici anni. La Misericordia — maiuscola, quella di Dio — che attende dall’altra parte di quella porta. Francesco che entra nella sua stessa predicazione, che diventa ciò che ha sempre annunciato.
Leone XIV scrive che Francesco ha concluso il suo cammino terreno «in quella gioia del Vangelo che ha ispirato una tra le più incisive sue Esortazioni Apostoliche», l’Evangelii Gaudium. È morto, dunque, nella gioia. Non nella rassegnazione, non nel tramonto: nella gioia. È il Lunedì dell’Angelo, il giorno dopo la Pasqua, il giorno in cui la liturgia celebra il Cristo risorto che cammina accanto ai discepoli di Emmaus senza essere riconosciuto. Un giorno scelto — se si può dire così — con il gusto del simbolo che Francesco aveva sempre coltivato.
In Guinea Equatoriale, davanti alle autorità di un paese governato da quarantasei anni dallo stesso presidente, Leone XIV ha fatto qualcosa di preciso e coraggioso: ha citato Francesco direttamente, facendo proprie le sue parole: «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide». Non ha parafrasato, non ha attenuato: ha preso la frase più tagliente del predecessore e l’ha pronunciata in faccia a chi detiene il potere. È il modo migliore di ricordare qualcuno: continuare quello che ha iniziato, nel posto più scomodo possibile.
Un anno. È poco per capire un pontificato e molto per cominciare a sentirne la mancanza. Francesco era divisivo — lo è stato fino all’ultimo, e probabilmente lo sarà ancora per decenni — ma era vivo in un senso che trascende la politica ecclesiale. Era vivo come lo sono le persone che hanno deciso di non risparmiarsi, che hanno scelto di spendere tutto ciò che avevano fino in fondo, senza gestione della propria immagine, senza calcolo della propria eredità. Il cardinale Re, aprendo la celebrazione, ha detto: «Ad un anno dal passaggio da questa terra alla casa del Padre, il ricordo vivo di Francesco è nei pensieri e nei cuori di tutti. Dall’Africa il Papa si unisce a noi ed è spiritualmente presente con noi».
Dall’Africa. È giusto che sia così. Francesco era convinto che la Chiesa del futuro avrebbe avuto il suo baricentro a Sud. Leone XIV sembra condividere quella convinzione e la sta abitando fisicamente, con il corpo, sopra i cieli africani, nel giorno in cui Roma ricorda il predecessore.
Su X, Leone ha scritto: «Raccogliamo la sua eredità proclamando sempre la gioia del Vangelo, annunciando la misericordia di Dio e promuovendo la fratellanza tra tutti gli uomini e le donne del mondo». Sono parole semplici. Forse troppo semplici per chi cerca la discontinuità, la svolta, il nuovo corso. Ma i pontificati non si giudicano dalle parole dei comunicati: si giudicano dai gesti, dai viaggi, dalle persone visitate, dalle porte aperte e da quelle tenute chiuse.
Francesco ha scelto Santa Maria Maggiore. Una rosa bianca che non appassisce. Una porta spalancata sulla Misericordia.
Leone è sopra l’Africa, e ricorda.
