Il decreto italiano sul riconoscimento facciale apre un confronto con Bruxelles.

Tra esigenze investigative, tutela della privacy e limiti imposti dall’AI Act, la sfida sarà conciliare sicurezza e diritti fondamentali senza trasformare l’eccezione nella regola.

Il volto di una persona è molto più di un’immagine. È un’identità, una firma biologica, un dato irripetibile. Per questo il dibattito che si è aperto attorno al decreto italiano sul riconoscimento facciale non riguarda soltanto una tecnologia, ma il modello di società che l’Europa e i suoi Stati membri intendono costruire nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il rinvio del voto alla Camera sul decreto legislativo, mentre al Senato l’iter prosegue, è soltanto l’ultimo episodio di un confronto destinato a intensificarsi nelle prossime settimane. Da una parte vi è il Governo, che rivendica di voler rispettare integralmente l’AI Act europeo e di essere tra i Paesi più avanzati nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale. Dall’altra Bruxelles, che attraverso il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha ricordato un principio destinato a pesare sull’intero dibattito: il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è, come regola generale, vietato dal diritto europeo.

Il cuore della questione è giuridico prima ancora che politico. L’AI Act non esclude in assoluto l’impiego dell’identificazione biometrica remota, ma la limita a circostanze eccezionali: la ricerca di minori scomparsi o vittime di tratta, la prevenzione di un attentato terroristico imminente o la ricerca di soggetti sospettati di gravi reati, sempre all’interno di un quadro di autorizzazioni rigorose e di controlli indipendenti. È il principio della proporzionalità, uno dei cardini del diritto europeo: quanto più uno strumento è invasivo, tanto più stringenti devono essere le garanzie per impedirne un uso arbitrario.

Le perplessità nascono dal fatto che il decreto italiano, secondo numerosi osservatori, sembrerebbe ampliare il raggio d’azione dei sistemi biometrici. In particolare, la possibilità di acquisire i dati di tutti i presenti in un determinato luogo, la conservazione delle registrazioni fino a sette giorni e il ruolo attribuito al questore, con un coinvolgimento dell’autorità giudiziaria ritenuto da alcuni meno incisivo rispetto a quanto previsto dalla normativa europea, rappresentano i punti sui quali si concentrano le riserve.

L’opposizione parla di rischio di uno “Stato di polizia” e di un possibile “Grande Fratello”. Sono espressioni volutamente forti, che fotografano la preoccupazione di chi teme una progressiva normalizzazione della sorveglianza di massa. Al tempo stesso sarebbe riduttivo ignorare le esigenze che spingono molti governi europei a ricorrere a strumenti investigativi sempre più sofisticati. Il terrorismo internazionale, la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e le minacce alla sicurezza urbana pongono problemi reali ai quali la politica è chiamata a dare risposte efficaci.

Il punto, dunque, non è scegliere tra sicurezza e libertà, come se fossero valori alternativi. Una democrazia matura è chiamata a garantire entrambe. La sicurezza senza libertà genera controllo permanente; la libertà senza sicurezza rischia di diventare fragile e incapace di proteggere i cittadini. L’equilibrio consiste nel predisporre strumenti efficaci contro il crimine, impedendo però che essi possano trasformarsi in forme generalizzate di sorveglianza preventiva.

Per questo motivo il confronto con la Commissione europea non dovrebbe essere letto come uno scontro istituzionale, ma come una verifica fisiologica del funzionamento dell’ordinamento europeo. L’AI Act è nato proprio per evitare che ciascuno Stato elabori autonomamente regole diverse su una tecnologia capace di incidere profondamente sulla vita quotidiana delle persone. Dopo la notifica del decreto italiano, prevista entro trenta giorni dall’adozione, Bruxelles sarà chiamata a verificarne la compatibilità con il diritto dell’Unione. Sarà un passaggio delicato, ma previsto dalle stesse norme europee.

L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare la sicurezza pubblica così come ha già trasformato la medicina, l’industria e la ricerca scientifica. Proprio per questo richiede una cultura della responsabilità ancora più alta. La tecnologia, infatti, non è mai neutrale: tutto dipende dalle regole che ne disciplinano l’impiego e dalla qualità democratica delle istituzioni chiamate a controllarne l’uso.

Il volto che le telecamere riconoscono non è soltanto quello di un sospetto. È il volto di ogni cittadino. E la capacità di proteggerlo, senza rinunciare alla sicurezza collettiva, rappresenta una delle prove più impegnative che attendono le democrazie europee nell’epoca dell’intelligenza artificiale.