Il vertice internazionale convocato da Marco Rubio sulla presunta rinascita del terrorismo di estrema sinistra rivela la debolezza politica dell’amministrazione Trump: quando mancano idee per governare le inquietudini sociali, si costruisce un nemico interno, lo si disumanizza e lo si consegna all’apparato dell’antiterrorismo.
C’è qualcosa di profondamente inquietante, ma anche di politicamente misero, nel progetto dell’amministrazione Trump di convocare decine di governi per combattere una presunta insurrezione planetaria dell’estrema sinistra. Il segretario di Stato Marco Rubio ha invitato rappresentanti di oltre sessanta Paesi a Washington per discutere quella che l’amministrazione definisce la rinascita del terrorismo politico transnazionale. Secondo il Washington Post, tuttavia, la formulazione dell’iniziativa e il suo evidente orientamento contro il mondo antifascista hanno suscitato perplessità tra diplomatici statunitensi e alleati europei. Il vertice è previsto per il 15 luglio 2026.
Ogni democrazia ha il diritto e il dovere di perseguire chi colloca bombe, assalta persone, incendia edifici o progetta attentati. La violenza politica non diventa accettabile perché proviene da sinistra, così come non lo diventa quando si ammanta di nazionalismo, suprematismo bianco o fanatismo religioso. Ma una cosa è colpire responsabilità individuali, organizzazioni reali e reati accertati; altra cosa è costruire una categoria ideologica sufficientemente vaga da includervi manifestanti, osservatori, militanti, associazioni, giornalisti e semplici oppositori.
È precisamente nello spazio fra queste due cose che nasce lo Stato della paura.
Nel settembre 2025 Donald Trump ha firmato un provvedimento che definisce “Antifa” un’organizzazione terroristica interna, descrivendola come un’impresa militarista e anarchica impegnata nel rovesciamento del governo americano. Pochi giorni dopo, la Casa Bianca ha emanato il memorandum NSPM-7 contro il terrorismo domestico e la violenza politica organizzata.
Il problema non è la condanna della violenza. Il problema è la natura dell’oggetto designato. “Antifa” non è generalmente una struttura unitaria dotata di un comando centrale, di un organigramma nazionale e di una tessera d’iscrizione. È un’etichetta nella quale convivono gruppi locali, sensibilità ideologiche, pratiche militanti e forme di protesta molto differenti. Proprio questa indeterminatezza rende la categoria politicamente utile: un’organizzazione definita possiede confini; un fantasma può essere esteso fino a comprendere chiunque.
Prima si identifica un nemico dal volto incerto. Poi si stabilisce che quel nemico è ovunque. Infine, chiunque contesti il potere può essere sospettato di appartenergli.
Non siamo ancora necessariamente davanti a una nuova versione completa del maccartismo, ma il meccanismo culturale gli assomiglia. Negli anni Cinquanta bastava il sospetto di una simpatia comunista per compromettere una carriera, spezzare una reputazione o giustificare un’inchiesta. Oggi parole come “antifa”, “socialista”, “radicale” e persino “anti-americano” rischiano di essere adoperate non per descrivere con precisione una condotta, ma per sottrarre legittimità civile a chi viene così denominato.
Il terrorismo non è più soltanto un crimine definito dalla natura degli atti compiuti. Rischia di diventare un’identità attribuita dal governo al proprio avversario.
È questa la disumanizzazione politica: non vedere più davanti a sé cittadini, ciascuno responsabile delle proprie azioni, ma una massa indistinta di soggetti pericolosi. Il manifestante non è più una persona che può avere ragione o torto, rispettare o violare la legge; diventa un potenziale terrorista. Il socialista non è più il sostenitore di una determinata idea economica; diventa un agente del disfacimento nazionale. L’antifascista non è più colui che si oppone al fascismo, eventualmente anche con metodi da giudicare e, quando necessario, da condannare; diventa il membro occulto di una cospirazione internazionale.
Così la politica rinuncia a comprendere le cause del conflitto sociale e si limita a criminalizzarne i sintomi.
Perché alcuni giovani americani si avvicinano oggi al socialismo democratico? Perché una parte dell’elettorato non crede più che il capitalismo statunitense distribuisca opportunità in modo equo? Perché il costo delle abitazioni, dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione genera una crescente insicurezza? Perché tanti lavoratori percepiscono di non partecipare alla prosperità che vedono celebrata nei dati finanziari?
Un’amministrazione dotata di idee risponderebbe con politiche abitative, salari dignitosi, accesso alle cure, tutela del lavoro, riforma fiscale e investimenti sociali. Un’amministrazione prigioniera della paura risponde invece con una parola: terrorismo.
È molto più semplice dichiarare malato chi denuncia la malattia che curare il corpo sociale.
Il socialismo americano, nelle sue diverse espressioni, non può essere ridotto né al comunismo sovietico né alla violenza rivoluzionaria. Una parte consistente della sua storia è intrecciata con il movimento sindacale, con le battaglie per i diritti civili, con la previdenza sociale, con l’assistenza sanitaria universale e con la critica alle disuguaglianze. Si possono contestare le sue ricette economiche, considerarne irrealistiche alcune proposte o rifiutarne l’antropologia. Ma in democrazia un’idea si contrasta con un’altra idea, non con un dossier dell’antiterrorismo.
La debolezza dell’amministrazione Trump si manifesta proprio nell’incapacità di accettare questo terreno. Un potere sicuro di sé non teme il dissenso: lo affronta. Un potere fragile lo trasforma in tradimento. Un governo che possiede una visione non ha bisogno di presentare ogni opposizione come una minaccia esistenziale. Soltanto chi avverte di non poter persuadere tenta di intimidire.
L’ossessione per il nemico interno svolge inoltre una funzione narrativa. Se il Paese è descritto come assediato da comunisti, antifascisti, migranti, università, giornalisti e città ribelli, ogni fallimento dell’amministrazione può essere attribuito al sabotaggio. La politica cessa di essere responsabilità e diventa mobilitazione permanente. Non si governa più una società plurale: si guida una parte della nazione contro l’altra.
Il risultato è un nazionalismo della paura che pretende di salvare l’America restringendo lo spazio americano della libertà.
Anche la proiezione internazionale dell’operazione è significativa. Il tentativo di coinvolgere gli alleati nella guerra ideologica contro la “sinistra radicale” vuole conferire consistenza globale a un fenomeno che l’amministrazione descrive con categorie estremamente ampie. Il governo statunitense ha già inserito nella propria lista terroristica alcune formazioni europee di matrice anarchica o antifascista; esperti interpellati dal Washington Post hanno però osservato che gruppi diversi per struttura e ideologia vengono talvolta riuniti sotto un’unica etichetta e hanno paventato l’impiego delle designazioni straniere per giustificare indagini su cittadini americani sospettati di collegamenti con tali ambienti.
Non si tratta di negare che alcune formazioni abbiano compiuto attentati o aggressioni. Si tratta di impedire che, partendo da reati concreti, si costruisca una criminalizzazione transnazionale delle idee. La responsabilità penale deve restare personale, determinata e provata. Quando invece l’appartenenza politica sostituisce la prova, il diritto cede il posto alla proscrizione.
L’Europa dovrebbe guardarsi dall’accettare passivamente questa importazione ideologica. Il continente che ha conosciuto fascismo, nazismo, comunismo, terrorismo rosso e terrorismo nero possiede strumenti giuridici per perseguire la violenza senza mettere fuori legge l’antifascismo. Un governo democratico deve poter sciogliere organizzazioni criminali, arrestare attentatori e difendere gli agenti aggrediti. Ma deve farlo senza trasformare l’opposizione culturale in una fattispecie di terrorismo e senza consentire a potenze straniere di dettare l’elenco delle opinioni politicamente sospette.
Vi è poi un paradosso morale che non può essere ignorato. Un’amministrazione che adopera un linguaggio disumanizzante verso migranti, oppositori e minoranze pretende di presentarsi come l’ultima diga contro la violenza. Ma la violenza politica non nasce soltanto dalle pietre lanciate o dagli edifici incendiati. Nasce anche dalle parole che dividono gli esseri umani fra patrioti e traditori, cittadini veri e corpi estranei, persone degne di tutela e vite sacrificabili.
Quando il presidente definisce una corrente politica un cancro incontrollabile, non sta confutandone il programma. Sta preparando l’immaginario nel quale estirpare l’avversario appare come un atto terapeutico.
È il vocabolario della disumanizzazione: prima l’oppositore diventa una malattia; poi la repressione viene presentata come cura.
La democrazia non esige indulgenza verso chi commette violenze. Esige però una distinzione rigorosa fra il crimine e l’idea, fra l’attentatore e il manifestante, fra l’organizzazione clandestina e il movimento sociale, fra il dissenso radicale e il terrorismo. Cancellare queste distinzioni non rende lo Stato più forte. Lo rende arbitrario.
Trump sembra temere non tanto una rivoluzione armata, quanto la possibilità che milioni di americani non credano più nel racconto economico e politico sul quale è costruito il suo potere. Teme che la parola “socialismo”, depurata dai fantasmi della Guerra fredda, possa tornare a significare sanità accessibile, istruzione pubblica, tutela dei lavoratori e riduzione delle disuguaglianze. Teme, soprattutto, che un’altra America possa essere pensata.
E quando un potere ha paura delle idee, comincia a chiamarle terrorismo.
La violenza politica va perseguita senza esitazioni, da qualunque parte provenga. Ma un’amministrazione che confonde il reato con il dissenso e l’antifascismo con una cospirazione globale non difende la democrazia: ne restringe i confini. Il vertice voluto da Rubio rivela la paura di un potere senza risposte sociali, che per nascondere il vuoto delle proprie idee costruisce un nemico, lo priva del volto umano e lo consegna alla macchina dell’antiterrorismo.
