Il rugby, l’ulivo e il labirinto dell’anima
C’è qualcosa di teatralmente perfetto, quasi di provvidenzialmente ironico, nel fatto che Marco Rubio abbia portato in dono al Papa un fermacarte a forma di pallone da rugby. Un oggetto duro, ovale, pensato per essere lanciato, conteso, strappato di mano. Leone XIV lo ha accettato con la grazia di chi conosce i simboli meglio dei diplomatici, e ha risposto con un ramo d’ulivo — anzi, con una penna di legno d’ulivo. Come a dire: scrivi, con questo. Scrivi qualcosa di diverso.
Quarantacinque minuti. Un’ora abbondante, se si sommano i colloqui in Segreteria di Stato col cardinale Parolin. Non è poco, per un’agenda geopolitica che brucia come stoppa. Ma è lo spazio interiore di questo incontro che merita attenzione, più che il comunicato della Sala Stampa vaticana, redatto con quella prosa levigata che dice tutto dicendo il necessario.
Rubio è un cattolico. Questo va detto con serietà, senza sarcasmo facile. È stato battezzato cattolico, è transitato per qualche anno attraverso il mormonismo e l’evangelicalismo — le vie del religioso americano sono imperscrutabili quanto quelle del Signore — ed è tornato alla Chiesa di Roma con la convinzione salda di chi ha trovato, dopo il peregrinare, la casa definitiva. Ma è un cattolico di una specie precisa, che gli studiosi anglosassoni chiamano identity Catholicism: quella forma di appartenenza in cui la fede diventa scudo identitario prima ancora che percorso di conversione, in cui il Vangelo viene letto attraverso le lenti della nazione, della famiglia etnica, della battaglia culturale. Un cattolicesimo da crociata, insomma — non nel senso deteriore del termine, ma in quello strutturale: c’è un confine, c’è un nemico, e Dio sta dalla parte giusta.
In questo schema, Cuba occupa un posto particolare, quasi mitologico. Rubio è figlio di esuli cubani. La sua famiglia porta nel sangue il trauma della fuga, la memoria di Batista e poi di Castro come due facce della stessa moneta di ferro. La Florida cubana — quella di Miami, di Hialeah, di Little Havana — è una comunità che non ha dimenticato e non perdona. E Rubio, il senatore diventato Segretario di Stato, è in un certo senso il suo figlio politico più illustre: colui che ha trasformato il dolore privato dell’esilio in vocazione pubblica, in politica estera, in sanzioni, in retorica inflessibile. Che La Habana sia stata citata esplicitamente nel colloquio vaticano — con la richiesta, da parte santa, di “sostegno al popolo cubano” — significa che il Vaticano non ha dimenticato la propria tradizione di mediazione, quella stessa che nel 2014 permise a Bergoglio di facilitare il disgelo Obama-Castro. Un primato discreto che la diplomazia pontificia custodisce gelosamente.
Ma il vero elefante nella stanza — e bisogna nominar gli elefanti, nelle sacre stanze come nei palazzi profani — si chiama Donald Trump.
Nei giorni immediatamente precedenti l’incontro, il presidente degli Stati Uniti aveva dichiarato che Leone XIV “mette in pericolo i cattolici”. Poi, con la consueta geometria variabile della sua retorica, aveva evocato la bomba atomica come strumento risolutivo per la questione iraniana. Due affermazioni che, prese insieme, costruiscono un quadro intellettualmente e moralmente sconcertante: da un lato si accusa il Papa di essere pericoloso per i suoi fedeli — una formula che sa di vecchi pamphlet anticattolici, di nativismo americano ottocentesco, del Know Nothing Party tornato in forma di tweet —; dall’altro si propone lo sterminio di massa come opzione di politica estera ragionevole.
Il Segretario di Stato, che di Trump è il volto presentabile al mondo, si è dunque trovato a Castel Gandolfo — no, a San Damaso — a stringere la mano a un Papa che tre giorni prima aveva risposto pubblicamente alle accuse del suo presidente. La scena ha qualcosa di dostoevskiano: l’inviato dell’uomo che ti ha insultato che viene a chiederti colloquio, e tu lo ricevi, perché il mandato petrino non conosce il lusso dell’astio. Leone ha ricevuto Rubio. Gli ha parlato. Gli ha regalato un ramo d’ulivo.
Parolin, la vigilia, aveva definito “strani” gli attacchi al Papa. È una parola scelta con cura diplomatica certosina. Strano: non indegno, non violento, non falso — solo strano. Come chi osservi un comportamento e non riesca a trovarne la logica interna. È la risposta di un uomo di Stato ecclesiale a un uomo di Stato laico che ha perso il filo della coerenza.
La tradizione francescana conosce bene questa scena. Francesco d’Assisi andò dal Sultano Malik al-Kamil nel 1219, in piena Crociata, senza eserciti e senza fermacarte di cristallo. Andò con le mani nude e la parola. Tornò senza aver convertito nessuno e avendo capito tutto. L’incontro non risolse la guerra, ma aprì una crepa nell’idea che il nemico fosse semplicemente il nemico.
Anche Leone XIV, figlio di sant’Agostino piuttosto che del Poverello, conosce quella crepa. La cerca, la lavora. Il comunicato vaticano parla di “lavorare instancabilmente in favore della pace”. Instancabilmente: avverbio che non ammette pause, non ammette elezioni di medio termine, non ammette cicli di notizie.
Rubio è partito dal Vaticano alle 13.50. Il corteo ha attraversato una Via della Conciliazione deserta, protetta dai cecchini e dal silenzio. Domani incontrerà Meloni. Dopodomani sarà altrove. Il mondo continuerà a bruciare nei suoi punti consueti: Gaza, il Libano, il Sahel, le acque di Cuba.
E sulla scrivania del Papa resterà una penna di ulivo. Che scriva, chi vuole la pace. Che scriva qualcosa di diverso.

