Il soldato e la pace che non c’è
Si chiamava Florian Montorio, sergente capo del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban. Era in missione di apertura di itinerario verso un posto dell’UNIFIL isolato da giorni dai combattimenti. È morto in un’imboscata, colpito a distanza ravvicinata da un’arma leggera, mentre i suoi compagni cercavano di rianimarlo sotto il fuoco.
Era un «sottufficiale esperto», dice il comunicato del ministero della difesa francese, con quella formula asciutta e militare che contiene tutto il peso di una vita dedicata a qualcosa di più grande di sé. Aveva già fatto più missioni. Sapeva cosa stava facendo. È andato lo stesso.
Il paradosso del casco blu
C’è un paradosso antico e irrisolto nel cuore delle missioni di pace dell’ONU, e si chiama regole d’ingaggio. I caschi blu sono lì per interporre il proprio corpo tra le parti in conflitto, per garantire con la loro presenza che certi confini non vengano attraversati, che certi civili non vengano massacrati. Ma non possono rispondere al fuoco se non in condizioni strettissime. Non possono inseguire. Non possono deterrere nel senso militare del termine. Possono essere uccisi, e spesso lo sono, e la risposta diplomatica che segue è sempre la stessa: condanna, richiesta di chiarimento, convocazione dell’ambasciatore.
L’Hezbollah nega. Lo nega sempre. Era così anche l’ultima volta, e quella prima ancora. La formula del diniego è collaudata: «attori non statali», «elemento non identificato», «stiamo indagando». Macron dice che «tutto lascia pensare» che la responsabilità sia di Hezbollah. L’UNIFIL parla di «attacco deliberato». Il Libano condanna «fermamente» e promette di non tollerare lassismi. È un balletto che si ripete con una precisione quasi liturgica, e non cambia nulla.
Due morti in un mese
Quello che colpisce, e che rischia di perdersi nella gestione quotidiana delle notizie di guerra, è la sequenza. Un mese fa era l’aiutante capo Arnaud Frion, quarantadue anni, ucciso in Kurdistan iracheno da un drone di una milizia filo-iraniana. Oggi è Montorio, ucciso in Libano da quello che tutto porta a credere sia una formazione filo-iraniana. Due soldati francesi. Due missioni diverse. Un filo comune che porta a Teheran, o almeno alle sue propaggini armate che si distendono dal Mediterraneo orientale all’Iraq come tentacoli di una strategia di logoramento che non ha bisogno di dichiarare guerra per fare vittime.
La Francia è nel mezzo di questa ragnatela non per scelta ideologica ma per storia e per trattato. Ha soldati in Libano dalla fondazione dell’UNIFIL nel 1978. Li tiene lì perché qualcuno deve tenerli, perché il vuoto di presenza internazionale in certi luoghi è sempre più pericoloso della presenza stessa.
Il dubbio che non si può tacere
Eppure il giornalismo onesto impone di fermarsi un momento, prima di accettare la versione ufficiale come definitiva, e di fare una domanda scomoda. Una domanda che non è cospirazionismo, ma che chiunque conosca la storia recente del Medio Oriente ha il dovere di porre: cui prodest?
Il cessate il fuoco in Libano era entrato in vigore ventiquattr’ore prima. Le famiglie sfollate stavano tornando a casa nel sud del paese. I negoziati sullo Stretto di Hormuz erano in corso. Il momento, per Hezbollah, era il peggiore possibile per colpire un casco blu francese: avrebbe significato sabotare deliberatamente l’unica tregua ottenuta, alienarsi la Francia — tradizionalmente il paese occidentale più disponibile al dialogo con le componenti sciite libanesi — e fornire a Macron il pretesto per una risposta dura proprio mentre Teheran trattava.
Hezbollah non è un’organizzazione ingenua. È un apparato politico-militare con quarant’anni di esperienza tattica, che ha sempre distinto con precisione chirurgica tra ciò che conviene e ciò che non conviene fare. Uccidere un soldato francese il giorno dopo una tregua non conviene. Non conviene affatto.
Israele, invece, ha una storia documentata di operazioni nel sud del Libano condotte con armi e uniformi che non sono le proprie. Ha ogni interesse strategico a far saltare un cessate il fuoco che consolida Hezbollah in posizione di forza. Ha già attaccato in passato convogli e posizioni dell’UNIFIL— episodi per cui è stato formalmente protestato dalla stessa Francia. E si trova oggi in una fase in cui la pressione internazionale per fermare la guerra si fa sempre più insostenibile.
Questo non significa che Israele abbia ucciso Florian Montorio. Significa che l’ipotesi non può essere liquidata prima che un’indagine indipendente e trasparente sia condotta. Significa che «tutto lascia pensare» — la formula di Macron — non è ancora una certezza. Significa che la fretta nell’attribuire la responsabilità, in un contesto così intossicato, dovrebbe essere trattata con la stessa cautela con cui si tratta qualsiasi altra affermazione di parte.
La pace come bersaglio
Detto questo, e tenuto fermo il dubbio come strumento intellettuale e non come alibi, resta una verità più ampia che il caso Montorio illumina con crudeltà. In certi contesti la pace è essa stessa diventata un bersaglio. Non nel senso retorico, ma in quello letterale: i caschi blu vengono colpiti perché la loro presenza è scomoda, perché il loro monitoraggio limita la libertà d’azione di chi vuole operare nell’ombra, chiunque esso sia. Uccidere un casco blu è un messaggio. È dire: siete qui ma non potete fermarci. Siete testimoni ma non siete protetti.
Chi ha mandato quel messaggio, sabato mattina nel sud del Libano, voleva qualcosa di preciso. Voleva che la tregua saltasse, o che la Francia si arrabbiasse abbastanza da fare qualcosa di irreversibile, o che il cessate il fuoco venisse caricato di un peso insostenibile fin dal primo giorno. Capire chi è stato non è un esercizio accademico. È la precondizione di qualsiasi risposta sensata.
Il nome sul marmo
Tra qualche settimana, o qualche mese, ci sarà una cerimonia a Montauban. Un picchetto d’onore, una bandiera tricolore piegata con cura geometrica, una famiglia che riceve qualcosa che non compensa niente. Il nome di Florian Montorio finirà su un monumento, come i nomi di tutti quelli che sono andati nei posti difficili del mondo a fare il lavoro che gli altri non vogliono fare.
È giusto ricordarlo. È necessario. Ma è anche necessario chiedersi — con la stessa serietà con cui si onora il sacrificio — chi ha voluto che morisse, e perché proprio quel giorno, e se la risposta che costruiremo sulla sua morte servirà la pace o qualcun altro.
Il sergente capo Montorio era in missione di apertura di itinerario. Stava cercando di raggiungere un posto isolato dai combattimenti. Faceva esattamente quello per cui era lì.
È morto per questo. Merita almeno la verità.

