Tra decreti flussi, click day e inverno demografico, i numeri capovolgono la narrazione dell’assedio: il governo della chiusura ha ampliato gli ingressi legali e accompagnato, quasi senza dichiararlo, la trasformazione multiculturale dell’Italia.
La sorpresa non sta nel fatto che l’Italia abbia bisogno degli immigrati. Lo sanno gli imprenditori che non trovano operai, gli ospedali in cerca di infermieri, le famiglie che affidano gli anziani alle assistenti straniere, gli alberghi senza personale e le campagne senza braccia. La sorpresa è che a certificare questa necessità sia, attraverso le proprie scelte, proprio il governo che ha costruito gran parte del suo consenso sulla promessa di fermare l’immigrazione.
I numeri raccontano una storia diversa dagli slogan. Non quella delle frontiere spalancate, ma neppure quella del Paese assediato. Raccontano un’Italia nella quale diminuisce la presenza irregolare, aumentano i residenti stranieri e si allargano i canali legali d’ingresso. Un’Italia che diventa più composita mentre la politica continua a descriverla come una fortezza da difendere.
Persino il piccolo segnale positivo arrivato dalla natalità aiuta a comprendere il problema. Nel maggio 2026 sono nati 27.939 bambini, 708 in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente: un incremento del 2,6%, dopo otto mesi consecutivi di confronti negativi. È una buona notizia, ma non ancora un’inversione di tendenza. Nei primi cinque mesi dell’anno le nascite sono state circa 137 mila, lo 0,9% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
L’inverno demografico, dunque, non è finito. Nel 2025 l’Italia ha registrato 355 mila nascite e 652 mila morti, con un saldo naturale negativo di circa 296 mila persone. Nello stesso anno, però, il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per una cifra praticamente identica: altre 296 mila unità. È stato quel movimento a impedire che la popolazione residente diminuisse sensibilmente. Non un’opinione ideologica, ma un’operazione aritmetica.
È qui che la propaganda incontra la demografia. Si possono promettere incentivi alle nascite, bonus, quozienti familiari e asili nido. Sono misure necessarie e spesso tardive. Ma anche una vigorosa ripresa della fecondità, qualora arrivasse, produrrebbe nuovi lavoratori soltanto tra vent’anni. Le fabbriche, gli ospedali, le aziende agricole e i servizi alla persona hanno invece bisogno di persone oggi.
Famiglia e immigrazione non sono perciò due risposte alternative. Sono le due gambe di una stessa politica demografica. Occorre aiutare le coppie a generare e crescere figli, ma bisogna anche accogliere, formare e integrare chi è già in età lavorativa e sceglie di costruire qui una parte della propria vita.
Anche i dati sull’irregolarità riservano una sorpresa. Secondo le stime della Fondazione ISMU, gli stranieri irregolarmente presenti in Italia erano 506 mila all’inizio del 2022, 458 mila nel 2023, 321 mila nel 2024 e 339 mila nel 2025. Nell’intero periodo la diminuzione è stata quindi di circa un terzo, anche se nell’ultimo anno considerato si osserva una risalita di 18 mila unità. Si tratta di stime, non di un censimento, e il punto di partenza precede di alcuni mesi l’insediamento dell’esecutivo Meloni. Sarebbe dunque improprio attribuire tutto il calo a Palazzo Chigi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la direzione generale del fenomeno.
Una riduzione così ampia non può essere spiegata principalmente con i rimpatri. Secondo la ricostruzione del demografo Gianpiero Dalla Zuanna, quelli eseguiti sotto scorta sono stati circa 3.500 nel 2024 e 3 mila nel 2025: meno dell’1% della popolazione irregolare stimata. Non si può neppure supporre che decine di migliaia di persone si siano spontaneamente dissolte o siano tutte ripartite verso Paesi europei che, nel frattempo, hanno rafforzato i controlli.
La spiegazione più plausibile è che una parte dell’irregolarità sia stata assorbita dall’espansione dei canali legali, dalle assunzioni e dalle successive iscrizioni anagrafiche. La programmazione ordinaria dei decreti flussi ha autorizzato 136 mila ingressi nel 2023, 151 mila nel 2024 e 165 mila nel 2025: complessivamente 452 mila lavoratori stranieri nel triennio. Alcune ricostruzioni arrivano per il 2025 a un totale più alto, includendo ulteriori canali e quote aggiuntive; il contingente fissato dal decreto triennale resta però di 165 mila.
È il paradosso della Bossi-Fini e dei click day. Sulla carta, il datore di lavoro chiama dall’estero una persona che ancora non si trova in Italia. Nella realtà, una parte delle domande finisce per coinvolgere lavoratori già inseriti, almeno informalmente, nel tessuto produttivo e sociale. Il decreto flussi diventa così anche un meccanismo imperfetto di emersione: non una sanatoria proclamata in Gazzetta Ufficiale, ma una regolarizzazione silenziosa che passa attraverso contratti, quote e procedure amministrative.
Dalla Zuanna stima che negli anni del governo Meloni almeno 150 mila stranieri già presenti abbiano potuto regolarizzare la propria posizione attraverso questi meccanismi, precisando però che non esistono dati capaci di quantificare esattamente il fenomeno. È quindi un’ipotesi demografica ragionevole, non un numero amministrativo definitivo.
Il risultato complessivo è comunque visibile. Al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza straniera erano 5 milioni e 560 mila, 188 mila in più rispetto all’anno precedente, pari al 9,4% della popolazione. Nello stesso 2025 circa 196 mila persone hanno acquisito la cittadinanza italiana e, pur continuando a vivere nel Paese, sono uscite statisticamente dalla categoria degli “stranieri”. La crescita della componente immigrata è dunque persino più profonda di quanto mostri la fotografia delle cittadinanze.
La trasformazione appare ancora più evidente osservando i territori. Nel 2025, secondo l’elaborazione richiamata dall’ex presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in 7.124 comuni su 7.896 l’andamento dei residenti stranieri è stato migliore di quello dei cittadini italiani. In 5.788 municipalità la popolazione italiana è diminuita; e in oltre l’80% dei comuni che hanno registrato una crescita complessiva, l’aumento è dipeso quasi interamente dalla componente straniera.
Dietro questi numeri non c’è un complotto demografico, né una fantomatica sostituzione orchestrata da qualche élite. C’è una popolazione italiana che invecchia, genera sempre meno figli e perde ogni anno centinaia di migliaia di persone per effetto del saldo naturale. E ci sono donne e uomini stranieri che lavorano, pagano contributi, prendono casa, mandano i figli a scuola e impediscono a molti paesi, quartieri e settori economici di spegnersi.
Il governo Meloni ha compreso questa realtà meglio di quanto ammetta la sua comunicazione. Ha continuato a usare la grammatica della fermezza — blocchi, rimpatri, frontiere, lotta ai trafficanti — ma ha contemporaneamente ampliato le quote di lavoro regolare. Non è necessariamente una contraddizione: uno Stato serio deve contrastare l’irregolarità e, nello stesso tempo, organizzare ingressi legali commisurati alle necessità economiche e sociali.
La contraddizione nasce altrove: nel rifiuto di raccontare fino in fondo ciò che si sta facendo. Si celebra la diminuzione degli sbarchi, ma si tace sull’aumento dei lavoratori stranieri. Si denuncia l’immigrazione come emergenza, mentre la si programma come necessità. Si parla di identità minacciata, ma si affidano interi comparti produttivi a persone provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina.
Questa reticenza ha un costo. Un Paese può importare manodopera senza costruire integrazione, ma prepara così nuove periferie, nuove disuguaglianze e nuovi conflitti. Non basta autorizzare l’ingresso di un lavoratore: servono abitazioni accessibili, corsi di lingua, scuole capaci di accompagnare i figli, formazione professionale, tutela contro il caporalato e percorsi trasparenti di partecipazione civile.
La vera questione non è più stabilire se l’Italia debba diventare multiculturale. Lo è già, e lo diventerà ulteriormente. La questione è decidere se questa trasformazione debba avvenire nel disordine, nell’ipocrisia e nello sfruttamento oppure dentro un progetto politico consapevole.
Forse, un giorno, il governo Meloni verrà ricordato non come quello che fermò l’immigrazione, ma come quello che allargò gli ingressi regolari mentre diminuiva la presenza irregolare. Il governo che, promettendo una fortezza, dovette amministrare una società plurale. Non per conversione ideologica, ma per la forza elementare dei fatti: senza nuovi italiani e senza nuovi immigrati, l’Italia non difende la propria identità. Semplicemente, si svuota.
Il vero confine non passa tra italiani e stranieri, ma tra un Paese che governa il proprio futuro e uno che continua a nasconderlo dietro la propaganda: meno irregolarità e più integrazione non sono una resa, ma l’unica politica migratoria degna di questo nome.
