Washington e Bruxelles accusano Pechino di inondare i mercati con acciaio, automobili elettriche, batterie e pannelli solari sostenuti dallo Stato. L’accusa non è interamente inventata, ma diventa una cortina fumogena quando serve a nascondere trent’anni di errori occidentali: energia costosa, investimenti insufficienti, frammentazione europea, declino della produttività e incapacità di governare la transizione tecnologica.

I sussidi cinesi possono alterare la concorrenza e giustificare interventi commerciali mirati. Ma i dazi generalizzati non restituiscono competitività alle imprese, non ricostruiscono le filiere e non creano automaticamente occupazione. La Cina non è innocente; l’Occidente, però, non può continuare a usarla come capro espiatorio della propria deindustrializzazione.

La “sovraccapacità cinese” è diventata una delle espressioni più comode del lessico economico occidentale. Ha il vantaggio politico delle formule semplici: le fabbriche chiudono perché Pechino produce troppo; i salari ristagnano perché arrivano merci a basso prezzo; l’industria europea arretra perché lo Stato cinese bara. Una parte del racconto è vera. Il problema comincia quando quella parte viene trasformata nell’intera spiegazione.

La Cina non è il colpevole universale della crisi industriale occidentale. Ma non è neppure una candida economia di mercato perseguitata perché troppo efficiente.

Un economista dovrebbe diffidare di entrambe le propagande.

Che cosa significa realmente sovraccapacità

La prima ambiguità riguarda la definizione.

Produrre più di quanto si consuma all’interno non costituisce, di per sé, sovraccapacità. È il fondamento stesso del commercio internazionale. La Germania non produce automobili soltanto per i tedeschi; l’Italia non fabbrica macchinari, farmaci o prodotti alimentari soltanto per il mercato nazionale; la Francia non esporta cosmetici e aeroplani perché soffre necessariamente di un eccesso patologico di produzione.

Un’economia specializzata produce per il mercato mondiale. Chiamare “sovraccapacità” ogni eccedenza rispetto alla domanda interna significherebbe considerare sospetto il vantaggio comparato.

La vera questione economica è diversa: la capacità produttiva è stata creata perché risponde a una domanda sostenibile oppure perché sussidi, credito agevolato, garanzie pubbliche e amministrazioni locali impediscono alle imprese inefficienti di uscire dal mercato?

La sovraccapacità problematica nasce quando l’offerta continua ad aumentare malgrado prezzi depressi, utili insufficienti e domanda stagnante, perché le normali discipline del mercato sono state sostituite dal sostegno politico.

Il dato sull’Europa che non regge

Nel dibattito circola un confronto secondo il quale l’industria cinese dei metalli ferrosi avrebbe utilizzato nel 2025 il 79,7% della propria capacità, mentre l’Unione europea sarebbe ferma intorno al 60%.

La prima cifra è corretta: l’Istituto nazionale di statistica cinese indica per il 2025 un utilizzo medio del 79,7% nella fusione e lavorazione dei metalli ferrosi. La seconda, però, non lo è. Le indagini armonizzate della Commissione europea stimavano l’utilizzo della capacità industriale dell’Unione al 78% nell’ottobre 2025 e ancora al 78% nell’aprile 2026. Il confronto tra 79,7 e 60 costruisce dunque un doppio standard statistico che i dati ufficiali non confermano.

Ma neppure la correzione del dato chiude il caso.

Un tasso di utilizzo prossimo all’80% non dimostra automaticamente l’assenza di capacità eccessiva. Può convivere con investimenti sovradimensionati, margini molto bassi, indebitamento elevato e ulteriori impianti in costruzione. L’OCSE calcola che la capacità siderurgica globale eccedente abbia raggiunto circa 640 milioni di tonnellate nel 2025 e possa salire a 745 milioni entro il 2028, mentre la domanda mondiale crescerebbe molto più lentamente. La stessa organizzazione rileva che i produttori cinesi di acciaio ricevono, in rapporto ai ricavi, sostegni pubblici nettamente superiori a quelli delle imprese dei Paesi OCSE.

Dunque, la narrazione occidentale è spesso imprecisa, ma la distorsione cinese non è semplicemente immaginaria.

I sussidi esistono, ma non spiegano tutto

Uno studio del Fondo monetario internazionale ha riscontrato che i sussidi cinesi hanno favorito le esportazioni e limitato le importazioni, anche attraverso gli effetti lungo le catene di fornitura. In settori come automobili, prodotti metallici e mobili, il sostegno pubblico ha contribuito ad abbassare i prezzi all’esportazione e ad aumentare le quantità vendute. In altri comparti, come alcune apparecchiature elettriche, i risultati sembrano invece più coerenti con un autentico miglioramento della qualità.

È una distinzione decisiva.

Non ogni automobile cinese costa meno perché è sovvenzionata. Può costare meno perché la filiera delle batterie è più integrata, la produzione è più ampia, i processi industriali sono più rapidi, la concorrenza interna è feroce e le imprese hanno investito prima degli europei.

Allo stesso tempo, non ogni vantaggio cinese è il risultato innocente della produttività. Credito agevolato, energia sostenuta, terreni concessi dalle amministrazioni locali, partecipazioni pubbliche e aiuti lungo tutta la catena possono trasferire una parte del costo dall’impresa al bilancio pubblico.

Il compito della politica commerciale dovrebbe essere separare questi due fenomeni. Colpire il sussidio dimostrato, non punire genericamente l’efficienza straniera.

La Commissione europea ha imposto dazi compensativi sui veicoli elettrici cinesi dopo un’indagine che ha ritenuto esistenti sovvenzioni capaci di minacciare un danno ai produttori europei. È uno strumento previsto dalle regole commerciali, non necessariamente una guerra ideologica contro la Cina. Ma una misura difensiva diventa protezionismo improduttivo quando pretende di sostituire una strategia industriale che non esiste.

Il doppio standard occidentale

L’Occidente conserva comunque una notevole capacità di indignarsi per i sussidi degli altri dimenticando i propri.

Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Inflation Reduction Act e il CHIPS and Science Act per attrarre fabbriche, semiconduttori, batterie e tecnologie verdi mediante crediti fiscali e sostegni pubblici. L’Unione europea ha risposto con il Net-Zero Industry Act, il Chips Act, nuove regole sugli aiuti di Stato e il Clean Industrial Deal.

Le tre grandi aree economiche — Cina, Stati Uniti ed Europa — praticano ormai forme differenti di politica industriale. Il conflitto non oppone più il libero mercato occidentale allo statalismo cinese; oppone sistemi che sovvenzionano settori strategici con strumenti, dimensioni e gradi di trasparenza diversi.

Quando un produttore europeo riceve fondi per decarbonizzare un’acciaieria, l’intervento viene definito transizione industriale. Quando Pechino agevola la produzione di batterie, viene immediatamente descritto come distorsione.

La differenza può esistere, soprattutto quando mancano reciprocità e trasparenza, ma deve essere dimostrata. Non può essere semplicemente presunta sulla base della nazionalità del produttore.

Anche l’argomento delle esportazioni va maneggiato con cautela. Un’industria fortemente orientata ai mercati esteri viene considerata competitiva quando è europea e aggressiva quando è cinese. Il commercio internazionale non può funzionare se l’export è virtuoso soltanto quando parte dai nostri porti.

L’Europa preferisce il dazio alla diagnosi

La narrazione sulla Cina svolge soprattutto una funzione politica: evita ai governi europei di spiegare perché il continente sia diventato un luogo tanto difficile nel quale produrre.

L’industria europea paga l’energia più cara rispetto a molti concorrenti, soffre la frammentazione del mercato, dispone di capitali insufficienti per far crescere le imprese innovative, investe poco nelle reti elettriche e digitali, forma competenze che spesso emigrano e impiega anni per autorizzare progetti che altrove vengono realizzati in pochi mesi.

La stessa Commissione europea riconosce che gli elevati costi energetici e la competizione globale costituiscono due dei principali ostacoli alla competitività industriale. La crescita dell’Unione resta modesta e gli investimenti hanno fornito negli ultimi anni un contributo debole o negativo.

Attribuire questo ritardo alle automobili cinesi è politicamente rassicurante. Non obbliga a completare il mercato unico dei capitali, riformare la burocrazia, produrre energia abbondante, finanziare la ricerca e accettare che alcune vecchie imprese debbano trasformarsi.

È più facile imporre un dazio che costruire una rete.

Più facile proteggere un produttore inefficiente che favorire la nascita di un concorrente innovativo.

Più facile accusare Pechino che spiegare perché l’Europa abbia inventato tecnologie che non è poi riuscita a industrializzare su larga scala.

Il peso delle lobby

Anche la politica industriale europea rischia di essere catturata dai settori che dovrebbe trasformare.

Un’analisi di Corporate Europe Observatory — organizzazione indipendente, non un’istituzione ufficiale — ha contato oltre 750 incontri tra rappresentanti industriali e alti funzionari europei collegati al Clean Industrial Deal tra febbraio 2025 e febbraio 2026. Il dato non prova da solo una cattura regolatoria: consultare le imprese che dovranno attuare una politica industriale è normale. Ma mostra quanto sia forte la pressione affinché il sostegno alla transizione diventi protezione delle posizioni esistenti.

Una politica industriale intelligente deve aiutare le imprese a cambiare, non pagare perché rimangano uguali.

Se gli aiuti servono a innovare, ridurre i costi energetici, formare lavoratori e sviluppare tecnologie, possono accrescere la produttività. Se servono soltanto a schermare aziende mature dalla concorrenza, diventano rendite pagate dai contribuenti.

Il protezionismo non produce automaticamente fabbriche

L’esperienza americana dovrebbe suggerire prudenza.

I dazi imposti alla Cina hanno modificato le rotte commerciali, riducendo in parte la quota cinese nelle importazioni dirette degli Stati Uniti e favorendo Paesi come Messico e Vietnam. Ma le analisi della Banca Mondiale non trovano prove robuste di un vasto ritorno della produzione negli Stati Uniti. Una parte delle catene è stata semplicemente deviata o ricomposta attraverso Paesi terzi.

Il dazio cambia il prezzo relativo delle importazioni; non costruisce stabilimenti, non forma tecnici, non accelera le autorizzazioni e non rende l’energia meno costosa.

Può offrire tempo a un’industria minacciata. Ma il tempo è utile soltanto se viene impiegato per investire. Se la protezione diventa permanente, l’impresa non ha più incentivi sufficienti a innovare e il consumatore paga beni più cari.

La guerra commerciale ha inoltre imposto costi a produttori e consumatori dei Paesi che applicavano le tariffe, senza generare automaticamente la promessa rinascita manifatturiera. Gli studi della Banca Mondiale rilevano effetti negativi sul benessere e una trasmissione dei costi lungo le catene produttive.

Questo è particolarmente importante per l’Europa, che importa dalla Cina non soltanto prodotti finiti, ma componenti, macchinari, apparecchiature elettroniche e materiali impiegati dalle stesse imprese europee. Nel complesso, i beni intermedi rappresentavano il 58,3% delle importazioni di merci dell’Unione nel 2024, mentre nel 2025 la Cina era il principale fornitore esterno, con il 22,3% delle importazioni extra-UE. Un aumento generalizzato dei dazi rischia quindi di proteggere un’impresa a valle facendo salire i costi di molte altre a monte.

La deindustrializzazione non è soltanto cinese

La perdita di occupazione manifatturiera negli Stati Uniti e in Europa non può essere attribuita a una causa unica.

Lo “shock cinese” ha avuto effetti reali e territorialmente concentrati: intere comunità hanno perso stabilimenti, redditi e prospettive. Gli economisti hanno talvolta sottovalutato la lentezza con cui i lavoratori possono ricollocarsi e i costi sociali prodotti dalla liberalizzazione commerciale.

Ma anche l’automazione ha eliminato molte mansioni industriali. Studi della Banca Mondiale stimano che, nelle economie avanzate, i robot possano spiegare una quota rilevante della riduzione dell’occupazione manifatturiera. La tecnologia può aumentare produttività e produzione senza ricreare il numero di posti di lavoro che esisteva nelle fabbriche del Novecento.

Qui cade un’altra illusione protezionistica: riportare una fabbrica non significa necessariamente riportare tutti i suoi operai.

Una produzione rientrata in patria può essere altamente automatizzata, intensiva in capitale e povera di occupazione. Il reshoring può migliorare la sicurezza della filiera e creare posti qualificati, ma non ricostruirà automaticamente il mondo industriale scomparso.

La sfida non consiste nel restaurare il passato, bensì nel distribuire i benefici della nuova produttività.

Anche la Cina deve cambiare modello

Criticare l’uso politico occidentale della sovraccapacità non significa ignorare gli squilibri cinesi.

La Cina ha sostenuto per decenni un modello fondato su investimenti, edilizia, infrastrutture, manifattura ed esportazioni. Oggi la crisi immobiliare, l’indebitamento degli enti locali e la debolezza dei consumi interni rendono sempre più difficile assorbire all’interno la capacità costruita.

Il Fondo monetario internazionale ha invitato Pechino a ridurre i sostegni industriali non giustificati, ristrutturare il debito delle amministrazioni locali e rafforzare consumi, protezione sociale e domanda interna. Anche le autorità cinesi hanno avviato misure contro la cosiddetta “involuzione”, cioè la competizione distruttiva fondata su investimenti eccessivi, prezzi sempre più bassi e margini insufficienti.

Una Cina che consuma di più e dipende meno dalle esportazioni sarebbe positiva anche per l’economia mondiale. Acquisterebbe più beni stranieri, ridurrebbe gli squilibri commerciali e offrirebbe alle proprie imprese un mercato interno più sostenibile.

Pechino non può pretendere che il resto del mondo assorba indefinitamente gli effetti delle proprie politiche industriali. Ma l’Occidente non può chiedere alla Cina di ridurre la produzione semplicemente perché le imprese europee hanno perso terreno.

La politica economica possibile

La scelta non è tra libero scambio ingenuo e chiusura protezionistica.

L’Europa dovrebbe utilizzare difese commerciali mirate quando esistono prove di sussidi distorsivi, dumping o violazioni della reciprocità. Deve diversificare le forniture nei settori critici, evitare dipendenze monopolistiche e proteggere le infrastrutture strategiche.

Ma deve anche mantenere aperti i mercati nei settori nei quali la concorrenza cinese riduce i prezzi, accelera la transizione energetica e stimola l’innovazione europea.

Soprattutto, deve occuparsi di ciò che dipende da lei: energia, ricerca, infrastrutture, capitale umano, mercato unico, produttività e accesso ai finanziamenti.

I dazi possono difendere un confine economico. Non possono sostituire una politica economica.

Possono correggere una distorsione. Non possono creare competitività dove competitività non c’è.

Possono rallentare la perdita di quote di mercato. Non possono inventare l’innovazione che non è stata finanziata.

La Cina non è uno spauracchio immaginario. È una potenza industriale che utilizza il mercato, lo Stato, la pianificazione, il credito e la scala produttiva con un’efficacia che l’Occidente fatica a comprendere e replicare. Ma proprio per questo la risposta non può consistere nel rendere più costosi i prodotti cinesi e sperare che, per magia, le fabbriche europee tornino competitive.

La sovraccapacità cinese esiste in alcuni settori, ma la sottocapacità politica europea è un problema ancora più grave. Pechino deve ridurre i sussidi distorsivi e riequilibrare la propria economia verso i consumi; Bruxelles deve smettere di confondere la protezione con la strategia. Un dazio può alzare il prezzo di un’automobile cinese. Non può abbassare il costo dell’energia europea, formare un ingegnere, finanziare una nuova tecnologia o restituire produttività a un continente. La Cina non è innocente, ma non può diventare l’alibi dietro il quale l’Europa nasconde il proprio declino.