Lo stretto e il pendolo
C’è una parola che ritorna come un ticchettio ossessivo in ogni comunicato, ogni dichiarazione, ogni analisi di queste ore frenetiche attorno allo Stretto di Hormuz: aperto. Aperto, chiuso, riaperto, richiuso. Come una porta che sbatte nel vento, come un respiro affannoso, come il pendolo di un orologio che scandisce il tempo di una guerra che non sa ancora come finire.
Venerdì lo stretto era aperto. I mercati petroliferi hanno tirato un sospiro di sollievo, il greggio è sceso a novanta dollari al barile, qualcuno ha già scritto di svolta. Sabato mattina era chiuso di nuovo. Due navi indiane colpite — una da cannoniere delle Guardie Rivoluzionarie, l’altra da un «proiettile sconosciuto», formula che nella lingua della guerra marina significa che nessuno vuole prendersi la responsabilità. Maersk ha fermato tutto. CMA CGM ha invertito la rotta. Il mercato era chiuso per il fine settimana, e forse è una fortuna: i trader hanno quarantotto ore per decidere se credere a Trump o ai Pasdaran.
La geografia come destino
Cinquantaquattro chilometri. È la larghezza minima dello Stretto di Hormuz nel punto più stretto, tra la punta dell’Oman e la costa iraniana. Cinquantaquattro chilometri attraverso cui transita ogni giorno circa un quinto del petrolio mondiale, un terzo del gas naturale liquefatto del pianeta. Non esiste un altro posto sulla Terra dove la geografia pesi così tanto sulla geopolitica, dove una manciata di cannoniere possa tenere in ostaggio i mercati energetici globali, i prezzi alla pompa di benzina in Europa, il costo del carburante per aerei, il riscaldamento di milioni di case.
Gli antichi Greci avevano un concetto preciso per questo: lo chiamavano stenoporos, il luogo stretto attraverso cui si deve passare. I moderni lo chiamano chokepoint, il punto di strozzatura. La parola inglese è più brutale, più onesta: evoca qualcuno che stringe le mani attorno a una gola.
L’Iran ha le mani attorno a quella gola da cinquant’anni. Lo sa. Lo hanno sempre saputo tutti. E ogni volta che la tensione sale, Tehran non ha bisogno di fare granché — basta lasciare intendere che potrebbe farlo, e i mercati già tremano.
Il teatro del negoziato
Quello che si sta consumando in queste ore è anche, e forse soprattutto, teatro. Non nel senso di finzione, ma nel senso antico: una rappresentazione che ha le sue regole, i suoi tempi, i suoi gesti codificati. Trump annuncia la svolta. Teheran smentisce a metà. Washington dice che il blocco dei porti iraniani continua. L’Iran dice che sta «rivedendo le nuove proposte». Il Pakistan fa da postino. Il Libano ottiene dieci giorni di tregua e li offre come pegno.
Ogni mossa è calibrata per il pubblico interno prima che per quello esterno. Trump deve sembrare vincitore ai suoi elettori. Khamenei — o chi per lui — non può sembrare che cede sotto pressione militare. Il Pakistan vuole restare mediatore utile. L’India, che aveva navi sotto bandiera colpite, ha convocato l’ambasciatore iraniano con quella forma di protesta diplomatica che è esattamente abbastanza seria da essere notata ed esattamente abbastanza controllata da non escalare.
E nel mezzo di tutto questo, quell’analista di Signal che dice: le prossime settantadue ore determineranno se la fiducia ritorna. Settantadue ore. Come se la fiducia fosse una merce che si misura in ore, come il petrolio si misura in barili.
Il prezzo vero
Ma c’è un prezzo che non compare nei ticker dei mercati energetici, e che questa storia tende a dimenticare. Un peackeeper dell’ONU ucciso in Libano da «attori non statali» — formula che nella lingua della diplomazia significa che si sa benissimo chi è stato ma non conviene dirlo. Migliaia di famiglie che tornano nelle loro case nel sud del Libano, percorrendo le strade affollate di un cessate il fuoco che potrebbe durare dieci giorni o dieci anni, e nessuno lo sa. Le infrastrutture energetiche del Golfo danneggiate in modo che richiederebbe mesi, forse anni, per essere riparate. I prezzi del carburante che toccano le famiglie europee, asiatiche, africane che non hanno mai sentito parlare di Larak Shari, l’isoletta iraniana che è diventata il posto di blocco più temuto del pianeta.
La guerra, anche quella che si combatte con cannoniere in uno stretto di cinquantaquattro chilometri, ha sempre una geometria di cerchi concentrici. Al centro ci sono i morti e i feriti, i marinai sorpresi da un «proiettile sconosciuto». Poi vengono le compagnie di navigazione che invertono la rotta. Poi i mercati. Poi i prezzi. Poi, all’ultimo cerchio, lontanissimi dall’epicentro, ci sono tutti gli altri: quelli che pagano il pieno di benzina, quelli che accendono il riscaldamento, quelli che non hanno mai sentito parlare delle Guardie Rivoluzionarie.
Pendolo
Il pendolo continua a oscillare. Aperto, chiuso. Tregua, attacco. Ottimismo, smentita. Trump dice che sta andando molto bene. Le navi invertono la rotta.
Forse la cosa più onesta che si possa dire di questo momento è che nessuno — né a Washington né a Teheran né nelle sale operative di Maersk — sa davvero cosa succederà nelle prossime settantadue ore. La storia dei grandi conflitti è piena di momenti come questo: ore sospese in cui tutto potrebbe ancora andare in qualunque direzione, in cui una telefonata, un incidente, una dichiarazione mal calibrata potrebbe trasformare una tregua in una escalation o una guerra in una pace.
Nel frattempo il pendolo oscilla. E cinquantaquattro chilometri di acqua salata reggono il fiato del mondo.
