Dall’identificazione del corpo carbonizzato alle ombre sulla doppia vita della vittima, fino all’autopsia che esclude il colpo di pistola ma lascia aperto il dubbio più inquietante. L’inchiesta della Procura di Salerno è arrivata a un passaggio decisivo.
La risposta arriverà soltanto tra alcune settimane, ma potrebbe cambiare completamente la ricostruzione del delitto. Luigi “Luca” Esposito, il giornalista sportivo trovato carbonizzato nelle campagne di Eboli, era già morto oppure respirava ancora quando il suo assassino ha cosparso il corpo di liquido infiammabile e gli ha dato fuoco? È il nodo lasciato aperto dall’autopsia e dal quale oggi dipende una parte importante dell’inchiesta.
La vicenda è iniziata con il ritrovamento di un cadavere completamente carbonizzato nelle campagne di Eboli. Per ore persino l’identificazione della vittima è stata difficile. Poi il nome: Luigi Esposito, conosciuto da tutti come Luca, giornalista sportivo, molto presente sui social, dove raccontava anche una presunta attività come dirigente dell’Arpac, circostanza che gli accertamenti hanno successivamente ridimensionato.
Fin dai primi rilievi è apparso evidente che non si trattava di un incidente. Il corpo era stato dato alle fiamme e qualcuno aveva tentato di cancellare ogni traccia dell’omicidio.
Nelle prime ore si era fatta strada anche l’ipotesi di un’esecuzione con arma da fuoco. Un sospetto alimentato dalle condizioni del cadavere e dalla difficoltà di leggere le lesioni provocate dall’incendio. Ma la Tac e, ora, l’autopsia hanno escluso la presenza di fori di proiettile o di residui metallici.
Resta allora uno scenario diverso. Esposito sarebbe stato aggredito violentemente, forse a mani nude, forse con calci o con un corpo contundente. Anche le fratture riscontrate sul corpo dovranno essere interpretate con prudenza: potrebbero essere state provocate dall’aggressione, ma anche dal calore sviluppato durante la combustione.
Il punto più drammatico, però, resta un altro.
L’autopsia non è riuscita a stabilire se il giornalista fosse già morto quando è stato incendiato oppure se respirasse ancora. Gli specialisti, almeno allo stato degli accertamenti, non escludono nessuna delle due ipotesi. Saranno gli esami istologici e tossicologici, per i quali sono stati effettuati numerosi prelievi, a fornire una risposta entro quaranta o sessanta giorni.
Non è una differenza soltanto medico-legale.
Se il fuoco fosse stato appiccato quando Esposito era ancora vivo, il delitto assumerebbe un livello di efferatezza ancora più elevato e il rogo diventerebbe esso stesso parte dell’azione omicidiaria. Se invece la vittima fosse già deceduta, l’incendio sarebbe stato utilizzato per distruggere prove, rendere più difficile l’identificazione e ostacolare il lavoro degli investigatori.
Nel frattempo i carabinieri della Compagnia di Eboli e la Procura di Salerno, guidata da Raffaele Cantone, continuano a ricostruire le ultime ore di vita della vittima, i suoi contatti, le relazioni personali e professionali, senza escludere alcuna pista. Gli accertamenti puntano anche a comprendere se Esposito sia stato ucciso nel luogo del ritrovamento oppure trasportato nelle campagne dopo la morte.
La salma resta sotto sequestro e molte risposte sono ancora affidate alla scienza. È il momento più delicato dell’inchiesta: quello in cui un dettaglio biologico può cambiare la lettura dell’intero delitto.
Il mistero sulla morte di Luca Esposito è tutt’altro che risolto. Alcuni interrogativi hanno trovato risposta, altri sono diventati ancora più inquietanti. Tra quaranta o sessanta giorni gli esami di laboratorio diranno se il fuoco abbia cancellato le tracce dell’omicidio o se sia stato l’ultimo, terribile atto di una violenza ancora tutta da ricostruire.
