Messaggio di Leone XIV all’Università Cattolica di Bolivia in occasione dei suoi 60 anni
C’è qualcosa di malinconico, e forse di profetico, nel fatto che Leone XIV abbia scelto il febbraio scorso di scrivere all’Università Cattolica Boliviana “San Pablo” proprio mentre la Bolivia bruciava — non di fuoco, ma di quella fiamma silenziosa che è la crisi economica quando diventa crisi di speranza. Il Papa ha parlato di Veritas in Caritate, verità nella carità, come bussola per una comunità accademica; e il destino, con il suo senso del paradosso, ha fatto sì che quelle parole cadessero su un paese dove la verità è da decenni materia contesa, e la carità un lusso che la politica non riesce a permettersi.
La Bolivia è il paese più andino dell’anima sudamericana. Non semplicemente perché la sua capitale amministrativa, La Paz, si arrampica a quasi quattromila metri su un altopiano che toglie il fiato ai forestieri e abitua i locali a una certa vertigine dell’esistenza. Ma perché la Bolivia ha sempre vissuto sul bordo: dell’indigenismo e della modernità, del socialismo e del nazionalismo, della povertà e di un sottosuolo che dovrebbe renderla ricca. È lo Stato plurinazionale che ha scritto nella sua Costituzione la parola “Pachamama”, la Madre Terra, con la stessa dignità con cui altri paesi scrivono “mercato”. È il paese del litio — il metallo del futuro — che non riesce ancora a estrarlo in quantità significative. È il paese che ha avuto il primo presidente indigeno della storia latinoamericana e che adesso, dopo vent’anni, ha voltato pagina in modo brusco e non ancora del tutto leggibile.
Il 17 agosto 2025 resterà nella storia della Bolivia come la data in cui si è chiusa un’era: per la prima volta in quasi due decenni, il Movimiento al Socialismo non solo ha perso il potere, ma ha a mala pena raggiunto il 3% di voti necessario per sopravvivere come forza politica. La caduta del MAS è stata spettacolare proprio perché autoinflitta: i protagonisti di questa implosione sono l’expresidente Evo Morales e il presidente Luis Arce, entrambi del MAS, che si sono consumati in uno scontro fratricida. Al loro posto è arrivato Rodrigo Paz, conservatore, centrista di destra, che ha giurato su “Dio, Patria e Famiglia” e promesso di riaprire la Bolivia al mondo. Sei mesi dopo, le proteste di vari settori contro il suo governo si sono intensificate con almeno 67 blocchi stradali e una marcia che promette di percorrere centinaia di chilometri, in mezzo a una grave crisi economica con un’inflazione interanuale del 14% ad aprile. La Bolivia che voleva riaprirsi al mondo ha trovato la sua capitale chiusa dai blocchi stradali.
È in questo scenario che la voce di Leone XIV — nuovo papa, ancora da scoprire nella sua piena statura — assume una risonanza particolare. Il messaggio alla “San Pablo” non è un documento politico, ma chi conosce la Bolivia sa che lì ogni parola risuona in un contesto dove la frammentazione del sapere di cui parla il Papa non è una metafora accademica: è la realtà quotidiana di un paese dove le università producono élite e i poveri restano fuori, dove il gas che scaldava le ambizioni del socialismo bolivariano è passato da quasi sessanta milioni di metri cubi al giorno nel 2014 a meno di trenta nel 2024, trascinando con sé le entrate dello Stato e i sogni di redistribuzione.
L’ultimo papa a calpestare il suolo boliviano fu Francesco, nel luglio del 2015. Fu la seconda visita di un pontefice al paese, dopo quella di Giovanni Paolo II nel 1988. Il Santo Padre percorse le città di El Alto, La Paz e Santa Cruz, dove incontrò il presidente Evo Morales, i vescovi, i sacerdoti e il popolo boliviano. Fu un viaggio memorabile per almeno due ragioni. La prima è quel gesto che ancora oggi i boliviani ricordano: a Santa Cruz, davanti a una folla commossa, Francesco chiese umilmente perdono, non solo per le offese della Chiesa, ma per i crimini contro i popoli originari durante la cosiddetta conquista dell’America. La seconda è la tappa al carcere di Palmasola, dove il Papa si presentò ai detenuti non come autorità ma come “un uomo perdonato, salvato dai suoi molti peccati”. In quel gesto c’era tutta la teologia che poi Leone XIV ha tradotto nel motto di un’università: la verità non come dominio, ma come servizio alla dignità di ogni essere umano, specialmente i più vulnerabili.
Dieci anni separano quella visita dall’oggi. Dieci anni in cui la Bolivia ha vissuto un tentato golpe, una pandemia, una guerra civile strisciante tra fazioni della stessa sinistra, una crisi energetica silenziosa e una svolta elettorale che ha ribaltato vent’anni di storia. Oggi Morales marcia di nuovo, da Caracollo verso La Paz, contro le politiche neoliberiste e di privatizzazione del governo di destra che lui stesso ha contribuito a rendere possibile con la sua ostinazione. Il cerchio si chiude, ma non si chiude bene.
Eppure, in questa Bolivia che non trova pace, c’è qualcosa di tenacemente vivo. La Chiesa cattolica — che ha chiesto perdono e poi è rimasta, che ha costruito università sugli altipiani e ospedali nella foresta, che ha accompagnato sia i governi progressisti sia quelli conservatori con la stessa voce critica — continua a essere uno dei pochi luoghi dove si può ancora parlare di bene comune senza che la parola diventi bandiera di partito. I vescovi boliviani, di fronte alla crisi nazionale, hanno ribadito: “Come Chiesa difenderemo sempre la vita di tutti, soprattutto delle persone più vulnerabili.” Non è poco, in un paese dove tutto il resto sembra diviso.
Leone XIV scrive da Roma che Veritas in Caritate è “un criterio per il discernimento accademico e pastorale, e un programma esigente per il futuro”. Chissà se qualcuno, a La Paz, mentre i blocchi stradali impediscono alle bombole del gas di arrivare nelle case, legge quelle parole e ci trova qualcosa di concreto. La Bolivia ha bisogno di verità — su sé stessa, sulla propria storia, sulle proprie risorse e le proprie fratture. E forse ha bisogno che quella verità venga detta con carità, cioè senza la cattiveria del vincitore né il rancore del perdente. È un programma difficile per chiunque. Forse impossibile per la politica. Forse ancora possibile per chi, in un’università di montagna, continua ad aprire libri ogni mattina.
