C’è una piccola storia parlamentare che merita di uscire dalle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera, dove normalmente muore, e di arrivare alla luce del dibattito pubblico. È la storia di un emendamento bocciato. Un emendamento che chiedeva una cosa sola, formulata con la semplicità disarmante che di solito nasconde le questioni più serie: che il nucleare, nella legge delega che il governo Meloni intende approvare entro l’estate, fosse limitato ai soli usi civili.
La maggioranza ha votato contro.
Non ha votato contro il nucleare — questo sarebbe un’altra storia. Ha votato contro la clausola che lo circoscriveva alla ricerca e alla produzione di energia. Ha tenuto aperta, deliberatamente, la porta agli usi militari. Poi non ne ha parlato. Nessun comunicato, nessuna conferenza stampa, nessuna dichiarazione esplicativa. Il ministro Pichetto Fratin continua a parlare di «energia sostenibile» e di centrali «verso la metà del prossimo decennio». Giorgia Meloni annuncia che la legge delega sarà approvata entro l’estate. Il ministro Tajani, nelle stesse ore, dichiara che bisogna lavorare perché l’Iran non costruisca l’arma nucleare. Nessuno dei tre cita l’elefante nella stanza.
Il silenzio, in politica, non è mai neutro.
Sia chiaro: bocciare un emendamento non equivale ad annunciare un programma di armamento nucleare. L’Italia è firmataria del Trattato di non proliferazione, è membro della NATO sotto l’ombrello atomico americano, e costruire una bomba richiederebbe decenni, decine di miliardi e una rottura politica di proporzioni storiche. Non è quello che sta succedendo. Ma la domanda che Angelo Bonelli ha posto — «La premier spieghi quali siano le sue reali intenzioni» — è una domanda legittima, anzi doverosa, e merita una risposta che non sia il silenzio.
Perché i parlamenti funzionano così: si vota, e i voti significano qualcosa. Se la maggioranza avesse voluto dire «il nucleare italiano sarà esclusivamente civile», bastava votare quell’emendamento. Era lì, disponibile, gratuito, senza costi politici. Non l’ha fatto. Il principio di non contraddizione vorrebbe che questa scelta avesse un significato. Almeno uno.
Il contesto non aiuta a essere sereni. L’Europa sta riarmando a ritmi che non si vedevano dalla Guerra Fredda. La Francia ha rilanciato il dibattito sulla propria deterrenza nucleare come ombrello per il continente. La Polonia e i Paesi baltici discutono apertamente di capacità atomiche nazionali. In questo clima, la scelta di non precludersi esplicitamente gli usi militari dell’atomo assume una risonanza diversa da quella che avrebbe avuto dieci anni fa. Non è paranoia: è lettura del contesto.
C’è poi la questione del metodo, che in democrazia vale quanto quella del merito. Il disegno di legge ha quattro articoli, è stato presentato in ottobre, i tempi di discussione sono stati contingentati fino a tre minuti per gruppo, un centinaio di emendamenti sono stati respinti in blocco con la tecnica del «canguro», e l’obiettivo dichiarato è chiudere i voti entro il 19 maggio per andare in aula il 26. Una materia che ridisegna la politica energetica e potenzialmente strategica del paese per i prossimi decenni, trattata con i ritmi di un decreto omnibus di fine anno. La fretta, in queste cose, è sempre un segnale.
Il punto non è essere contro il nucleare o a favore. È che una scelta di questa portata — reintrodurre l’energia atomica in un paese che l’ha rifiutata due volte per referendum, in un quadro geopolitico che ha cambiato le coordinate della sicurezza europea — meriterebbe un dibattito adulto, trasparente, con le carte sul tavolo. Non emendamenti silenziosi, non bocciature senza spiegazione, non ministri che parlano di bollette mentre si lascia aperta una finestra su questioni che bollette non sono.
«Nucleare sostenibile», ha detto la presidente del Consiglio. È un ossimoro almeno parziale — lo dice Bankitalia sui costi, lo dicono le agenzie internazionali sui prezzi al megawattora, lo direbbe il buon senso su cosa significa ereditare scorie radioattive per le prossime diecimila generazioni. Ma «sostenibile» almeno indica una direzione, un aggettivo che circoscrive, che delimita il campo.
La porta lasciata aperta ieri in commissione è invece un atomo senza aggettivi. E gli atomi senza aggettivi, la storia lo ha mostrato, possono diventare molte cose.
