Meglio il blocco che il lutto. L’Italia, il fango e il ponte che non c’è ancora
Centodieci anni. Tanto è nota la frana di Petacciato. Studiata, mappata, descritta in letteratura geologica con la precisione che si riserva ai fenomeni antichi e ricorrenti. Eppure, quando il terreno si è rimesso in moto la mattina del 7 aprile, ha fatto quello che ha sempre fatto: ha preso tutto con sé. L’autostrada. I binari. La statale. La normalità di un martedì qualunque.
Un fronte di quattro chilometri. L’A14 spezzata in entrambe le direzioni. La linea ferroviaria adriatica con i binari contorti come fili di ferro lasciati al sole. Cinquanta persone evacuate, scuole chiuse fino all’università, la Puglia che trema all’idea dell’isolamento e da Palazzo Chigi arriva quella formula, dura come pietra: Italia divisa in due.
Eppure — ed è qui che vale la pena fermarsi — nessun morto. Nessuno sotto le macerie. Nessuna diretta televisiva con i soccorritori nel fango a cercare superstiti. Solo il rumore sordo di un disagio enorme, gestito. Il blocco preventivo ha funzionato: le evacuazioni erano già in corso, le cancellazioni dei treni già annunciate, i settanta volontari già dispiegati in venti squadre quando la frana ha accelerato. In un Paese che conosce troppo bene il catalogo delle sue tragedie idrogeologiche, questa volta la macchina dell’emergenza ha tenuto.
Ma proprio questo successo parziale — il fatto che si possa parlare di bilancio e non di lutto — rende ancora più urgente la domanda che l’Italia si rifiuta sistematicamente di affrontare: perché sappiamo gestire le emergenze meglio di quanto sappiamo prevenirle? Perché siamo bravi a chiudere l’autostrada e lenti, lentissimi, ad armarla contro il rischio che la chiuderà ancora?
Il geologo Nicola Sciarra, intervenuto sul posto, ha detto una cosa che vale più di qualsiasi comunicato istituzionale: «È una frana millenaria. Non si fermerà mai. Si possono fare opere di mitigazione, ma bisogna conviverci». Conviverci. Non sconfiggerla, non cancellarla dalla mappa, non promettere che non accadrà più. Imparare a starle accanto, a presidiarla, a ridurne il peso ogni volta che si sveglia. È una visione del territorio sobria, adulta, priva di trionfalismo. Ed è esattamente l’opposto di come l’Italia racconta sé stessa quando parla di grandi opere.
Perché è impossibile non pensarci, davanti a Petacciato. È impossibile guardare quei binari deformati, quella statale già dimezzata dal crollo di un viadotto precedente, quei 200 millimetri di pioggia che bastano a mettere in ginocchio un corridoio infrastrutturale intero — ed evitare il confronto con il Cantiere dei Cantieri, con il sogno in acciaio e cemento che dovrebbe attraversare lo Stretto di Messina.
Non è una questione ideologica. Non si tratta di essere contro il progresso o contro la Sicilia o contro chi, legittimamente, immagina un’Italia più connessa. Si tratta di una domanda molto più semplice, quasi brutale nella sua linearità: in un Paese dove quasi ottomila comuni sono esposti al rischio idrogeologico, dove i viadotti invecchiano senza manutenzione adeguata, dove una frana nota da oltre un secolo riesce ancora a tagliare in due la penisola — in questo Paese, il ponte sullo Stretto è davvero la priorità?
L’opera più lunga e costosa mai progettata in Italia sorgerebbe sopra la faglia sismica più attiva del Mediterraneo, in una zona che conosce terremoti, eruzioni, maremoti. Sorgerebbe in un Paese che non ha ancora finito di ricostruire i borghi distrutti dai terremoti degli anni scorsi. Che ha strade provinciali percorse da mezzi di soccorso che pregano di non trovare una curva franata. Che finanzia la prevenzione del rischio idrogeologico con fondi che spesso restano inutilizzati per anni, intrappolati in procedure burocratiche che sembrano progettate apposta per rallentare ciò che dovrebbe correre.
C’è una logica elementare che il territorio cerca di insegnarci ogni volta che frana, ogni volta che esonda, ogni volta che un viadotto cede sotto il peso degli anni: prima si consolida ciò che esiste, poi si costruisce ciò che manca. Prima si ripara la casa, poi si pensa al gazebo. Non è conservatorismo, non è mancanza di visione. È il principio di realtà che ogni ingegnere conosce e che la politica troppo spesso ignora, preferendo il nastro inaugurale all’anonimato virtuoso della manutenzione ordinaria.
Il Molise che frana non fa notizia quanto un ponte che si inaugura. Non ha la fotogenia dell’opera faraonica, non si presta alla retorica del primato, non produce quell’immagine potente — la campata sospesa sul mare, la prospettiva che si perde nell’orizzonte — che riempie i manifesti elettorali. Ha invece tutto il peso silenzioso dell’ordinario: canali da mantenere, versanti da drenare, ferrovie da proteggere, suoli saturi da monitorare stagione dopo stagione, senza sosta e senza gloria.
Eppure è lì, in quel lavoro invisibile, che si misura la vera maturità di un Paese. Non nell’audacia di costruire dove nessuno ha costruito, ma nella disciplina di conservare ciò che si ha, di rispettare la fragilità del suolo su cui si vive, di scegliere la prevenzione anche quando non porta voti.
Petacciato tornerà a muoversi. Il geologo lo sa, i tecnici lo sanno, probabilmente lo sa anche chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo in quelle colline. La domanda non è se, ma quando. E la risposta che questo Paese deve darsi, ogni volta che il terreno si rimette in moto, non può essere soltanto quella dell’emergenza ben gestita.
Deve essere, finalmente, quella di un Paese che ha smesso di sorprendersi del proprio territorio — e ha iniziato, davvero, ad ascoltarlo.
