Il capo del Pentagono guida una preghiera con un versetto di Tarantino. L’arroganza del potere incontra l’ignoranza sacra

C’è un diaframma sottilissimo — quasi una membrana trasparente — tra chi non sa e chi non vuole sapere. Tra chi cita per ignoranza e chi cita per arroganza. Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha attraversato quel diaframma davanti a una platea militare, recitando Jules Winnfield di Pulp Fiction come fosse il profeta Ezechiele. E il bello — o il tragico — è che forse lo sapeva benissimo.

C’è una forma sottile di blasfemia che non riguarda Dio, ma la ragione. Non offese al cielo, ma al buon senso. È la blasfemia di chi prende un testo — sacro, letterario, filosofico, non importa — e lo plasma a propria immagine e somiglianza, ritagliandolo come un sarto improvvisato che cuce un abito da cerimonia con toppe di mercato.

Pete Hegseth, capo del Pentagono, uomo di potere e di preghiera dichiarata, ha guidato una funzione religiosa al cospetto dei vertici militari americani citando quello che ha presentato come un versetto ispirato a Ezechiele 25,17. Il testo, declamato con solennità, recitava di «uomini malvagi», di «valli dell’oscurità», di «grande vendetta e furiosa ira». Parole potenti. Parole antiche. Parole, tuttavia, scritte da Quentin Tarantino e Roger Avary per un killer cinematografico che le pronuncia prima di sparare a bruciapelo.

Il versetto originale di Ezechiele — quello vero, quello nella Bibbia — è assai più sobrio: «E farò su di loro grande vendetta con castighi furiosi; e sapranno che io sono il Signore». Stop. Niente cameratismo, niente aviatori abbattuti, niente «Sandy 1». Quello che Hegseth ha recitato era, nella sostanza, la versione hollywoodiana gonfiata, modificata nei nomi propri e adattata alla circostanza militare — con la stessa disinvoltura con cui un predicatore di provincia potrebbe cucire versetti di Paolo di Tarso con frammenti di Braveheart.

Fin qui, si potrebbe liquidare la faccenda come una gaffe, una distrazione, un malinteso culturale. Accade. La cultura popolare ha una forza gravitazionale potente e molte citazioni celebri si travestono, col tempo, da aforismi senza paternità. Quante persone hanno attribuito a Churchill frasi di oscuri romanzieri? Quante hanno citato Einstein su cose che Einstein non ha mai detto?

Ma qui il caso prende una piega diversa, e più inquietante. Il portavoce Sean Parnell ha dichiarato che chiunque sostenga che Hegseth abbia citato erroneamente Ezechiele «sta diffondendo fake news». Ovvero: non è stato un errore. Era consapevole. Lo sapeva.

Ed è esattamente questo il punto su cui vale la pena soffermarsi.

Perché se lo sapeva, la questione non è più di ignoranza — quella sarebbe quasi perdonabile, persino commovente nella sua ingenuità. La questione diventa di uso strumentale del sacro. Di brandire una Bibbia — o la sua ombra cinematografica — come si brandisce uno stemma, un gagliardetto, un’identità. Non per fede, ma per effetto. Non per devozione, ma per impatto retorico. Il versetto di Tarantino «suona bene», come ammette il film stesso: spietato, arcaico, apocalittico. Perfetto per un discorso ai militari. Perfetto per sentirsi Jules Winnfield in uniforme.

Questa è la sottile linea di cui vale la pena parlare: non quella tra ignoranza e stupidità, che è spesso una questione di gradazione, ma quella tra chi usa il sacro perché ci crede e chi lo usa perché funziona. Tra la fede come radice e la fede come strumento. Tra il versetto come luce interiore e il versetto come slogan da comizio.

Non è un fenomeno nuovo, né esclusivamente americano. La storia è piena di condottieri che hanno marciato con croci, mezzalune o stelle come se fossero scudi magici, piegando testi millenari alle proprie convenienze belliche o politiche. Il sacro ha una malleabilità pericolosa: si lascia piegare, interpretare, adattare. E chi lo piega con sufficiente sicurezza raramente viene contraddetto, perché l’autorità del testo sacro è difficile da mettere in discussione senza sembrare irriverenti.

Hegseth, del resto, non è nuovo a questo registro. Il mese prima aveva pregato pubblicamente affinché le truppe potessero esercitare una «schiacciante violenza d’azione contro coloro che non meritano pietà». Una preghiera di guerra pura, nella quale la misericordia — da sempre al cuore del messaggio evangelico — veniva esplicitamente esclusa per decreto.

Il ridicolo e il reale, in tutto questo, si sfiorano con disagio. C’è qualcosa di grottesco nell’immagine di un segretario alla Difesa che recita Jules Winnfield in una cappella militare. Ma c’è qualcosa di meno comico, e più serio, nel fatto che nessuno in quella stanza abbia alzato la mano.

Forse perché la sacralità dell’uniforme ha sostituito quella del testo. Forse perché, quando il potere parla con voce tonante e cita versetti — veri o falsi — la platea abbassa gli occhi e mormora «amen».

E abbatterò su di te grande vendetta, direbbe Jules. O Ezechiele. O Tarantino. Ormai fa poca differenza: l’importante è che suoni come la verità.

Quando il sacro diventa un costume e la Bibbia uno schermo su cui proiettare sé stessi