Il lessico dello scudo

C’è una forma di involontaria crudeltà propria dei giusti che si credono in pace con la storia. Erri De Luca — poeta della pietra, traduttore dall’ebraico, testimone di secoli attraverso le lingue morte — ha scelto questa settimana di varcare una soglia da cui le parole non tornano intatte. Il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i settantamila, mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha già pronunciato la parola “genocidio”, De Luca ha rilasciato un’intervista a Israel Hayom — il quotidiano fondato dal miliardario trumpiano Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — dichiarandosi “sionista” e definendo l’applicazione del termine “genocidio” a quanto accade a Gaza “una distorsione storica e verbale”.

Non si tratta di una posizione isolata, né di un’uscita infelice in un momento di stanchezza. De Luca sa bene quel che dice: “Sono disposto a perdere tutto per le mie convinzioni”, afferma, e aggiunge che “il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria”. La convinzione, dunque, c’è. È la direzione che lascia perplessi.

Proviamo a seguirla con la stessa serietà con cui lui la espone.

Il primo problema è semantico, e uno scrittore della levatura di De Luca non può fingere di ignorarlo. Nel suo chiarimento successivo alle polemiche, De Luca scrive: “Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista.” L’operazione è elegante e, proprio per questo, sospetta. Le parole non sono anfore che conservano immodificate le essenze del passato: sono corpi vivi, feriti dal tempo, segnati da ciò che è stato fatto in loro nome. Recuperare il “senso originale” del sionismo nel 2026 è un po’ come voler recuperare il “senso originale” di altri termini che la storia ha irrimediabilmente contaminato. Chi ha bruciato il significato di quella parola non è la “cricca letteraria” che insulta De Luca, ma decenni di politica coloniale concreta, di leggi, di muri, di demolizioni.

Il secondo problema è contestuale, e tocca la scelta del palco. De Luca ha partecipato all’International Writers Festival di Gerusalemme, lo stesso da cui J.M. Coetzee aveva declinato l’invito. Questo non è un dettaglio biografico marginale: è la firma in calce a una lettera morale. Partecipare a un festival culturale israeliano — finanziato dalla Jerusalem Foundation, celebrato da Israel Hayom come “un atto di allineamento morale contro i venti dominanti” — mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere, non è neutralità. È scelta. La cultura non è mai innocente quando accetta di essere ornamento del potere, e De Luca — che dalla sua giovinezza militante dovrebbe saperlo — sembra aver dimenticato questa lezione fondamentale.

Il terzo problema è logico, e riguarda l’argomento che offre per negare il genocidio. De Luca sostiene che se Israele avesse voluto sterminare un popolo aveva un bersaglio fermo e invece ha ripetutamente spostato la popolazione — dunque non è genocidio. Chi analizza questo ragionamento con strumenti giuridici e filosofici lo riconosce immediatamente per quel che è: una fallacia del fine dichiarato. Il genocidio non si misura sulle intenzioni che l’aggressore è disposto ad ammettere davanti a un’intervista, ma sugli effetti accumulati e sui pattern sistematici di distruzione. Settantamila morti, infrastrutture sanitarie rase al suolo, carestia deliberatamente indotta: la Corte Internazionale di Giustizia non ha bisogno di leggere Israel Hayom per formarsi un’opinione.

C’è infine una questione che riguarda la letteratura come funzione civile, e che in questo caso merita di essere posta senza sconti. De Luca ha costruito la sua voce pubblica su una fedeltà alla marginalità, ai vinti, ai corpi sacrificati dalla storia. Ha tradotto l’ebraico biblico con una passione che non è mai stata mera filologia, ma ascolto dei sommersi. Quella stessa voce, adesso, viene prestata — consapevolmente, coraggiosamente a suo dire — a chi produce i sommersi. Non c’è contraddizione più dolorosa da contemplare.

Alla domanda su quanto costi questa posizione, De Luca risponde: “Non sono mai stato tanto attaccato in Italia come adesso, e lo sarò ancora a lungo per queste mie convinzioni. Però le mie convinzioni precedono i miei interessi. Sono disposto a perdere tutto per le mie convinzioni.” Si tratta di parole nobili, pronunciate con la statura morale di chi le crede davvero. Ma il coraggio non è garanzia di ragione. Si può essere eroicamente nel torto. E si può, con la migliore delle intenzioni, prestare la propria integrità a chi non la merita.

Il problema non è De Luca. Il problema è che il suo nome — pulito, autorevole, costruito su decenni di coerenza apparente — diventa, in questa vicenda, uno schermo. Non uno scudo per i deboli, come lui vorrebbe, ma uno schermo per chi li colpisce.

La scrittura è un tempo festivo, ha detto De Luca a Gerusalemme. Sì. Ma i festival hanno ospiti, e gli ospiti hanno responsabilità. Anche quando, soprattutto quando, credono di essere lì in nome della pace.