L’uomo che urlava nel buio

C’è una scena che il Wall Street Journal ha consegnato alla storia con la precisione crudele dei grandi ritratti politici. È la sera del Venerdì Santo. Donald Trump apprende che un caccia americano è stato abbattuto dagli iraniani. E urla per ore ai suoi aiutanti. Si lamenta degli europei, della benzina a quattro dollari al gallone, dello spettro di Jimmy Carter. «Che casino», dice il presidente degli Stati Uniti d’America, solo nella sua stanza, mentre i consiglieri lo tengono deliberatamente lontano dalla sala operativa perché la sua impazienza, giudicano, «non sarebbe stata d’aiuto».

Non è un’indiscrezione. È una diagnosi.

La dottrina sociale della Chiesa ha sempre insistito su una cosa che il pensiero politico moderno tende a dimenticare: il carattere del governante non è un fatto privato. È una questione pubblica, di ordine morale prima ancora che istituzionale. Chi detiene il potere su milioni di vite — chi può scrivere alle tre di notte un messaggio in cui minaccia la morte di «un’intera civiltà» e aggiungerci di pugno una preghiera ad Allah «per sembrare il più instabile e offensivo possibile» — esercita una responsabilità che la tradizione chiama con un nome preciso: munus regendi, il compito di governare. Non è un privilegio. È un peso morale che richiede virtù, equilibrio, capacità di stare nella realtà senza che la realtà travolga chi la governa.

Trump non sta governando la guerra con l’Iran. La sta subendo. Lo rivela ogni dettaglio della ricostruzione: i consiglieri che lo escludono dalle stanze dove si decide, le urla notturne, il messaggio sui «pazzi bastardi» scritto nella speranza — confesssata, non inferita — di «sembrare il più instabile possibile». Poi la domanda, quasi infantile nella sua ingenuità: «Come sta funzionando?». Non bene. E allora la minaccia di cancellare una civiltà, seguita novanta minuti dopo da un cessate il fuoco che nessuno sa quanto durerà.

Dietro questa instabilità c’è la paura. Non la paura del nemico — quella potrebbe persino essere una virtù, se fosse paura giusta — ma la paura della sconfitta elettorale. Il terrore di diventare Carter, di aver promesso la fine delle guerre eterne e di aver invece consegnato agli americani una guerra che fa salire la benzina e affossa i sondaggi. La «signora di ghiaccio» Susie Wiles tiene riunioni di emergenza. Il Senato, che sembrava blindato, inizia a traballare. Un’anatra zoppa alla Casa Bianca significherebbe la fine di ogni ambizione, compresa quella — nemmeno troppo velata — di un terzo mandato.

È qui che la lettura cristiana diventa tagliente. Trump ha litigato con il Papa, ha chiamato Leone XIV «debole», ha detto che il Pontefice «è lì grazie a me». Poi, nella speranza di riconquistare i cattolici e gli evangelici che iniziano a vacillare, parteciperà stasera a un evento chiamato America Reads The Bible. E leggerà un versetto dalle Cronache: «Se il mio popolo si umilierà, pregherà, ricercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, ascolterò dal cielo e perdonerò il suo peccato».

Il versetto è bellissimo. La condizione che pone è precisa: umiliarsi, convertirsi dalle vie malvagie. Non leggerlo in pubblico per recuperare consensi. Non usarlo come spot elettorale a sei mesi dalle midterm. La Scrittura non è una risorsa di comunicazione politica: è una chiamata personale, rivolta a chi la legge prima ancora che a chi ascolta. Se Trump lo legge davvero, troverà in quel testo uno specchio. Se lo usa, troverà solo un altro microfono.

La differenza tra le due cose — leggere e usare, pregare e recitare — è esattamente quella che Leone XIV ha indicato nell’omelia di Saurimo: «Esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un santone o un portafortuna». Un erogatore di voti, si potrebbe aggiungere.

L’uomo che urlava nel buio del Venerdì Santo ha bisogno — come tutti — di misericordia. Ma la misericordia non esime dalla verità. E la verità, in questo caso, è che una civiltà non si minaccia di cancellare alle due di notte per vedere come funziona.