Mentre Mosca colpisce le città ucraine e Kiev porta la guerra dentro le infrastrutture energetiche russe, il vertice NATO di Ankara deve decidere se continuare a pensare la sicurezza europea soltanto attraverso il riarmo oppure costruire anche una strategia politica per la pace. Spagna e Italia chiedono maggiore spazio alla diplomazia; Polonia e Germania vedono invece nell’Ucraina la prima linea della deterrenza contro la Russia.
Gli attacchi sono reciproci, ma non equivalenti: la responsabilità originaria rimane dell’aggressione russa. Tuttavia, dopo oltre quattro anni di guerra, l’Europa rischia di trasformare l’Ucraina in un territorio-cuscinetto destinato a combattere indefinitamente per la sicurezza altrui. La pace non può essere una resa a Putin, ma neppure un orizzonte rinviato a tempo indeterminato.
La guerra è ormai entrata nella sua fase più ambigua. La Russia continua a distruggere città, abitazioni e infrastrutture ucraine; l’Ucraina risponde penetrando sempre più profondamente nel territorio russo e colpendo porti, raffinerie, depositi e terminal petroliferi. Entrambi cercano di aumentare il costo della guerra per l’avversario. Ma più cresce la capacità di ferire, più si allontana la capacità di immaginare il giorno successivo alla guerra.
Al 5 luglio 2026 il conflitto tra Russia e Ucraina presenta due immagini apparentemente speculari.
Da una parte ci sono i palazzi di Kyiv sventrati dai missili e dai droni russi. L’attacco del 2 luglio, condotto con 74 missili e 496 velivoli senza pilota secondo le autorità ucraine, ha provocato almeno trenta morti, decine di feriti e danni a circa 130 edifici. Nei giorni successivi sono stati colpiti anche Sumy, dove sono morti civili compresa una bambina, e Kryvyj Rih, città natale del presidente Volodymyr Zelensky.
Dall’altra parte c’è il fumo levatosi sul terminal petrolifero di San Pietroburgo. I droni ucraini hanno raggiunto le infrastrutture portuali della seconda città russa, il porto di Vysotsk e obiettivi militari nell’area di Kronštadt, sede strategica della Flotta del Baltico. Kyiv presenta questi attacchi come “sanzioni a lungo raggio”: non semplici rappresaglie, ma un tentativo di colpire le entrate energetiche, la logistica e la capacità industriale che alimentano la macchina bellica di Mosca.
Mosca sostiene intanto di avere conquistato cinque villaggi nelle regioni di Kharkiv e Donetsk e rivendica il controllo di Kostjantynivka, nodo fondamentale della linea difensiva ucraina. Kyiv nega la caduta della città e afferma che i combattimenti continuano. Le conquiste territoriali annunciate dalla Russia non risultano ancora verificate indipendentemente.
È il nuovo volto della guerra: non più soltanto trincee, artiglieria e avanzate misurate in chilometri, ma una contesa tra sistemi tecnologici capaci di portare il terrore a centinaia o migliaia di chilometri dal fronte.
Attacchi incrociati non significa responsabilità equivalenti
Definire “incrociati” gli attacchi non deve produrre una falsa simmetria morale.
La Russia ha invaso l’Ucraina, ne ha occupato una parte del territorio e continua a negare, attraverso la forza, il diritto di un popolo a determinare liberamente il proprio futuro. L’Ucraina esercita il diritto alla difesa riconosciuto dall’ordinamento internazionale. Non si può quindi mettere sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito.
Tuttavia, riconoscere questa asimmetria non significa approvare automaticamente ogni mezzo impiegato da chi si difende. Anche la guerra difensiva rimane sottoposta ai principi di distinzione, proporzionalità e protezione dei civili. Una raffineria che finanzia e rifornisce lo sforzo militare può essere considerata un obiettivo strategico; un autobus, un’abitazione o una popolazione colpita indiscriminatamente non lo diventano per il semplice fatto di trovarsi nel Paese aggressore.
La giustizia della causa non rende giusto ogni atto compiuto in suo nome.
Oggi entrambe le parti cercano di dimostrare che nessuna retrovia è veramente sicura. Mosca vuole convincere gli ucraini e i loro alleati che il costo della resistenza continuerà a crescere. Kyiv vuole mostrare al Cremlino che la guerra non può essere combattuta indefinitamente lontano dalle città russe e pagata soltanto dai civili ucraini.
È una logica militarmente comprensibile, ma politicamente pericolosa. La profondità degli attacchi aumenta più rapidamente della profondità della diplomazia.
Ankara e le due Europe
Il vertice NATO convocato ad Ankara per il 7 e 8 luglio 2026 arriva dunque mentre il fronte si allarga e l’Alleanza atlantica si interroga sul proprio futuro.
L’agenda ufficiale indica tre priorità: aumento degli investimenti militari, crescita della produzione industriale della difesa e prosecuzione del sostegno all’Ucraina. La dichiarazione preparata dagli ambasciatori dovrebbe riaffermare l’impegno “ferreo” verso l’articolo 5, qualificare la Russia come minaccia persistente alla sicurezza euroatlantica e indicare circa 70 miliardi di euro di assistenza militare a Kyiv per il 2026, con l’intenzione di mantenere un livello analogo nel 2027.
Ma dietro la formula dell’unità convivono almeno due diverse percezioni della guerra.
La prima appartiene soprattutto ai Paesi dell’Europa orientale e settentrionale. Per Polonia, Stati baltici e, in misura crescente, Germania, la guerra ucraina non è un conflitto periferico: è il luogo nel quale viene contenuta una minaccia che potrebbe un giorno investire direttamente il territorio della NATO.
Varsavia considera la Russia la principale minaccia diretta e duratura per la sicurezza euroatlantica. La Polonia destina alla difesa quasi il 5 per cento del prodotto interno lordo, chiede il rafforzamento permanente del fianco orientale e insiste sulla necessità di continuare l’appoggio politico e materiale all’Ucraina.
Berlino si è progressivamente avvicinata a questa visione. La Germania vuole assumere un ruolo centrale nella difesa europea, rafforzare il pilastro continentale della NATO e prepararsi a compensare almeno in parte una possibile riduzione della presenza militare americana. Il riarmo tedesco non nasce soltanto dalla solidarietà verso Kyiv, ma dalla convinzione che la Russia potrebbe ricostituire rapidamente le proprie forze e rappresentare, dopo l’Ucraina, una minaccia per altri Paesi europei.
Per Polonia e Germania, dunque, l’Ucraina costituisce la prima linea della deterrenza. Finché l’esercito russo rimane impegnato e logorato sul territorio ucraino, dispone di minori capacità per esercitare pressioni militari sul Baltico, sulla Polonia o sull’Europa centrale.
Il ragionamento strategico è evidente. Ma contiene un pericolo morale: trasformare l’Ucraina in un cuscinetto umano, in una grande zona di sacrificio incaricata di combattere e morire affinché altri Paesi possano guadagnare il tempo necessario per riarmarsi.
Un popolo aggredito deve essere aiutato a difendersi; non può però essere ridotto a strumento della sicurezza altrui.
La posizione della Spagna
La Spagna rappresenta una sensibilità differente, ma non per questo assimilabile al filorussismo.
Madrid ha stanziato un miliardo di euro di aiuti militari bilaterali per l’Ucraina nel 2026. Pedro Sánchez ha definito l’invasione russa crudele, ingiusta e contraria al diritto internazionale, sostenendo il futuro ingresso di Kyiv nell’Unione europea.
Nello stesso tempo, il governo spagnolo insiste maggiormente sulla necessità di concludere le ostilità attraverso un accordo giusto e duraturo. Sánchez ha dichiarato che la Spagna è disponibile a sostenere ogni iniziativa capace di raggiungere la pace e porre fine a una guerra che ha causato morti, milioni di sfollati, inflazione, aumento dei prezzi energetici e impoverimento sociale in tutta Europa.
La differenza con Varsavia non consiste quindi nello scegliere tra Ucraina e Russia. Consiste nel diverso peso attribuito ai due verbi: resistere e negoziare.
Per la Polonia, senza una Russia militarmente indebolita, ogni trattativa rischia di diventare una tregua utilizzata da Mosca per riorganizzarsi. Per la Spagna, senza un’iniziativa politica credibile, il sostegno militare rischia di trasformarsi in una gestione indefinita della guerra.
Madrid contesta inoltre l’idea che la sicurezza europea debba essere misurata quasi esclusivamente attraverso percentuali di spesa militare. Già al vertice dell’Aia del 2025 Sánchez aveva ottenuto una formulazione che evitasse di obbligare automaticamente la Spagna al nuovo obiettivo del 5 per cento del PIL, sostenendo che il rispetto degli impegni militari non richiede necessariamente la medesima percentuale per tutti gli alleati.
È una posizione discutibile, ma non pacifista in senso ingenuo. La Spagna riconosce la necessità della deterrenza; rifiuta che essa diventi l’unico linguaggio della politica internazionale.
La prudenza italiana
Anche la posizione italiana si sta facendo più sfumata.
Il governo Meloni continua a sostenere l’Ucraina e ha confermato l’invio di aiuti militari per tutto il 2026. Roma non ha ritirato il proprio appoggio a Kyiv e non riconosce alcuna legittimità all’aggressione russa.
Tuttavia, secondo indiscrezioni emerse durante la preparazione del vertice, l’Italia avrebbe chiesto di evitare nel comunicato finale un riferimento troppo rigido al mantenimento dello stesso livello di aiuti militari nel 2027. La motivazione attribuita a Roma sarebbe la necessità di non anticipare come inevitabile un altro intero anno di guerra, proprio mentre si intensificano i contatti diplomatici. Fonti governative italiane hanno successivamente negato che l’Italia intendesse bloccare gli aiuti, precisando che il sostegno a Kyiv non è in discussione.
La posizione italiana può essere riassunta così: sostenere l’Ucraina oggi senza scrivere nei documenti diplomatici che la guerra debba necessariamente continuare domani.
È una distinzione sottile, ma importante.
Programmare le capacità militari è indispensabile: non si può lasciare Kyiv senza munizioni sulla base di una speranza negoziale. Tuttavia, fissare con eccessiva enfasi gli stanziamenti per gli anni successivi può comunicare l’idea che l’Occidente abbia già escluso una soluzione politica prima ancora di averla seriamente cercata.
L’Italia non si colloca ancora sulla stessa linea della Spagna. Il governo Meloni rimane più nettamente atlantista e più disponibile ad aumentare la spesa per la difesa. Ma Roma sembra avvertire che la fermezza militare, per non diventare inerzia bellica, deve essere accompagnata da un’iniziativa diplomatica.
L’Ucraina non può diventare il muro dell’Europa
La vera questione che Ankara dovrebbe affrontare non è se scegliere la deterrenza oppure la pace.
Una pace priva di deterrenza può diventare l’intervallo tra due aggressioni. Una deterrenza priva di diplomazia può invece trasformarsi nella preparazione permanente della prossima guerra.
La NATO deve impedire alla Russia di concludere che la violenza paga. Ma deve anche evitare di considerare l’Ucraina soltanto come la trincea avanzata dell’Europa.
Le espressioni “Stato-cuscinetto” e “zona di deterrenza” appartengono al vocabolario delle potenze, non a quello dei popoli. Dietro quelle formule esistono città, famiglie, chiese, scuole, bambini cresciuti nei rifugi, soldati esausti e milioni di persone che non possono essere condannate a una guerra senza termine perché la loro geografia risulta utile agli equilibri strategici degli altri.
Anche l’immagine dell’“orso sovietico” deve essere utilizzata con cautela. La Russia contemporanea non è l’Unione Sovietica: non propone più un’ideologia comunista universale, ma un nazionalismo autoritario, imperiale e revanscista. Rimane però attiva una concezione sovietica dello spazio circostante, secondo la quale i Paesi vicini non possiedono una sovranità piena quando le loro scelte contraddicono gli interessi di Mosca.
È questa concezione che l’Europa deve respingere.
Ma respingerla non significa adottare il principio opposto, trasformando l’Ucraina in proprietà strategica dell’Occidente.
Quale pace è ancora possibile?
Dopo oltre quattro anni di guerra, nessuna soluzione appare indolore.
Una restituzione immediata di tutti i territori occupati resta l’obiettivo conforme al diritto internazionale, ma non sembra attualmente raggiungibile senza un’ulteriore e forse enorme escalation militare. Il riconoscimento giuridico delle annessioni russe sarebbe invece un premio all’aggressione e costituirebbe un precedente pericoloso.
Tra questi due estremi potrebbe esistere lo spazio per un armistizio che non riconosca formalmente le conquiste territoriali, congeli la linea del fronte, preveda garanzie internazionali credibili per Kyiv, restituisca prigionieri e deportati, protegga le infrastrutture civili e apra negoziati sul futuro dei territori.
Un simile accordo non sarebbe ancora la pace. Sarebbe la cessazione della strage e l’inizio di un processo politico.
Per arrivarvi occorrono almeno tre condizioni: che Mosca comprenda di non poter ottenere con facilità una vittoria totale; che Kyiv non venga costretta ad accettare una resa mascherata; che Stati Uniti ed Europa concordino una proposta capace di combinare sicurezza, sanzioni, incentivi e verifiche internazionali.
Le telefonate tra Donald Trump, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, alla vigilia del vertice, indicano che una finestra diplomatica viene almeno evocata. Il Cremlino riferisce che il presidente americano ha nuovamente offerto il proprio aiuto per una rapida cessazione dei combattimenti; Zelensky ha parlato di una possibilità reale di porre fine alla guerra. Ma tra una dichiarazione e un accordo esiste ancora l’abisso delle condizioni incompatibili poste dalle parti.
Ankara sarà quindi un test.
Se il vertice si limiterà ad annunciare più armi, più spese e più produzione militare, la NATO dimostrerà di saper organizzare la guerra ma non di saper preparare la pace.
Se invece abbandonerà l’Ucraina per ottenere un’intesa rapida con Putin, mostrerà che i confini europei possono essere modificati attraverso la violenza.
La via responsabile è più difficile: sostenere Kyiv abbastanza da impedirne la sconfitta, rafforzare la difesa europea senza trasformarla in economia permanente di guerra e, nello stesso tempo, costruire un negoziato nel quale la pace non significhi resa e la sicurezza non significhi conflitto infinito.
L’Ucraina non può essere consegnata alla Russia, ma neppure condannata a combattere eternamente perché costituisce un comodo cuscinetto per l’Europa. Polonia e Germania hanno ragione a temere l’imperialismo russo; Spagna e Italia hanno ragione a ricordare che la deterrenza deve produrre un negoziato, non sostituirlo. Ad Ankara la NATO dovrà dimostrare di essere più di un’alleanza armata: dovrà provare di possedere una politica capace di difendere la giustizia senza perdere di vista la pace.
Posso monitorare il vertice di Ankara del 7-8 luglio e segnalarti le decisioni che modificano le prospettive della guerra.
