La dignità che non si negozia

C’è una parola che ritorna, ostinata, nel discorso di Leone XIV ai parlamentari dell’Osce riuniti a Montecitorio. Una parola che la retorica politica ha consumato fino quasi a svuotarla: dignità. Eppure nelle labbra di un Papa che porta il nome del grande leone sociale, quella parola riacquista peso specifico, torna a graffiare.

Il contesto è la lotta al narcotraffico — materia tecnica, si direbbe, da commissioni parlamentari e rapporti interpol. E invece Prevost ne fa l’occasione per ricordare una cosa elementare e continuamente dimenticata: che anche chi ha commesso un reato resta un essere umano. Che la giustizia, per essere tale, non può esaurirsi nella punizione. Che la pena di morte, la tortura, ogni trattamento crudele o degradante non sono strumenti di civiltà, ma sua negazione.

Lo dice in un momento preciso. L’amministrazione Trump ha riportato sul tavolo la fucilazione e la sedia elettrica per i condannati federali. La Knesset ha approvato la pena capitale per atti di terrorismo. Cinquantaquattro Stati nel mondo praticano ancora l’esecuzione legale, e nel 2024 Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno concentrato il novantuno per cento delle esecuzioni globali. Il Papa non cita nessuno per nome, ma la cronaca si incarica di contestualizzare.

Ciò che colpisce non è la posizione in sé — la Chiesa si oppone alla pena di morte da decenni, e Giovanni Paolo II l’aveva già scritta nel Catechismo — quanto il tono. Non il monito solenne dall’alto, ma qualcosa di più simile a uno scrupolo condiviso, a una preoccupazione che chiede di essere presa sul serio anche da chi non crede. Nessuno può rivendicare il diritto di violare la dignità altrui, dice Leone XIV, quali che siano il suo potere o il suo status. Il soggetto è volutamente largo: include il criminale, certo, ma include anche lo Stato.

Perché c’è una tentazione ricorrente — nei dibattiti sulla pena, sulla sicurezza, sul “fare giustizia” — che è la tentazione dell’eccezione. L’idea che la dignità umana valga in linea generale, ma che certi crimini la sospendano. Che esistano persone talmente al di fuori dell’umano da non meritarne le tutele. È una logica seducente, comprensibile nella sua origine emotiva, e sbagliata nelle conseguenze: perché ogni sistema penale che ammette l’eccezione finisce per allargarla.

Il Papa aggiunge un elemento che i politici tendono a trascurare: l’educazione. Non come alternativa alla legge, ma come suo fondamento invisibile. I social media — dice — banalizzano i rischi della droga, diffondono disinformazione pericolosa. La risposta non è soltanto la repressione del traffico, ma la costruzione di una coscienza capace di riconoscere il danno. È un’osservazione quasi scolastica nella sua semplicità, eppure sistematicamente assente dai dibattiti sulla sicurezza, dove l’offerta di proiettili supera sempre quella di ragioni.

Dignità, dunque. Una parola logora che un vecchio istituto — il papato — continua, con qualche anacronistico coraggio, a rimettere al centro. Non perché il mondo la ascolti sempre. Ma perché qualcuno, almeno, continui a pronunciarla.