Intervista agli scrittori Rita Monaldi & Francesco Sorti
Unicum Opus – nelle librerie dal 7 aprile scorso – chiude la saga di Atto Melani, la serie di romanzi storici firmata da Rita Monaldi e Francesco Sorti (con la figlia Theodora Maria), pubblicata da Rizzoli in un formato rovesciabile che raccoglie i due titoli conclusivi: Unicum e Opus.
Il volume è ambientato a Roma nel 1670, durante uno dei conclavi più lunghi e tormentati della storia, quello che porterà all’elezione di Clemente X. Atto Melani — cantante castrato, abate e agente segreto realmente esistito — vi partecipa come conclavista al seguito dei cardinali francesi, manovrando nell’ombra tra fazioni, intrighi e doppi giochi. A complicare tutto: un inquietante attentato durante una messa a Santa Maria Maggiore e la misteriosa scomparsa di decine di bambini nei dintorni del Vaticano.
La storia viene riletta nel 1734, attraverso gli occhi di due giovani guardarobiere al castello di Sceaux, in Francia, alle quali un traduttore fiammingo porta un manoscritto in prima persona scritto da Atto — con alcune pagine cruciali inspiegabilmente mancanti.
Basato su scoperte d’archivio in Italia, Francia e Svezia, il libro funge anche da prequel diretto di Imprimatur (Roma 1683), primo romanzo della serie. Il formato rovesciabile non è solo una scelta grafica: riflette la poetica centrale dell’opera, ovvero che ogni verità ha il suo rovescio.
INTERVISTA di Alfonso Bruno
APERTURA — Il libro
Unicum Opus chiude una saga iniziata 24 anni fa. Quando avete capito che era arrivato il momento di concludere?
In realtà non è stata una decisione nata da noi. A determinare la chiusura del ciclo sono stati due fatti esterni e concomitanti: la ricorrenza dei quattrocento anni dalla nascita di Atto Melani e la decisione di Rizzoli di rilevare l’intera saga per ripubblicarla in una veste nuova.
Del resto, gli appuntamenti più riusciti della nostra vita non li abbiamo progettati a tavolino: ce li siamo trovati davanti. Ogni volta, a noi è toccato soprattutto riconoscerli, dire di sì e rimboccarci le maniche perché quel sì diventasse concreto, prendesse forma, mettesse ramoscelli e germogli. Ed è proprio lì che cominciano le spine: nella necessità di mantenere ciò che si è accolto, non sprecarlo. Operazione difficile. Per Unicum Opus è andata allo stesso modo.
Il conclave del 1670 è uno degli episodi più opachi della storia pontificia. Come lo avete scoperto e cosa vi ha convinto che fosse il cuore giusto per chiudere il ciclo?
Anche qui, più che una scelta astratta, c’è stato un riconoscimento. Alla conclusione del ciclo mancava un’ambientazione durante il periodo romano di Atto Melani, cioè tra il 1661 e il 1672. Il conclave del 1670 è l’unico che Atto Melani abbia vissuto dal didentro, gomito a gomito col Sacro Collegio: era conclavista, cioè assistente, del cardinale di Bouillon; un ruolo oggi scomparso. La scelta quindi era quasi automatica, ma nelle nostre intenzioni iniziali il conclave doveva restare sullo sfondo. Con il trapasso di papa Francesco, un anno fa, Rizzoli ci ha chiesto di portare il conclave in primo piano. Era una richiesta immensa: significava affrontare, in pochissimi mesi, una massa di studio e di ricerca tale da imporre non semplici ritocchi, ma la demolizione e la ricostruzione dell’intero impianto narrativo. A quel punto nostra figlia si è opposta a ogni esitazione e ci ha chiesto di darle fiducia. Così abbiamo acconsentito. Pur essendo nel pieno della sua tesi di master, si è gettata a capofitto nel lavoro: la ricerca delle fonti inedite, la loro individuazione attraverso le tecnologie digitali più recenti, il raffronto fra testimonianze diverse, la ricostruzione delle reali dinamiche del conclave che portò all’elezione di papa Altieri.
La scena in cui Clemente X viene eletto papa contro la sua volontà — piange, rifiuta l’anello, viene trascinato al trono — è documentata storicamente o è una vostra invenzione consapevole?
È tutto documentato parola per parola. La scena nasce da testimonianze storiche ben precise e molto dettagliate di quelle ore drammatiche per l’ottantenne cardinale Altieri: anzitutto una relazione francese e altre fonti primarie, come le lettere dell’ambasciatore Grimani al Doge di Venezia. Il dramma umano era già tutto lì, come spesso ci accade quando leggiamo le antiche carte. Gli uomini del tempo esprimevano più facilmente le proprie emozioni in determinate circostanze, anche nelle più solenni. Oggi siamo tutti più freddi, compìti e “normalizzati”. Nel Seicento, invece, chi manteneva sempre autocontrollo covava non di rado doppi fini. Questa è almeno la nostra esperienza statistica nel leggere le lettere.
LA RICERCA
Le appendici del libro citano documenti diplomatici inediti. Dove li avete trovati e qual è stata la scoperta archivistica più sorprendente?
I giacimenti maggiori per le vicende di Atto Melani sono come sempre Parigi e il Granducato di Toscana. La scoperta più sorprendente è stata il riemergere dell’archivio di Atto Melani, creduto disperso da più di un secolo e invece conservato in un fondo non censito della Biblioteca Labronica di Livorno: migliaia di lettere segrete scambiate con papi, cardinali, re e ministri. È stata una scoperta capace non soltanto di arricchire il quadro, ma di obbligarci a riscriverlo.
E qui va detto con assoluta chiarezza: tutto il conclave di Unicum è opera di nostra figlia Theodora Maria. È stata lei a reggere l’urto principale della ricerca sulle fonti nuove e a imporre la rifondazione dell’intreccio narrativo. In famiglia la chiamiamo scherzosamente Theody Mary, per la sua grinta, con affettuosa allusione al Bloody Mary; ma dietro il gioco c’è una verità severa: senza di lei di questo conclave non si sarebbe ancora capito nulla.
Quanto pesa la ricerca storica sulla libertà narrativa? Dove finisce il documento e inizia il romanzo?
Per noi la ricerca non limita la libertà narrativa: la rende più esigente. Il documento non è una gabbia, è un terreno di resistenza. Costringe a rinunciare al facile, al pittoresco, al generico. Il romanzo comincia nel punto in cui la documentazione, pur dicendo moltissimo, non può ancora restituire da sola il tono di una voce, il ritmo di un silenzio, la temperatura morale di un istante. Ma non deve mai tradire il documento: deve ascoltarlo fino a farne emergere la musica interna. Il nostro ideale non è inventare contro le carte, ma spremere le carte fino a far sentire al lettore che quella vita è davvero passata di lì e porgergli un’ipotesi onesta di quali intenzioni vi fossero dietro le azioni.
I TEMI
Atto Melani è castrato, spia, artista. Il romanzo esplora il vuoto lasciato da una mutilazione subita da bambino. Come si scrive quel dolore senza scivolare nel melodramma?
Con pudore, anzitutto. E con rispetto. Il rischio del melodramma nasce quando il dolore viene esibito invece che compreso. Nel caso di Melani ci interessava molto più il vuoto che il lamento, molto più la forma adulta di quella ferita che la sua teatralizzazione. Una mutilazione subita da bambino non produce soltanto sofferenza: produce adattamenti, intelligenze di sopravvivenza, ironie difensive, fame di potere, bisogno di controllo, sete d’amore. Il vero modo di raccontarla era lasciare che fosse il personaggio intero a parlarne, non una singola scena patetica.
La riedizione BUR associa ogni romanzo a un vizio capitale. L’avidità e l’accidia toccano a Unicum: è una chiave di lettura che sentite davvero vostra?
Sì, molto, perché, come diciamo da sempre, più che autori ci sentiamo amministratori delle storie che scriviamo. Quindi non ci sorprendiamo troppo quando scopriamo nelle opere delle nostre mani una ricchezza non intenzionale. È stato piuttosto incredibile renderci conto a posteriori di come ciascun romanzo della serie fosse una declinazione di un vizio capitale sopra tutti gli altri pur compresenti. Siamo rimasti a bocca aperta, qui in casa e in casa editrice. È proprio vero che i libri vivono di una vita propria, che va al di là della consapevolezza dell’autore.
I vizi capitali sono energie deformanti dell’animo. In Unicum l’avidità non è solo quella del denaro: è fame di controllo, di influenza, di sopravvivenza politica. E l’accidia non è semplice inerzia: è stanchezza dello spirito, rinuncia, incapacità di reggere il bene che pure si riconosce. Sono due forze profondamente intrecciate con l’universo del conclave e con la vecchiaia del mondo che il romanzo racconta. Dunque sì: è una chiave che sentiamo nostra, se la si intende in questo senso forte.
IL TRIO — domande specifiche per Theodora

[A Theodora] Sei entrata in un universo narrativo già costruito da tuoi genitori. Come hai trovato — o imposto — la tua voce?
L’ho trovata lavorando, ma non direi di averla imposta. Quando ci si mette al servizio di un’opera non si possono imporre gusti personali, ma vanno sviluppati e modellati in base alle necessità. Avendo naturalmente letto tutti i libri della saga su Atto Melani, entrare in un universo già così definito mi ha più emozionata che intimidita. All’inizio il lavoro non è certo stato facile (quando lo è?). Sapevo di entrare in una casa già costruita; poi ho capito che il solo modo giusto di abitarla era aprire porte faticose da aprire. La mia voce è nata lì: nella ricerca, nell’esplorazione delle fonti, nel non accontentarmi di ciò che già sembrava acquisito. Se ho imposto qualcosa, è stato un surplus di radicalità, costruito su quanto avevo visto fare ai miei genitori nei libri precedenti. E da quello è venuta anche una voce.
[A Theodora] Ora che sei al timone del “marchio di famiglia”, come immagini il futuro di questo universo? Atto Melani può tornare o appartiene definitivamente al passato?
Un ritorno lo vedo plausibile: la scoperta a Livorno dell’archivio perduto promette materiale interessante per future trame storiche. Tuttavia non credo alle resurrezioni decorative. Atto Melani tornerà solo perché esiste una necessità vera, non per nostalgia o per gestione di un marchio. Per ora mi interessa custodire questo universo tenendolo vivo nel modo più difficile: non sfruttandolo. Il passato, se è davvero vivo, non è mai definitivamente chiuso; ma proprio per questo non va convocato invano. Dunque non escludo nulla, ma non prometto nulla: Melani tornerà solo se avrà ancora qualcosa di necessario da dire.
CONTESTO E PROVOCAZIONI
I vostri libri sono stati spesso più celebrati all’estero che in Italia. Come lo spiegate, e vi dà ancora fastidio?
La storia di Imprimatur, il nostro romanzo d’esordio, uscito per Mondadori nel 2002, la conoscono ormai in molti. C’è anche un libro, Il caso Imprimatur, scritto da Simone Berni, il cacciatore di libri scomparsi. In Italia, durante i 13 anni successivi in cui siamo usciti solo oltreconfine, i nostri nomi hanno suscitato reazioni difensive, talvolta ideologiche, talvolta di sistema, come se il nostro sussistere all’estero malgrado le vicende italiane disturbasse qualche ripartizione già stabilita. Non è una lamentela: è una constatazione. Gli otto libri che seguirono a Imprimatur nacquero tutti all’estero, e furono anche scritti per l’estero. Una cosa naturale, in fondo: abbiamo trascorso la nostra vita nella Mitteleuropa. La seconda pubblicazione italiana fu a settembre 2015, di nuovo Imprimatur, seguito man mano dagli altri. Il primo titolo che abbiamo scritto per gli italiani è stato nel 2016 Malaparte – Morte Come me, arrivato nella dozzina del Premio Strega.
Rileggendo Imprimatur oggi, dopo 24 anni, cosa vi sorprende — in bene o in male — di quel libro e di voi stessi?
Nulla. Non rileggiamo mai i nostri libri da autori. Al massimo, dopo anni, li dobbiamo rileggere come correttori di bozze, ad esempio in occasione del rientro in Italia nel 2015 e adesso, per gli aggiornamenti da fare all’edizione BUR. Una volta che sono stati partoriti alla tipografia e ai lettori, li affidiamo al Deus artifex dal quale l’arte del libro proviene e tendiamo l’orecchio per il prossimo compito da svolgere. Non è un processo indolore: sappiamo bene per esperienza di studiosi del lontano passato che gli uomini perdono sempre, durano quanto un petalo e non vedono i frutti della semina, ma l’arte no; se essa è tale, presto o tardi compie ciò per cui nacque, anche a distanza di secoli. Una delle cose che, lo confessiamo, ci fa soffrire di più, è il dover presentare i nostri romanzi, doverli rovinare parlando parlare a un pubblico ignaro. Lo troviamo assurdo. Noi siamo molto meno intelligenti, e più banali, di quello che c’è nelle nostre storie. Andrebbero presentate da chi le ha lette, non da chi le ha scritte. E anche le copie sarebbe più logico farle autografare da chi le raccomanda. La cosa più bella, invece, sono i gruppi di lettura: hanno già letto e fanno domande precise, circostanziate, avendo capito che al centro c’è il messaggio del libro, non noi autori.
Domanda secca: a chi non ha mai letto nulla della saga, come convincete in una riga sola a iniziare da Unicum Opus?
Perché in Unicum Opus c’è tutto, dal venale al letterario: due romanzi in uno, che vanno da un conclave del 1670 ai venti di guerra del 1913, passando per Voltaire, e sempre in filigrana il nostro presente.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi formulo i migliori auguri per la vostra attività che ha molti appassionati lettori. Il libro è uscito il 7 aprile scorso, ma pubblicherò questo vostro intervento il giorno del compleanno di Rita. Atto Melani che avete comunque reso celebre avrebbe detto: ad multos!

Rita Monaldi e Francesco Sorti sono una coppia di romanzieri specializzati in narrativa storica, con 15 libri tradotti in 26 lingue e pubblicati in oltre 60 paesi. Negli ultimi anni hanno coinvolto nel progetto la figlia Theodora Maria. La loro opera più nota è la saga in sette parti dedicata ad Atto Melani (Pistoia 1626 – Parigi 1714), i cui titoli formano una sentenza latina. Unicum e Opus ne sono il capitolo conclusivo.
