Potere e sregolatezza: La geopolitica perde le categorie normali

Al Pentagono convocano il Nunzio Apostolico e gli spiegano che il Papa rischia l’esilio. Un analista serio dice in diretta che Trump potrebbe non finire il mandato. La pace in Iran entro aprile. Siamo entrati in un tempo in cui le frasi più inverosimili sono anche le più vere

C’è un momento preciso in cui una conversazione geopolitica smette di essere analisi e diventa qualcosa di più inquietante: il momento in cui chi parla non esagera, non provoca, non cerca l’effetto — e ciò che dice suona comunque come la trama di un romanzo scritto male. Quel momento è adesso. E quel momento dura da mesi.

Partiamo dall’episodio più rivelatore, quello che in un altro tempo sarebbe stato uno scandalo di prima pagina per settimane e che invece scivola via come una notizia tra le altre: il 22 gennaio 2026 il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby convoca al Pentagono il cardinale Christophe Pierre, allora nunzio apostolico negli Stati Uniti. Gli viene fatta — questa è l’espressione che circola — una lavata di capo per le posizioni del Papa sulla guerra. E gli viene comunicato, con la chiarezza propria di chi non ha bisogno di metafore, che se il Pontefice continua su quella strada finisce ad Avignone.

Avignone. 1309-1377. Il Papa prigioniero del re di Francia, la sede apostolica trasferita per settant’anni sotto l’ala di un potere temporale. Chi ha pronunciato quella minaccia sapeva benissimo cosa stava dicendo. Non era un’uscita improvvisata: era un messaggio codificato nella storia, consegnato attraverso canali diplomatici, a un rappresentante della Santa Sede, negli uffici del ministero della Difesa americano.

Fermiamoci un momento su questa immagine. Non sulla sua inverosimiglianza — che pure è enorme — ma sulla sua logica interna. Perché essa rivela qualcosa di preciso: siamo di fronte a un potere che non si preoccupa più di sembrare ragionevole. Che non calcola il costo simbolico delle proprie parole. Che ha smesso di distinguere tra ciò che si può dire e ciò che si deve tacere, non per incontinenza verbale ma per scelta deliberata di intimidazione totale.

Un potere che minaccia il Papa con l’esilio medievale non sta facendo politica estera. Sta testando i limiti — propri e altrui.

papa ad avignone

E poi c’è la questione del mandato. Un analista di lungo corso, direttore di una delle più autorevoli riviste geopolitiche italiane, dice in diretta che Trump potrebbe non finire il suo mandato — non per sconfitta elettorale, ma per rimozione anticipata attraverso il Venticinquesimo Emendamento, lo strumento costituzionale che consente di dichiarare un presidente incapace di svolgere le proprie funzioni. E aggiunge, con quella pacatezza propria di chi ha visto molte cose, che questa discussione è già in corso all’interno del suo stesso partito, all’interno del movimento MAGA.

Il Venticinquesimo Emendamento è barocco e quasi incomprensibile, come viene detto — ma il punto non è il meccanismo giuridico. Il punto è che si stia parlando di questo. Che si usi quella parola — incapace — a proposito del presidente degli Stati Uniti in esercizio. Che l’unica rassicurazione disponibile venga dagli apparati militari e dell’intelligence che, ci si augura, si opporrebbero agli ordini più estremi.

Una rassicurazione, questa, che è anche la diagnosi più allarmante possibile: la tenuta del sistema democratico affidata non alle istituzioni elettive ma alla resistenza silenziosa dei corpi tecnici. Non alla politica, ma ai generali che decidono di non obbedire. È la stessa logica che si applica alle autocrazie — solo invertita di segno.

Nel mezzo di tutto questo, Giorgia Meloni tace. E il silenzio, si osserva, potrebbe anche essere una forma di saggezza — il rifiuto di ricucire quando non c’è niente da ricucire, la presa d’atto che il rapporto personale tra leader non si traduce in benefici concreti: né investimenti aumentati, né clima atlantico migliorato, né posizione italiana rafforzata. L’amore geopolitico, come quello romantico, produce talvolta solo costi e nessun dividendo.

E poi c’è la pace in Iran dichiarata da Trump entro la fine di aprile 2026. Due settimane, al momento in cui viene pronunciata quella frase. Una pace che nessuno sta guadagnando dalla guerra che la precede — né l’America, né i suoi alleati, né tantomeno i suoi avversari. Una pace che sarebbe razionale, se vigessero ancora categorie normali in politica. La locuzione è precisa e va tenuta: se ancora vigessero delle categorie normali. Non vigono più. E in un mondo senza categorie normali, anche un pronostico credibile è aleatorio come una previsione del tempo in montagna.

C’è una vertigine specifica nel leggere o ascoltare questo tipo di analisi nel 2026. Non è la vertigine dell’ignoto — è la vertigine del riconoscibile. Tutto quello che viene detto ha una logica, una coerenza interna, una radice storica verificabile. Avignone è esistita. Il Venticinquesimo Emendamento esiste. Il 24% di consenso alla guerra è un dato reale. La convocazione del Nunzio è uno scoop giornalistico circostanziato di freepress.

Il problema non è che queste cose siano incredibili. Il problema è che sono credibili, e che la loro credibilità ci costringe a vivere in un presente che somiglia a un’ucronia — a una storia alternativa in cui qualcosa, a un certo punto, è andato diversamente da come avrebbe dovuto.

Lucio Caracciolo chiude ricordando il nuovo numero di Limes: In trappola. Non occorre commentare il titolo. Si commenta da solo, con la forza delle cose.

La trappola non è quella di un singolo paese, di una singola alleanza, di un singolo leader imprevedibile. È la trappola di un sistema di relazioni internazionali che ha perso i propri anticorpi — le norme condivise, il linguaggio diplomatico, la distinzione tra ciò che si minaccia e ciò che si fa — e che ora procede per inerzia verso un punto che nessuno sa nominare con precisione, ma che tutti, a modo loro, sentono avvicinarsi.

In trappola, appunto.

E la cosa più inquietante non è la trappola. È che ci siamo entrati senza accorgercene, mentre eravamo occupati a discutere di altro.