Leone XIV celebra la S. Messa a Madrid nella solennità del Corpus Domini e poi va in processione col Santissimo
C’è una scena che i pittori barocchi spagnoli conoscevano bene: l’ostensorio che avanza tra due ali di folla, i petali sul selciato, le candele che tremano nell’aria di giugno. Il Corpus Domini in Spagna non è mai stato semplicemente una festa liturgica. È stato, per secoli, il momento in cui una civiltà si riconosceva davanti al proprio centro. Leone XIV lo sa, e lo dice senza nostalgia ma con la precisione di chi ha imparato a distinguere tra memoria viva e museo.
Alla Plaza de Cibeles, davanti alla dea delle acque su quel carro leonino che Madrid ha fatto simbolo di ogni vittoria, il Papa ha celebrato il Corpus Domini con una omelia che non concede nulla al folclore. «Non si tratta di una sopravvivenza folkloristica», dice esplicitamente, come se volesse liberare la tradizione dai suoi stessi ammiratori — da coloro che la amano per la bellezza dei tappeti floreali e degli ostensori dorati, dimenticando che sotto c’è una teologia scomoda: il Dio che esce dal tempio per camminare tra i poveri.
Perché è questo il cuore dell’omelia, il punto in cui la devozione eucaristica smette di essere estetismo sacro e diventa programma: «Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati». La processione non è trionfo — è visita. Non è parata del sacro, ma movimento del Signore verso le periferie. La teologia di Leone XIV è qui inequivocabile, e coincide con quella linea che da Francesco in poi attraversa il pontificato romano: la liturgia non è fine a se stessa, è il luogo dove ci si lascia trasformare per uscire.
Il Papa sceglie due testimoni spagnoli, e la scelta è tutt’altro che casuale. Il primo è Manuel González García — «il vescovo dei tabernacoli abbandonati», figura oggi quasi dimenticata fuori dalla Spagna devota, che passò la vita a risvegliare la presenza eucaristica nelle chiese di campagna dove nessuno più sostava. Un vescovo dei margini, insomma, della fede stanca e dispersa. Il secondo è Giovanni della Croce, ma non il mistico dei trattati — è il Giovanni della Croce della prigione di Toledo, quello che nel buio della cella conventuale, proprio nei giorni del Corpus Domini del 1578, scriveva di una fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte. La notte non è assenza di Dio: è la condizione in cui la sua presenza si riconosce senza abbagliare, senza imporsi con spettacolo.

È quasi una risposta indiretta alla domanda che i giovani gli avevano posto la sera prima: come si riconosce la voce di Dio? Nel silenzio, aveva detto. Ora aggiunge: nel buio. La fede non si nutre di manifestazioni trionfali. Si nutre — e qui il linguaggio eucaristico diventa quasi fisico — di un pane che sazia proprio perché spezzato, di una fonte che disseta proprio perché nascosta.
Il versetto del Deuteronomio che apre la liturgia — ricordati di tutto il cammino — riceve nell’omelia una lettura anti-nostalgica: ricordare non per fermarsi al passato, ma per non dimenticare chi si è e di cosa si ha fame. La religiosità storica della Spagna, dice Leone XIV, «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi». La differenza tra museo e scuola è la differenza tra chi guarda e chi impara, tra chi conserva e chi viene trasformato.
C’è infine una parola politica — nel senso più alto del termine — che attraversa tutta l’omelia: costruzione del bene comune. Il Corpus Domini non è un rito privato. Chi si inginocchia davanti all’ostensorio, dice il Papa, non può restare indifferente davanti al fratello. La liturgia o genera impegno nella storia, o diventa idolatria di se stessa.
Cibeles guardava, come sempre, con i suoi occhi di pietra. Ma quella mattina di giugno, sotto il sole di Madrid, l’ostensorio passava tra la gente come passa un argomento irrefutabile: non si può fingere di non averlo visto.

