Termina la visita di Trump in Cina
C’è una scena che vale più di qualsiasi comunicato ufficiale. Donald Trump, appena atterrato nella Grande Sala del Popolo, tra fanfare militari e ventuno colpi di cannone, ringrazia «l’amico Xi» per la «magnifica accoglienza» e dichiara che la giornata è stata «fantastica». Xi Jinping, dal canto suo, modula l’entusiasmo con «una dose di durezza» — come scrive chi era presente — e avverte che una gestione sbagliata di Taiwan potrebbe portare i due paesi a «scontrarsi o addirittura entrare in conflitto». Stesso incontro, stesso tavolo, stessa cerimonia. Due planeti diversi.
Questo è il cuore della visita di Trump a Pechino: uno spettacolo sontuoso che ha prodotto risultati modesti, avvolti in una retorica trionfale inversamente proporzionale alla loro consistenza. Duecentocinquanta miliardi di rapporti commerciali in ballo, la guerra in Iran sullo sfondo, Taiwan come spina conficcata in ogni frase, e alla fine il «raccolto» — come lo definisce chi ha analizzato i risultati — è una tregua commerciale che nessuno sa ancora se prorogare, accordi agricoli di perimetro incerto, e duecento aerei Boeing invece dei cinquecento che i mercati aspettavano: le azioni sono crollate del quattro percento, commento involontario ma eloquente.
Eppure sarebbe un errore liquidare tutto come farsa. Il teatro, in diplomazia, non è il contrario della sostanza: spesso è la sostanza. Il fatto che i due uomini più potenti del mondo si siedano allo stesso tavolo, si chiamino amici, si invitino reciprocamente, vale qualcosa — vale almeno l’assenza di qualcosa di peggio. La «stabilità strategica» di cui parla Xi con il suo consueto vocabolario levigato non è una formula vuota: è la descrizione di un equilibrio fragile che entrambe le parti, per ragioni diverse, preferiscono al disordine.
Il problema è Taiwan. Sempre Taiwan.
Xi l’ha chiamata «la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», e ha evocato la trappola di Tucidide — quella teoria geopolitica secondo cui una potenza emergente e una dominante tendono strutturalmente alla guerra. Non è un’allusione accademica: è un avvertimento preciso, consegnato pubblicamente, davanti alle telecamere di mezzo mondo. La risposta americana, affidata al segretario di Stato Rubio, è stata che le politiche su Taiwan «non sono cambiate». Il che è vero, e al tempo stesso è esattamente il problema: non sono cambiate, ma non è chiaro quanto a lungo possano non cambiare.
Che Trump non abbia «reagito, nemmeno in modo sottile» — come ha scritto il Guardian — all’avvertimento di Xi dice qualcosa di interessante. Potrebbe essere debolezza, o indifferenza, o calcolo. Probabilmente un misto dei tre. Il tycoon che ama le relazioni personali, che si fida degli «amici» più che delle alleanze, che misura tutto in termini di deal — questo Trump è genuinamente a disagio con le questioni che non si chiudono con una stretta di mano e un comunicato. Taiwan è esattamente quel tipo di questione: non si chiude, non si risolve, non si monetizza. Si gestisce, nel migliore dei casi. Si ignora, nel peggiore. Si esplode, nel caso che nessuno vuole nominare.
Rimane un dettaglio che la cronaca registra quasi di passaggio: Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, aggiunto «a sorpresa all’ultimo minuto» alla delegazione americana. I chip H200 — i più avanzati per l’intelligenza artificiale — restano bloccati, non vendibili alla Cina. Nessuna svolta. Eppure la sola presenza del patron dell’azienda che produce il hardware dell’intelligenza artificiale globale, in quel palazzo, in quel momento, dice qualcosa sulla vera posta in gioco: non i soia o il Boeing, ma chi controllerà i neuroni artificiali del prossimo decennio.
Il 24 settembre, a Washington, il remake. Stessa retorica, stessa cordialità, stesso nodo irrisolto che aspetta pazientemente il suo momento.
Il teatro del mondo va in scena. Il nodo stringe.
