Nuove sanzioni di Washington contro L’Avana. Ma il dibattito pubblico continua a ignorare la differenza tra embargo e blocco. E a confondere la causa con l’effetto.

Proviamo un esperimento mentale. Immaginiamo che per sessantadue anni consecutivi una potenza straniera impedisca all’Italia di acquistare petrolio sui mercati internazionali, vieti alle banche di tutto il mondo di effettuare transazioni con istituti italiani, sanzioni le aziende europee che commerciano con Roma, blocchi le carte di credito internazionali, impedisca l’importazione di medicinali e ricambi industriali, e minacci di escludere dal sistema finanziario globale chiunque osi fare affari con Milano o Napoli. Poi aspettiamo qualche anno e andiamo a misurare il PIL, la disponibilità energetica, la qualità dei servizi pubblici. E infine lasciamo che qualcuno scriva, con la faccia seria, che i problemi dell’economia italiana dipendono dal modello economico scelto dagli italiani.

Questa è, in sostanza, la narrazione che da decenni accompagna Cuba nell’informazione occidentale. Un paese strangolato da un assedio senza precedenti nella storia moderna viene presentato come la prova vivente del fallimento del socialismo. Nessuna forma di governo è perfetta, nessun paradiso sulla terra, ma le difficoltà della popolazione — reali, documentate, non minimizzabili — vengono sistematicamente scollegate dalla loro causa principale e ricondotte all’inefficienza del governo dell’Avana. È un esercizio di mistificazione che richiederebbe, per essere smontato, soltanto un po’ di memoria storica e qualche nozione elementare di economia.

Cominciamo dal lessico, perché le parole non sono neutre. Quello che si chiama comunemente «embargo» contro Cuba non è un embargo. Un embargo è una misura commerciale unilaterale con cui uno Stato decide di non commerciare con un altro. Il blocco statunitense contro Cuba è altra cosa: è un sistema extraterritoriale di sanzioni che colpisce chiunque nel mondo intrattenga relazioni economiche con l’isola. Non punisce solo Cuba — punisce chi commercia con Cuba. Le aziende europee, canadesi, latinoamericane che vogliono mantenere l’accesso al mercato statunitense devono scegliere: o L’Avana o Washington. La differenza tra embargo e blocco è la differenza tra un confine chiuso e un assedio totale. Ed è precisamente questa differenza che la vulgata mediatica dominante si guarda bene dal chiarire.

Il blocco — che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna da oltre trent’anni con votazioni che vedono il mondo quasi intero schierato contro Washington — è stato negli ultimi mesi ulteriormente inasprito. L’ordine esecutivo firmato da Trump il primo maggio ha posto un ultimatum a tutte le aziende che mantengono rapporti con GAESA, il conglomerato statale cubano che gestisce hotel, supermercati, istituzioni finanziarie: uscite da Cuba o perdete l’accesso al sistema finanziario americano. Il risultato è stato immediato. Compagnie aeree come Iberia, Air France, Air Canada hanno sospeso i voli. Catene alberghiere come Meliá e Iberostar stanno abbandonando l’isola. Società di spedizione hanno cessato l’invio di container — compresi quelli carichi di medicinali inviati dalla solidarietà internazionale. Le carte di credito Visa e Mastercard non funzionano più sull’isola.

Chi paga il prezzo? Non i dirigenti sanzionati per nome e cognome nei comunicati del Dipartimento di Stato USA. Lo pagano le migliaia di cubani che lavoravano negli hotel ora chiusi, le famiglie che ricevevano rimesse attraverso i circuiti bancari ora bloccati, i gestori di casas particulares che vedevano nel turismo la loro principale fonte di reddito, i malati che aspettano farmaci fermi nei container. Marco Rubio parla di colpire «la rete che sostiene le attività di Cuba contro gli interessi degli Stati Uniti». La realtà è più prosaica: si colpisce una popolazione che da oltre sessant’anni vive sotto assedio e che, nonostante tutto, continua a mantenere indicatori di istruzione e sanità che molti paesi formalmente liberi si sognano.

Vale la pena ricordare che questo blocco non nacque come risposta a una minaccia militare. Nacque come risposta a una nazionalizzazione. Cuba decise di essere padrona delle proprie risorse, e Washington decise che questo non era accettabile nell’emisfero americano. Da allora, ogni governo statunitense — democratico o repubblicano, wilsoniano o trumpiano — ha mantenuto e spesso rafforzato quella risposta punitiva, cambiando soltanto la retorica di accompagnamento: ieri il pericolo comunista, oggi la difesa della democrazia, domani chissà.

C’è infine una questione morale che merita di essere detta con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi. Invocare un intervento militare su Cuba — come fanno apertamente alcune voci dell’opposizione in esilio, comodamente installate a Miami sotto il sole della Florida — mentre si celebra ogni nuova ondata di sanzioni che priva la popolazione di cibo, energia e medicine, non è una posizione politica legittimamente discutibile. È qualcosa che ha un nome preciso: è chiedere la sofferenza di un popolo come strumento di pressione politica. Qualunque cosa si pensi del governo dell’Avana, questa logica dovrebbe essere giudicata con lo stesso metro con cui si giudica qualsiasi altra forma di violenza collettiva.

La Cina ha chiesto agli Stati Uniti di porre fine «immediatamente e completamente» al blocco. L’Unione Europea, pur mantenendo il suo accordo di cooperazione con Cuba, tace nei momenti che contano. Il mondo guarda. E Cuba resiste — non perché il suo modello sia perfetto, ma perché sessantadue anni di assedio non hanno spezzato né la volontà di un popolo né la sua ostinata convinzione di avere il diritto di scegliere da sé la propria strada.

Una legge che affama un popolo per piegarne il governo non è una politica estera. È un assedio. E gli assedi, nella storia, non si giudicano guardando solo le mura della città assediata.