Il Senato ha fissato al 3 giugno l’inizio dell’esame in aula del disegno di legge sulla morte volontaria medicalmente assistita. Tredici testi presentati in questa sola legislatura, un precedente già approvato dalla Camera nel 2022 e poi naufragato, due regioni — Toscana e Sardegna — che hanno legiferato in supplenza di uno Stato assente. Il quadro è quello di un paese che gira attorno a una domanda senza volerla guardare in faccia: che cosa significa morire bene, e che ruolo ha lo Stato in quel momento?

La bioetica cattolica non ha mai negato la realtà della sofferenza. Sarebbe disonesto presentarla come una dottrina dell’accanimento, dell’obbligo di sopravvivere a ogni costo, del dolore come valore in sé. Il magistero è su questo inequivoco: l’abbandono dei trattamenti sproporzionati, la sedazione palliativa, la rinuncia all’accanimento terapeutico sono pienamente legittimi. Ciò che si contesta non è il diritto di morire senza soffrire, ma l’idea che lo Stato organizzi e garantisca la soppressione volontaria della vita come prestazione sanitaria.

Il punto non è solo teologico. È antropologico, e quindi politico. La tradizione che va da Ippocrate a Hans Jonas a Leon Kass — laica quanto si vuole — ha sempre individuato nel divieto di uccidere il fondamento della fiducia terapeutica. Il medico che cura e il medico che somministra la morte non sono la stessa figura. Confonderle non è un progresso della medicina: è una sua mutazione. Quando il Servizio sanitario nazionale diventa anche erogatore di morte volontaria, cambia la natura del patto tra paziente e istituzione. La domanda che un malato rivolge al medico — “mi aiuterà?” — acquisisce un’ambiguità che non esisteva prima.

La biopolitica cattolica aggiunge una preoccupazione che non è confessionale ma strutturale: le leggi sul fine vita tendono a espandersi. Non per un complotto, ma per la logica interna del principio di non discriminazione. Se il criterio è la sofferenza intollerabile, perché limitarlo a chi è tenuto in vita da macchinari? Se è l’autonomia della persona, perché escludere chi soffre psichicamente? Il Belgio e i Paesi Bassi, pionieri dell’eutanasia legale, hanno risposto a queste domande allargando progressivamente le categorie. Non è un argomento della “deriva” — è la storia documentata di quelle legislazioni.

Il testo Bazoli, che è il principale riferimento delle opposizioni, è più cauto del modello olandese. Ma già la proposta del Movimento 5 Stelle include il trattamento eutanasico diretto e allenta il requisito del sostegno vitale. Quella di Alleanza Verdi-Sinistra prevede la somministrazione diretta dei farmaci da parte del personale medico. Il perimetro, insomma, è già in movimento prima che la legge esista.

La risposta cattolica a tutto questo non può esaurirsi nel no. Sarebbe un no sordo, e politicamente sterile. Ciò che la bioetica di ispirazione cristiana ha da proporre è un cambio di paradigma: non la legge sulla morte, ma la legge sulla cura. Cure palliative accessibili su tutto il territorio nazionale — oggi ancora profondamente diseguali tra nord e sud —, assistenza domiciliare, supporto ai caregiver, accompagnamento psicologico. La presidente Meloni ha citato questi obiettivi a gennaio 2026. Resta da vedere se rimarranno parole o diventeranno politiche finanziate.

Perché il vero scandalo, in questo paese, non è che si discuta di suicidio assistito. È che molte persone chiedono di morire perché non riescono a vivere: sole, senza reti di cura, abbandonate dalla medicina quando smette di guarire e non sa più accompagnare. Una società che investe seriamente nel fine vita inteso come cura — non come procedura di uscita — pone la domanda sul suicidio assistito in un contesto radicalmente diverso. Forse, in quel contesto, molti cambierebbero risposta.

La legge arriverà in aula il 3 giugno. Il dibattito sarà aspro, le divisioni interne ai partiti si faranno sentire, e l’esito è incerto. La bioetica cattolica non chiede al Parlamento di legiferare secondo il Vangelo. Chiede qualcosa di più modesto e più esigente insieme: che prima di scrivere la legge sulla morte, questo paese scriva finalmente una legge seria sulla vita che precede la morte. Quella vita difficile, malata, dipendente, che oggi troppo spesso non trova risposta — e allora la cerca altrove.