C’è una foto che gira sui social da ieri mattina e che dice tutto senza dire nulla: Monica Montefalcone, cinquantun anni, docente di Ecologia marina all’Università di Genova, sorriso largo, muta da sub, il mare delle Maldive sullo sfondo. Una di quelle fotografie che il mare restituisce felici e che il mare, quella stessa mattina, non ha restituito.

Si erano immersi al mattino i cinque italiani morti nell’atollo di Vaavu. L’allarme è scattato solamente all’ora di pranzo, quando dall’imbarcazione Duke of York nessuno li ha visti tornare. Cinque persone. Una grotta corallina a cinquanta metri di profondità. Nessun ritorno.

Le grotte subacquee dell’atollo di Vaavu come una trappola per cinque italiani morti in un’immersione nelle profondità delle acque delle Maldive. A tuffarsi dalla safari boat Duke of York senza più risalire erano persone apparentemente esperte, forse in esplorazione nell’ambito di una crociera scientifica.

Chi erano, prima di diventare nomi in un comunicato della Farnesina, merita di essere raccontato.

Leader del gruppo era Monica Montefalcone, responsabile scientifica della campagna di monitoraggio delle Maldive, coordinatrice di un progetto di ricerca al quale partecipavano anche altre due vittime. Con lei sua figlia Giorgia Sommacal, ventenne, studentessa di ingegneria biomedica a Genova. Una madre e una figlia che condividevano la stessa passione per il mare fino in fondo — in tutti i sensi. Muriel Oddenino, ricercatrice all’università di Genova originaria di Poirino, nel Torinese, coautrice di ricerche sulla conservazione degli ecosistemi marini. Federico Gualtieri, trentun anni, di Omegna, aveva appena dedicato la sua tesi di laurea alla «Diversità ed ecologia dei Corallimorphari e degli Zoanthari negli atolli centrali delle Maldive», laureandosi a marzo scorso all’università di Genova in Biologia ed Ecologia Marina. Poche settimane tra la laurea e la morte, nello stesso posto che aveva studiato sui libri. C’era poi Gianluca Benedetti, padovano, che dopo una lunga esperienza nella finanza aveva deciso di trasformare la subacquea, passione di lunga data, in un’attività a tempo pieno. Uno di quegli uomini che a un certo punto della vita scelgono di abbandonare il mondo dei numeri per quello dell’acqua salata. L’aveva fatto. Era arrivato fin là.

Non erano turisti del fine settimana. Non erano neofiti in cerca di emozioni da selfie. Erano partiti per la missione a bordo del lussuoso yacht Duke of York, arrivati domenica nell’arcipelago per una ricerca di due settimane. Persone che conoscevano il mare, che lo studiavano, che ci vivevano dentro professionalmente. Il che rende la tragedia ancora più oscura: se non loro, chi?

Le cause restano avvolte nell’incertezza che sempre accompagna i fondali. Tra le ipotesi avanzate da alcuni esperti c’è quella della cosiddetta tossicità da ossigeno o iperossia, una condizione che può verificarsi con un’esposizione prolungata o ad alta pressione a elevate concentrazioni di ossigeno durante immersioni profonde, provocando perdita di coscienza, convulsioni e altri gravi effetti neurologici. Lo pneumologo Claudio Micheletto ha commentato: «Quando si respirano concentrazioni troppo elevate di ossigeno, il gas diventa tossico per l’organismo. Durante l’immersione compaiono vertigini, dolore, alterazione dello stato di coscienza e disorientamento, condizioni che rendono impossibile risalire in superficie». Secondo l’esperto, il fatto che cinque persone siano morte nella stessa immersione fa pensare non tanto a un problema di profondità, quanto a ciò che hanno respirato. «È probabile che qualcosa non abbia funzionato nelle bombole. Chi le utilizzava non poteva accorgersene: i controlli competono a chi produce e gestisce le attrezzature».

C’è un dettaglio che pesa più degli altri: le immersioni ricreative alle Maldive sono consentite fino a una profondità massima di trenta metri. I sub coinvolti si sarebbero spinti a profondità superiori. Cinquanta metri, dentro una grotta corallina, con condizioni meteo avverse. Le autorità militari hanno spiegato che il ritrovamento è avvenuto all’interno di una grotta sottomarina lunga circa sessantun metri. Si ritiene che anche gli altri quattro dispersi si trovino nello stesso punto. Una grotta che diventa sepolcro.

Il meteo non era dalla loro parte. Era prevista per quella mattina un’allerta gialla per condizioni meteomarine avverse. Chi ha autorizzato l’immersione, chi ha valutato il rischio, chi ha firmato il via libera — sono domande che le indagini dovranno rispondere. La Forza di difesa nazionale delle Maldive ha precisato che l’area dell’intervento è ad altissimo rischio e sono stati inviati sul posto equipaggiamenti speciali per le operazioni di recupero, insieme alla nave della Guardia costiera Ghaazee. Le autorità locali hanno affermato che si è trattato del peggior incidente subacqueo singolo nella storia del paese.

Il peggior incidente subacqueo singolo nella storia delle Maldive. Una nazione composta da millecentonovantadue isole coralline, uno dei luoghi al mondo più visitati per le immersioni, un’industria del diving che vale miliardi di dollari turistici. Negli ultimi sei anni almeno centododici turisti sono morti in incidenti marini nell’arcipelago, di cui quarantadue vittime di incidenti durante immersioni o snorkeling. Numeri che non entrano nei depliant.

L’atollo di Vaavu — Fotteyo Kandu, il sito più famoso, considerato da molti uno dei migliori al mondo per le sue pareti di coralli molli, canyon e cavità abitate da pesci tropicali — è anche quello che ha inghiottito cinque italiani che lo amavano abbastanza da venire fin là a studiarlo, a documentarlo, a cercarne i segreti.

Forse è questo il dettaglio che fa più male: non erano lì per caso, non erano lì di passaggio. Erano lì perché quel mare era la loro ragione di vita. Monica Montefalcone monitorava gli effetti del riscaldamento globale sulle barriere coralline. Federico Gualtieri aveva appena terminato di scriverci la tesi. Muriel Oddenino ci pubblicava articoli scientifici. Erano persone che al mare avevano dedicato la propria intelligenza, il proprio tempo, la propria carriera.

Il mare non fa sconti. Non ricorda i curricula. Non rispetta le passioni. Accetta chi entra e non sempre lo restituisce.

Cinquanta metri di profondità. Una grotta di sessantun metri. Allerta gialla. Cinque italiani che non sono più risaliti.

Da qualche parte nell’atollo di Vaavu, mentre le autorità maldiviane dichiarano il peggior incidente della loro storia e la Guardia costiera presidia l’area con equipaggiamenti speciali, quattro corpi aspettano ancora di essere riportati a casa.