C’è qualcosa di strano nel calendario italiano. Certe date pesano più di altre, portano con sé un odore — di polvere, di fiume, di gioventù sprecata. Il 24 maggio è una di quelle date. Non la più allegra, bisogna dirlo.
Quella mattina del 1915, all’alba, migliaia di ragazzi attraversarono un confine che fino al giorno prima era solo una linea su una cartina. Dall’altra parte c’era la guerra. La vera guerra, non quella declamata nei comizi, non quella cantata dai futuristi nei caffè di Milano con la camicia sbottonata e il verso facile. Quella di fango, pidocchi, gas e ordini assurdi urlati da ufficiali che non avevano mai visto un campo di battaglia.
L’Italia ci era arrivata con il solito teatrino. Mesi di «sacra neutralità», poi il Patto di Londra firmato di nascosto, poi i discorsi di D’Annunzio che infiammavano le piazze con quella sua voce da profeta laico. Eia, eia, alalà. Bella roba. Intanto i treni caricavano carne fresca verso il Carso.
Eppure — e qui sta il nodo che la storia non scioglie mai del tutto — quella guerra aveva anche una sua logica, persino una sua necessità. L’Italia unita aveva appena cinquant’anni. Trieste era ancora austriaca. Trento parlava italiano ma obbediva a Vienna. C’era, in quegli uomini che marciavano verso il confine, qualcosa di genuino: il senso incompiuto del Risorgimento, il desiderio di chiudere un conto aperto da Cavour e rimasto in sospeso come una frase a metà.
Il problema è che i conti aperti dalla storia li pagano sempre i più giovani. Li pagano con gli interessi.
Seicento mila morti. Cifra che la mente non riesce davvero ad abitare. Prova a farlo: seicento mila facce, seicento mila madri, seicento mila mattine che qualcuno non ha vissuto. Ragazzi di vent’anni che sapevano arare un campo o riparare un carretto, e che invece impararono a conoscere il suono preciso di una granata in arrivo — quel fischio che ti dà il tempo di pensare, ma non abbastanza.
La guerra finì, e l’Italia vinse. Vinse male, dicevano. «Vittoria mutilata», la chiamò D’Annunzio — che di mutilazioni vere, quelle degli altri, si preoccupava assai poco. Ma il malcontento era reale, e il seme velenoso era già piantato: da lì a qualche anno sarebbe arrivato il fascismo a raccoglierlo, con la sua abilità nera nel trasformare il lutto collettivo in rancore politico.
Ogni anno, il 24 maggio, qualcuno depone una corona. I discorsi ufficiali si somigliano tutti — «sacrificio», «patria», «valori». Parole giuste messe in fila come soldati sull’attenti, che però non fanno sentire niente.
Forse bisognerebbe invece fermarsi un momento sul Piave — quel fiume che la canzone ha reso immortale — e ascoltarlo davvero. Cosa mormora, oggi, quel fiume?
Mormora quello che mormorano tutti i fiumi che hanno visto troppe cose: che l’acqua passa, che i nomi cambiano, che i confini si spostano. E che i ragazzi, in ogni epoca, continuano a pagare i debiti che i vecchi contraggono.
Il 24 maggio non è una festa. È un promemoria.
