“Il pigiama a letto”. Una notte di missili, una preghiera e mio nipote che mi ha insegnato tutto
Chi l’ha raccontata è Vincent Massoud. Curdo-libanese, figlio di un esponente politico, convertito al cristianesimo, aspirante diacono permanente in Italia. Amico dei Frati Francescani dell’Immacolata e collaboratore di questa rivista Mediafighter. Un uomo che conosce il Libano e il Medio-Oriente – tra Irak ai Paesi del Golfo – dall’interno : dalle sue fratture confessionali, dalla sua fragilità istituzionale, dalla sua ostinata capacità di sopravvivere a sé stesso — e che in queste settimane conta i missili che cadono in pochi chilometri dalla casa di sua madre, con la corona del rosario in mano e il video aperto sul telefono per stare vicino ai fratelli che tremano dall’altra parte dello schermo.
Non ho dormito la notte scorsa. Attraverso i notiziari contavo i missili che cadevano in un raggio di tre, cinque chilometri dalla casa di mia madre. In quella casa c’erano i miei fratelli, il marito di mia sorella, i loro due figli. Hanno aperto il video perché potessi essere con loro — condividendo quei momenti di paura, temendo che uno dei missili potesse colpire il loro tetto. Nelle mie mani tenevo la corona del rosario e pregavo. Pregavo come si prega quando non si hanno altre parole.
È in quelle ore che mio nipote ha detto la cosa più vera che abbia sentito in tutta questa guerra.
Sua zia gli aveva chiesto perché avesse lasciato il pigiama sul letto mentre fuggivano. E lui le ha risposto: «Non senti gli aerei e i bombardamenti? Ho avuto paura, paura, paura… e tu mi chiedi del pigiama?»
Quella frase me la porto dentro. Vale più di qualsiasi analisi, più di qualsiasi editoriale, più di tutti i comunicati delle cancellerie che in questi giorni si affannano a negoziare tregue che escludono il Libano mentre il Libano brucia. In quella risposta di bambino c’è tutto: il crollo improvviso del quotidiano, la sproporzione tra il linguaggio semplice della vita domestica e l’irruzione brutale della guerra. C’è un figlio costretto a spiegare a un adulto che quando il cielo minaccia di caderti addosso, l’ordine non conta più. Conta solo salvarsi.
Da allora mio nipote dorme aggrappato a sua nonna. Lui e sua sorella hanno lasciato la loro casa perché troppo esposta al pericolo. I genitori sono rimasti — non per coraggio, ma perché forse qualche altra famiglia, fuggita dalla propria abitazione, potrebbe arrivare a cercare riparo sotto quel tetto invece di vagare per strada. È questa, oggi, una delle immagini più vere del Libano: una casa che si svuota per accoglierne un’altra, una fuga che incontra un’altra fuga, una paura che si trasmette di famiglia in famiglia come un’eredità che nessuno ha scelto.
Poi sono arrivate le domande di mia nipote. Mi ha telefonato per chiedermi se penso che possa scoppiare una guerra civile. È una domanda terribile da ricevere da una bambina. Significa doverle spiegare, con le parole giuste, che vive in una terra sospesa: da una parte un partito armato che combatte dentro una logica regionale legata all’Iran, dall’altra una popolazione che subisce le conseguenze senza essere mai stata davvero consultata, in mezzo uno Stato fragile, incapace di proteggere i propri cittadini come farebbe una vera nazione sovrana. Ma nelle case questo nodo politico non ha il volto delle analisi geopolitiche. Ha il volto delle valigie improvvisate, dei bambini che non dormono, delle nonne diventate rifugio, delle madri che trattengono le lacrime, dei padri divisi tra la paura per i figli e il dovere di custodire ciò che resta.
Io sono curdo-libanese. Sono figlio di un esponente politico. Ho scelto il cristianesimo come atto di conversione profonda, non come eredità culturale — e quella scelta, in queste notti di missili, ha il peso specifico di una roccia su cui appoggiarsi quando tutto trema. Mi sto preparando al diaconato permanente. Ho imparato dai Francescani dell’Immacolata che la fede non è un rifugio dove nascondersi dalla realtà, ma una luce con cui guardare la realtà fino in fondo, anche quando fa paura.
E allora guardo il Libano di oggi e penso al Golgota. Non per retorica — per necessità. Perché c’è un grido nel Vangelo di Matteo che conosco a memoria e che in queste settimane sento risuonare in ogni telefonata con mia madre, in ogni video aperto nel cuore della notte: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Non è debolezza, quel grido. È lo specchio del grido di ogni famiglia libanese che guarda il cielo aspettando che smetta di fare paura. La vera fede non elimina la sofferenza. La attraversa.
Penso a Maria sotto la croce. Una madre che vede suo figlio morire davanti ai suoi occhi senza poter fermare i chiodi né il dolore. Ogni madre in Libano oggi comprende quel momento. Ogni madre che aspetta notizie di suo figlio, che prega nel silenzio della notte, che non sa se il prossimo missile cadrà vicino o lontano — assomiglia a Maria che stava sotto la croce e non poteva fare nulla se non restare.
So che è difficile, in tempo di guerra, ascoltare le parole del Vangelo che ci chiede di amare i nemici. So che sembra impossibile, mentre si vedono le proprie case distrutte e il proprio paese crocifisso. Ma quel comandamento non è una resa al male: è il rifiuto di lasciare che il nostro cuore diventi un’altra forma della violenza che ci distrugge. La guerra può abbattere i palazzi. Non può vincere un cuore che ha scelto la misericordia.
Penso spesso, in questi giorni, alla traversata di Mosè. Anche lì c’erano un popolo in fuga, il deserto, la paura, il peso dell’attesa. Ma in quella storia c’era almeno una guida, una direzione, una promessa. I libanesi oggi attraversano il loro deserto senza un Mosè. Camminano da una casa all’altra, da un quartiere all’altro, da una notte all’altra, senza sapere dove finisca il pericolo e dove cominci la salvezza.
Eppure qualcosa resiste. Lo vedo nelle porte aperte, nei materassi stesi per chi arriva, nelle nonne che stringono a sé i bambini, nelle famiglie che condividono il poco che hanno. Non è lo Stato a tenere in piedi il Libano in questo momento. Non è la politica, non sono le alleanze regionali che si negoziano su tavoli da cui il Libano è sempre escluso. È questa fragile, ostinata solidarietà di chi, pur travolto dalla guerra, continua a rifiutare che l’altro resti solo.
Il pigiama lasciato sul letto non è un dettaglio. È il simbolo di un paese intero costretto, ancora una volta, a fuggire in fretta, lasciando dietro di sé non solo gli oggetti, ma l’illusione stessa di una vita normale.
Ho scritto queste parole nella speranza che la pace possa finalmente arrivare nella mia patria. E ho pregato, come si prega quando non si hanno altre armi: affinché Dio custodisca il Libano, guarisca le ferite del suo popolo, e semini la pace nei nostri cuori — perché possiamo amarci gli uni gli altri, perfino i nostri nemici, poiché solo l’amore può far scendere i crocifissi dalle croci di questo mondo.
