Giorgia Meloni tra Trump, il Papa e lo Stretto di Hormuz: l’arte italiana di non decidere mai nell’unico momento in cui bisogna farlo

Politica estera / L’ora della verità che non arriva mai

Giovedì 9 aprile, Giorgia Meloni aveva detto: “Agli alleati si dice con chiarezza quando non si è d’accordo.” Era una risposta alle opposizioni che la accusavano di servilismo verso Washington. Quattro giorni dopo, Trump attacca il Papa con un post su Truth Social, ordina il blocco navale di Hormuz via social media, chiede dragamine italiani per una missione di sminamento in acque di guerra — e la premier italiana impegna la mattinata a scrivere una nota sul viaggio apostolico in Africa senza nominare Trump, poi nel pomeriggio si corregge e lo nomina, poi sulla questione militare tace. Le bocche cucite, dicono le fonti. Nessuna notizia ufficiale. Il governo sta valutando. L’Italia sta pensando.

Cominciamo dalla cronologia, perché la cronologia è già, da sola, tutto ciò che serve sapere.

Giovedì 9 aprile: Meloni dice agli alleati si dice con chiarezza quando non si è d’accordo.

Domenica 12 aprile: Trump attacca Leone XIV su Truth Social, lo chiama debole sul crimine e terribile per la politica estera.

Lunedì 13 aprile, mattina: Meloni diffonde una nota in cui ringrazia il Papa per il viaggio in Africa. Non nomina Trump. Non una parola sulle critiche del presidente americano al pontefice. Liturgia pura, prosa da ufficio stampa vaticano, commendevole nella forma e vuota nel contenuto.

Lunedì 13 aprile, metà pomeriggio: le opposizioni insorgono, i sondaggi bruciano, il telefono squilla — e la premier emette una seconda nota. Questa volta Trump viene nominato. “Trovo inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre.”

Lunedì 13 aprile, sera: sulla questione dei dragamine a Hormuz, sul fatto che l’Italia è uno dei quattro paesi europei che li possiede, sul fatto che Trump ha annunciato il coinvolgimento del Regno Unito “e un paio di altri paesi” in una missione in acque ancora calde di guerra — silenzio. Bocche cucite. Il governo sta valutando.

Quattro giorni. Due note sul Papa. Zero parole sul dragamine.

Questo si chiama governare l’Italia nel 2026.

LA GEOMETRIA DEL DOPPIO COMUNICATO

Vale la pena soffermarsi sulla struttura della prima nota di Meloni, perché è un capolavoro di tecnica evasiva che merita analisi retorica autonoma.

“A nome mio personale e del Governo italiano, desidero rivolgere a Papa Leone XIV il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa.”

È una nota di auguri. In un giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha appena accusato il capo della Chiesa cattolica — la chiesa di cui Meloni si proclama figlia devota, che cita nei discorsi sull’identità italiana, che usa come fondamento della sua visione civilizzazionale — di essere “debole sul crimine” e di “favorire la sinistra radicale”, la presidente del Consiglio italiana ha scritto una nota di auguri per il viaggio.

“Possa il Ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace.”

Bello. Vero. Condivisibile. E completamente privo di qualsiasi riferimento al fatto che poche ore prima il principale alleato dell’Italia aveva attaccato quel ministero del Santo Padre in termini che il presidente dei vescovi americani aveva definito “denigratori” e la CEI italiana aveva descritto come “motivo di rammarico.”

La geometria è chiara: dico tutto il necessario per non poter essere accusata di non aver difeso il Papa, senza dire nulla che possa essere letto come critica a Trump. È la posizione del fachiro sul letto di chiodi: ci si distende sopra lentamente, distribuendo il peso in modo da non farsi trafiggere da nessun punto in particolare.

La seconda nota — quella del pomeriggio, quella che finalmente pronuncia il nome di Trump — non è un atto di coraggio. È una correzione di rotta imposta dalla realtà politica. Quando anche Salvini e Gasparri e Procaccini hanno già detto la loro, quando persino la Lega ha trovato le parole che la premier non aveva trovato la mattina, il silenzio di Meloni stava diventando più rumoroso delle critiche. La seconda nota non è chiarezza. È gestione del danno.

I QUATTRO DRAGAMINE E LA DOMANDA CHE NON SI PUÒ EVITARE

Ma la questione del Papa — per quanto simbolicamente centrale — è, politicamente parlando, la parte facile di questa giornata. Perché dire che le parole di Trump verso il pontefice sono inaccettabili non costa nulla. Nemmeno Trump si aspetta che i suoi alleati lo difendano quando attacca il Papa. È una scaramuccia narrativa, non una scelta strategica.

La parte difficile è il dragamine.

L’Italia possiede una flottiglia efficace di cacciamine a La Spezia. È uno dei quattro paesi europei — insieme a Gran Bretagna, Germania e Olanda — ad averli. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti, insieme al Regno Unito “e un paio di altri paesi”, stanno inviando dragamine nello Stretto di Hormuz. Meloni, nei giorni scorsi, aveva aperto alla possibilità di un contributo italiano — ma “in una fase post-conflitto”, in un contesto di pace o di cessate il fuoco.

Il cessate il fuoco c’è — fragile, contestato, con entrambe le parti che si accusano di violarlo. I negoziati diretti in Pakistan sono falliti. Trump ha ordinato il blocco navale via social media. L’Iran ha dichiarato che considera qualsiasi mossa militare a Hormuz una violazione del cessate il fuoco e ha minacciato di colpire i porti del Golfo. La Marina statunitense ha precisato che le navi che non si fermano possono essere sequestrate o subire l’uso della forza.

Questa è la “fase post-conflitto”? È un contesto di pace? È la situazione in cui Meloni aveva detto che l’Italia avrebbe potuto contribuire?

La risposta onesta è: no. Non è questo. Mandare dragamine italiane nello Stretto di Hormuz oggi, in questo momento, in questo contesto, non è una missione di peacekeeping — è partecipare attivamente a una crisi militare che il Parlamento italiano non ha autorizzato, che l’Europa non ha condiviso, che il diritto internazionale non riconosce chiaramente come legittima.

Il M5S lo ha detto con la chiarezza brutale dell’opposizione che non ha nulla da perdere: “Una decisione del genere deve passare per il Parlamento.” E hanno ragione — non politicamente, non tatticamene: hanno ragione costituzionalmente. L’invio di unità militari in zone di conflitto attivo richiede una deliberazione parlamentare. Non una nota stampa. Non un’indiscrezione su contatti con la Casa Bianca. I pasdaran sicuramente attaccheranno ogni nave militare entri nel teatro di guerra e i nostri marinai sarebbero messi fortemente a rischio su unità minori non attrezzate alla guerra anti-missile.

IL PRESSING ATLANTICO E IL PREZZO DEL VASSALLAGGIO

C’è una dinamica strutturale nella politica estera italiana degli ultimi trent’anni che questa crisi illumina con bruciante chiarezza: l’Italia non ha mai risolto la contraddizione fondamentale tra l’essere un paese fondatore dell’Unione Europea e l’essere un paese incapace di immaginare la propria sicurezza al di fuori dell’ombrello americano.

Questa dipendenza ha un nome tecnico — atlantismo — e ha garantito all’Italia decenni di protezione, di accesso ai mercati, di peso geopolitico superiore a quello che le sue dimensioni e la sua coerenza istituzionale avrebbero altrimenti consentito. Ma ogni ombrello ha un prezzo. E il prezzo dell’ombrello americano è che quando Washington chiama, Roma risponde. Non necessariamente con entusiasmo. Non necessariamente con convinzione. Ma risponde.

Il problema è che questa volta Washington non sta chiamando per una missione NATO in Afghanistan o per una pattuglia nel Mar Baltico. Sta chiamando per uno Stretto di Hormuz in cui l’Iran ha posato le mine, in cui il cessate il fuoco è contestato da entrambe le parti, in cui la Marina iraniana — decimata sì, ma non distrutta — conserva missili anticrociera con portata di 700 chilometri che non ha ancora usato in combattimento.

Il pressing di Trump agli alleati europei si fa sempre più pesante. È la frase più inquietante dell’intero scenario italiano. Perché pressing pesante in traduzione diplomatica significa: o venite o pagate il conto in un altro modo. Significa dazi, significa forniture militari, significa accesso ai mercati americani, significa tutto quel sistema di relazioni bilaterali che Meloni ha coltivato con Washington e che adesso Washington usa come leva.

Il Regno Unito ha trovato una formula di compromesso elegante: i dragamine e le unità anti-drone continuano ad operare nella regione, ma non per applicare il blocco militare contro i porti iraniani. Una distinzione sottile, ma abbastanza chiara da permettere a Starmer di dire in patria di non partecipare a missioni offensive.

Meloni non ha ancora trovato la sua formula. Forse perché la formula italiana richiederebbe di scegliere — e scegliere è la cosa che la politica italiana evita con più cura di qualsiasi altra.

I CRISTIANI, IL PAPA E LA COERENZA CHE MANCA

C’è un’ulteriore strato di contraddizione in questa vicenda che merita di essere nominato, perché riguarda non la politica estera ma la coerenza identitaria che Meloni ha fatto il centro della sua proposta politica.

Giorgia Meloni si è presentata agli italiani come il presidente del Consiglio della “nazione cristiana”. Ha citato Dio, patria e famiglia. Ha usato la tradizione cattolica come fondamento della civiltà occidentale che intende difendere. Ha parlato di radici cristiane dell’Europa con la stessa intensità con cui Benedetto XVI ne parlava dai pulpiti vaticani.

E adesso il suo principale alleato internazionale ha attaccato il Papa — non su un punto dottrinale marginale, non su una questione liturgica, ma sulla pace, sulla guerra, sulla vita umana — e la premier ha impiegato mezza giornata per trovare le parole per dire che era inaccettabile.

Mentre Salvini — Salvini, che con il Papa ha avuto scontri pubblici memorabili, che ha usato il rosario come accessorio elettorale e il crocifisso come arma di comunicazione — ha trovato le parole in pochi minuti: “Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare.”

Quando Salvini è più tempestivo di Meloni nel difendere il Papa, qualcosa nella geometria ideologica del centrodestra italiano si è inclinato in modo non trascurabile.

IL PARLAMENTO E LA DOMANDA CHE RESTA

I capigruppo M5S nelle commissioni Esteri e Difesa hanno chiesto a Meloni di venire in aula. È una richiesta giusta nella forma e corretta nella sostanza — non perché il M5S abbia necessariamente ragione su tutto, ma perché la domanda che pongono è la domanda giusta: questa decisione deve passare per il Parlamento.

Inviare unità militari italiane in acque dove si combatte — dove c’è un blocco navale contestato, dove l’Iran ha minacciato ritorsioni, dove i missili anticrociera iraniani hanno una portata sufficiente a raggiungere qualsiasi nave nella regione — è una decisione di guerra. Non importa come la si chiami: sminamento, garanzia del transito, missione di sicurezza marittima. Se quelle navi vengono attaccate, se quei marinai muoiono, sarà stata una decisione di guerra.

E le decisioni di guerra, in una democrazia, non si prendono nelle stanze dei contatti con la Casa Bianca di cui parlano le indiscrezioni. Si prendono in Parlamento, con un voto, con una deliberazione che distribuisce la responsabilità su chi è eletto a portarla.

Meloni lo sa. Ecco perché il silenzio continua.

LA CHIAREZZA CHE MANCA

“Agli alleati si dice con chiarezza quando non si è d’accordo.” Giovedì 9 aprile 2026.

Quattro giorni dopo, il principale alleato ha attaccato il Papa, ordinato un blocco navale contestato dal diritto internazionale, chiesto dragamine italiani per una zona di conflitto attivo — e la premier italiana ha scritto due note, nessuna delle quali risponde alla domanda che conta.

L’Italia manderà o no i suoi dragamine a Hormuz?

Se sì: in quale base giuridica? Con quale mandato parlamentare? Con quale valutazione del rischio per i marinai italiani? Con quale posizione rispetto al cessate il fuoco che Washington sta sistematicamente erodendo?

Se no: come lo dirà a Trump? Con quale chiarezza? E soprattutto: quando?

Il tempo stringe. Lo Stretto è bloccato. Il Brent è sopra i 102 dollari. I marinai italiani aspettano ordini. Il Parlamento aspetta una risposta.

E la premier italiana aspetta che la situazione si chiarisca da sola — come ha sempre fatto, come ha sempre speriamo faccia — perché in Italia il coraggio di decidere è la risorsa più rara di qualsiasi dragamine.

Il portavoce ha detto che non ci sono notizie ufficiali.

Non ne avremo presto.

L’Italia è uno dei quattro paesi europei ad avere dragamine. Trump li vuole a Hormuz adesso, non in una fase post-conflitto. Il cessate il fuoco è fragile, i negoziati sono falliti, l’Iran ha minacciato ritorsioni contro i porti del Golfo. Mandare dragamine in quello stretto oggi non è una missione di pace — è partecipare a una guerra che il Parlamento britannico non vuole, che l’Europa non riconosce, e che il Papa ha definito alimentata da un “delirio di onnipotenza”. Eppure Meloni non dice sì e non dice no. Perché in Italia l’arte di governo si chiama da decenni con un altro nome: galleggiare.