Roma, Associazione Culturale Imam Mahdi · 6 giugno 2026

All’Associazione Culturale Imam Mahdi di Via Spello, sabato 6 giugno 2026, tre voci molto diverse si sono sedute attorno allo stesso tavolo per interrogare il pensiero di Khomeini sulla pace e sulla giustizia. Il Prof. Adolfo Morganti, presidente dell’Associazione Identità Europea, portava la prospettiva del pensiero politico occidentale e della sua crisi di legittimità. Lo Sheykh Damiano Abbas Di Palma, presidente dell’Associazione Islamica Imam Mahdi di Roma, portava la conoscenza interna dello sciismo e la pratica quotidiana del dialogo interreligioso. Padre Alfonso Bruno, sacerdote dei Frati Francescani dell’Immacolata, docente di giornalismo, portava l’esperienza di sedici anni di vita missionaria, di dialogo interculturale e di rettore di uno studentato internazionale.

Nel corso del suo intervento, P. Bruno ha sollevato una questione che andava oltre la commemorazione e oltre la valutazione storica: che cosa c’è di strutturalmente originale in Khomeini rispetto alla tradizione sciita? Non un giudizio, ma una domanda scientifica. La risposta passa attraverso una distinzione che quella stessa tradizione porta in sé: da un lato il ‘velāyat-e faqīh’, il governo del giureconsulto islamico teorizzato da Khomeini, che fa dello Stato la forma storica attraverso cui la giustizia di Dio si realizza nell’attesa del ritorno dell’Imam nascosto; dall’altro la posizione del Grande Ayatollah al-Sistani, che concepisce l’intervento del religioso nel politico in forme diverse: non il governo diretto, ma la guida della coscienza dei fedeli, la difesa della dignità umana, e — quando necessario — la mobilitazione esplicita.

Su quest’ultimo punto la sala ha reagito con vivacità, e giustamente. La fatwa del 2014 con cui al-Sistani ha chiamato i fedeli alla difesa dell’Iraq contro l’avanzata dell’ISIS — il ‘jihad kifāʾī’, il dovere collettivo di difesa — non è un atto di ritiro dal mondo: è uno dei pronunciamenti religiosi più pesanti politicamente dell’islam contemporaneo, che ha mobilitato centinaia di migliaia di uomini e cambiato le sorti di una guerra. Etichettare la posizione di Sistani come “quietismo” sarebbe impreciso e ingeneroso. La distinzione con Khomeini non è tra chi interviene e chi si ritira: è una distinzione più sottile, che riguarda la forma istituzionale di quell’intervento.

Khomeini ha compiuto una rottura epistemologica all’interno dello sciismo: ha trasformato l’attesa escatologica dell’Imam in un mandato politico immediato, fondando su di esso un apparato statale. È questa — ha argomentato P. Bruno — la vera novità strutturale: non la presenza del religioso nel politico, che la tradizione sciita ha sempre conosciuto, ma la sua identificazione con lo Stato moderno come istituzione permanente di governo.

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A questo punto una domanda dal pubblico ha aperto la riflessione più densa della serata: questa identificazione tra sacro e Stato è una scelta contingente, legata alle circostanze della Rivoluzione del 1979, oppure porta con sé una tensione interna che la tradizione religiosa stessa dovrebbe saper riconoscere?

P. Bruno ha risposto con uno sguardo che la sua biografia missionaria autorizza in modo particolare. Ha avviato il ragionamento non da Qom, ma da Canossa: Enrico IV scalzo nella neve nel gennaio del 1077, in attesa che Gregorio VII gli restituisse la comunione. Una scena che molti leggono come il trionfo dell’autorità spirituale sul potere temporale, e che P. Bruno ha riletto invece come il momento in cui quella stessa autorità spirituale ha cominciato ad assorbire le categorie del potere che intendeva giudicare. La legittimità politica che dipende dall’investitura religiosa non eleva la politica: trasforma la religione.

La mossa metodologicamente decisiva è stata applicare questo sguardo prima di tutto alla propria tradizione. “Ascoltando questo, noi cristiani non dovremmo sentirci estranei. Dovremmo sentirci a disagio per ragioni diverse: perché lo abbiamo già fatto.” Le Crociate, l’Inquisizione, il potere temporale dei papi, le guerre di religione: in ciascuno di questi casi la forma istituzionale è sopravvissuta alla sua ispirazione originaria. Rimane la norma; scompare la grazia. Questa non è una critica rivolta a Khomeini dall’esterno: è una domanda che ogni tradizione religiosa che si misura con il potere deve saper porre a se stessa.

La controprova storica P. Bruno l’ha trovata nell’incontro del marzo 2021 a Najaf: Papa Francesco che bussa alla porta di una casa modesta, al-Sistani che si alza in piedi. Due figure religiose di prima grandezza, entrambe capaci per questo di un incontro che non è protocollare ma reale. Francesco porta ‘Fratelli tutti’ e la proposta di una fratellanza universale costruita dal basso; Sistani porta il peso di una teologia che distingue tra l’intervento nella storia — che non rifiuta, come la fatwa del 2014 dimostra — e la gestione dello Stato come istituzione permanente di governo.

Non si tratta di opporre un modello all’altro, come se uno fosse superiore. Si tratta di riconoscere che la domanda di Khomeini — può esistere pace senza giustizia? può la fede restare indifferente alla storia? — è una domanda giusta e urgente, che ogni credente dovrebbe portare con sé come uno spigolo scomodo. La questione aperta è quella dei mezzi: e su questa, le tradizioni religiose che hanno attraversato il potere e ne hanno misurato i costi parlano con una voce che merita ascolto.

Il contributo di P. Bruno al convegno non ha aggiunto una fonte nuova al dossier khomeinista. Ha fatto qualcosa di diverso: ha usato la propria biografia — Roma, Anapolis, Cotonou — come strumento ermeneutico, dimostrando che l’esperienza intercontinentale, quando è accompagnata da studio rigoroso, produce uno sguardo comparativo che le specializzazioni settoriali faticano a raggiungere da sole. La domanda del pubblico ha trovato risposta non in un manuale, ma in una vita.

E la pace — quella vera, non quella amministrata — continua ad abitare nei luoghi in cui qualcuno rinuncia alla gestione del potere per testimoniare qualcosa di più grande. La pace come opera artigianale e quotidiana: così ‘Fratelli tutti’, così al-Sistani a Najaf, così, in ultima analisi, la più antica risposta francescana alla domanda più moderna dell’Imam.

Seyyed Reza Mousavi


Convegno «Teologia della Giustizia e Rivoluzione per la Pace» · Associazione Culturale Imam Mahdi, Roma, 6 giugno 2026.

Relatori: Prof. Adolfo Morganti · Sheykh Damiano Abbas Di Palma · Padre Alfonso Bruno FI