Le parole di Pier Luigi Bersani aprono una questione più ampia della contrapposizione tra destra e sinistra: davanti alle migrazioni, alle disuguaglianze e alla concentrazione del potere, l’Italia ha bisogno di una convergenza fondata sulla dignità umana, sul bene comune e sulla Costituzione
La domanda rivolta oggi dalla collega Annalisa Cuzzocrea per Repubblica a Pier Luigi Bersani, accosta due temi apparentemente distanti: l’aspirazione del centrodestra a incidere sulla futura elezione del presidente della Repubblica e la voce di Leone XIV sulla tragedia dei migranti. In realtà, entrambe le questioni conducono allo stesso interrogativo: la politica considera ancora la persona come il fine dell’azione pubblica, oppure tende a ridurla a strumento del consenso e del potere?
La risposta di Bersani contiene un’intuizione che può essere accolta anche dal mondo cattolico, purché venga liberata da ogni possibile equivoco partitico.
L’ex segretario del Partito democratico non afferma che la Chiesa debba sostituirsi alla sinistra. Parla piuttosto della necessità di un «fronte umanista», capace di mettere in dialogo differenti tradizioni culturali: la sensibilità per la giustizia sociale, la difesa liberale delle istituzioni democratiche e la visione religiosa della dignità della persona.
Per un cattolico, tuttavia, questa convergenza non può essere descritta come un’alleanza organica tra la Chiesa e una parte politica. La Chiesa non appartiene alla destra né alla sinistra. La sua parola nasce dal Vangelo e dalla dottrina sociale, e proprio per questo può interrogare, correggere e talvolta inquietare ogni schieramento.
Il Quirinale non è il premio del vincitore
È legittimo che il centrodestra aspiri a esprimere, in futuro, una personalità destinata alla presidenza della Repubblica. Il Quirinale non appartiene per diritto acquisito a una determinata cultura politica.
Il problema non è la provenienza del futuro capo dello Stato, ma la sua capacità di diventare garante di tutti, custode della Costituzione e servitore dell’unità nazionale.
La presidenza della Repubblica non può essere concepita come l’ultima casella da conquistare dopo il governo, il Parlamento e gli altri luoghi istituzionali. Il capo dello Stato non è il coronamento del successo di una maggioranza. È la figura chiamata a ricordare alla maggioranza che il potere, anche quando nasce da un consenso elettorale, non è mai assoluto.
Per questo ogni riforma elettorale dovrebbe nascere da un confronto ampio e non dal calcolo relativo alla prossima maggioranza parlamentare o alla futura elezione del presidente della Repubblica. Le regole della democrazia non dovrebbero essere confezionate intorno alle convenienze immediate di chi governa.
La tradizione politica cattolica conosce bene questo principio: il potere è autenticamente legittimo quando è orientato al bene comune, rispetta i corpi intermedi, garantisce le minoranze e riconosce l’esistenza di limiti che non può oltrepassare.
Leone XIV non supplisce a nessun partito
A Lampedusa Leone XIV non ha parlato come il capo di un’opposizione politica. Non ha offerto ricette tecniche sull’immigrazione né ha proposto una piattaforma elettorale.
Ha compiuto il gesto proprio del ministero cristiano: ha riportato al centro le persone.
Dietro la parola “migranti” esistono uomini, donne e bambini, ciascuno con una storia, un volto, una speranza e spesso una ferita. Prima di essere un problema amministrativo, economico o geopolitico, la migrazione è dunque una questione umana.
Questo non significa negare il diritto e il dovere degli Stati di governare i confini. La dottrina sociale della Chiesa non propone un’accoglienza disordinata, priva di regole e incapace di tenere conto delle condizioni concrete dei Paesi di arrivo.
Riconosce il diritto delle persone a non essere costrette ad abbandonare la propria terra; riconosce il diritto di cercare sicurezza quando la vita è minacciata; riconosce il compito delle autorità pubbliche di regolare i flussi; ma afferma anche che nessuna politica può violare la dignità della persona o trasformare la sofferenza in uno strumento di deterrenza.
Non è cristianamente accettabile ragionare secondo il principio: quanto peggio verranno trattati, tanto meno saranno incoraggiati a partire.
Una politica fondata deliberatamente sulla sofferenza dell’altro non diventa giusta soltanto perché si propone uno scopo di sicurezza. Il fine non giustifica i mezzi, soprattutto quando quei mezzi consistono nell’abbandono, nella disumanizzazione o nell’indifferenza davanti alle morti in mare.
Accoglienza e responsabilità
Anche la critica di Bersani alla gestione dell’irregolarità contiene un elemento di verità. Non si combatte l’immigrazione irregolare impedendo ogni possibilità effettiva di ingresso regolare.
Quando i canali legali sono insufficienti, le procedure lente e i meccanismi dei flussi scollegati dalle reali necessità del lavoro, l’irregolarità non scompare. Diventa invece terreno fertile per il caporalato, lo sfruttamento, la tratta degli esseri umani, il lavoro nero e la criminalità.
La risposta cristianamente e politicamente responsabile non consiste né nell’apertura indiscriminata né nella chiusura disumana. Consiste nel governo ordinato del fenomeno.
Occorrono ingressi regolari, controlli efficaci, procedure rapide, accordi internazionali rispettosi dei diritti, percorsi di integrazione, responsabilità europea e interventi nei Paesi di origine affinché emigrare possa essere una scelta e non una condanna.
San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno più volte ricordato che accogliere non significa rinunciare alla prudenza. La prudenza cristiana, però, non coincide con la paura. È la virtù che cerca il bene possibile nelle circostanze concrete senza sacrificare la verità morale.
La questione sociale non appartiene alla sinistra
Quando Bersani parla di “sinistra egualitaria”, il cattolico non è tenuto ad aderire a una determinata tradizione politica. L’uguaglianza, nel pensiero cristiano, non significa livellamento, abolizione delle differenze o negazione della libertà personale.
Significa riconoscere che tutti gli esseri umani possiedono la stessa dignità perché creati a immagine di Dio.
La questione sociale, dunque, non è proprietà esclusiva della sinistra. Appartiene alla coscienza cristiana prima ancora che ai programmi dei partiti.
Il lavoro dignitoso, il salario giusto, l’accesso alle cure, la protezione della famiglia, la libertà educativa, il sostegno alla maternità, la casa, l’assistenza agli anziani, la lotta contro lo sfruttamento e la destinazione universale dei beni sono temi centrali della dottrina sociale della Chiesa.
Un cattolico può concordare con la sinistra quando essa difende i lavoratori, i poveri e gli esclusi. Può concordare con la cultura liberale quando essa difende la libertà religiosa, la separazione dei poteri e le garanzie costituzionali. Può concordare con la destra quando essa tutela la famiglia, la comunità, la sussidiarietà e il valore dell’identità nazionale.
Ma non può consegnare integralmente la propria coscienza a nessuno di questi schieramenti.
La fede cristiana conserva sempre una libertà critica. Ricorda alla sinistra che la giustizia sociale non può essere separata dalla verità sull’uomo, sulla vita e sulla famiglia. Ricorda alla destra che l’identità, la sicurezza e la nazione non possono essere trasformate in idoli né giustificare il disprezzo verso il povero e lo straniero. Ricorda ai liberali che la libertà economica non è assoluta e che il mercato deve rimanere al servizio della persona.
Non un fronte politico, ma una convergenza sul bene comune
La formula del «fronte umanista» può dunque essere accettata soltanto se non indica un nuovo cartello elettorale.
Per i cattolici sarebbe più appropriato parlare di una convergenza sul bene comune.
Essa può coinvolgere credenti e non credenti, conservatori e progressisti, socialisti democratici e liberali, purché tutti riconoscano alcuni principi essenziali: la dignità di ogni persona, la centralità del lavoro, la solidarietà, la sussidiarietà, la pace, la legalità, la tutela dei più deboli e il rispetto delle istituzioni costituzionali.
Non serve pensare nello stesso modo su ogni argomento per riconoscere che una democrazia si impoverisce quando il potere non incontra più limiti, quando la ricchezza si concentra in poche mani e quando le vite umane vengono classificate secondo la loro utilità politica o economica.
Lampedusa e il Quirinale possono così essere letti dentro una medesima prospettiva.
Il Quirinale rappresenta il limite costituzionale posto al potere della maggioranza. Lampedusa rappresenta il limite morale posto alla sovranità degli Stati: nessuna frontiera autorizza a cancellare l’umanità di chi la attraversa.
In entrambi i casi la politica è chiamata a ricordare che non tutto ciò che è possibile è anche giusto e che non tutto ciò che produce consenso serve davvero il bene comune.
Leone XIV non supplisce alla sinistra e non offre una legittimazione religiosa all’opposizione. Il Papa richiama tutti, maggioranza e opposizione, credenti e non credenti, a una responsabilità più alta. La Chiesa non chiede che i confini siano aboliti, ma che siano governati senza calpestare l’uomo; non contesta il diritto della maggioranza a governare, ma ricorda che governare non significa possedere lo Stato. Tra il Quirinale e Lampedusa emerge così la medesima lezione: il potere è giusto soltanto quando accetta di essere limitato dalla Costituzione, dalla coscienza e dalla dignità inviolabile della persona.
