La guerra in Sudan non risparmia nessuno: ospedali bombardati, corridoi umanitari bloccati e oltre 28.000 civili costretti a fuggire dallo Stato del Nilo Azzurro da metà gennaio. L’ONU lancia l’allarme, mentre i droni trasformano città e mercati in campi di battaglia.

La spirale di violenza che stringe il Sudan non accenna a fermarsi. Secondo le Nazioni Unite, più di 28.000 persone hanno abbandonato le proprie case nello Stato del Nilo Azzurro da metà gennaio — con oltre 4.000 nuovi sfollamenti registrati nei soli ultimi dieci giorni. La causa scatenante è l’offensiva congiunta delle Rapid Support Forces (RSF) e del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N) contro Baw, poi estesa ad Al Kurmuk e alle aree limitrofe di Geisan.

I dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dipingono uno scenario di emergenza totale: l’87% dei nuovi sfollati trova riparo in insediamenti informali, il 64% delle famiglie non ha accesso all’acqua potabile, il 73% vive senza servizi igienico-sanitari adeguati. La capitale statale Ed Damazin è sommersa da un afflusso di persone che il sistema locale non riesce ad assorbire.

A rendere ancora più precaria la risposta umanitaria ci sono gli attacchi diretti alle infrastrutture. Nello Stato del Nilo Bianco, un drone ha colpito l’ospedale Al-Jabalain, uccidendo dieci operatori sanitari. La distruzione di un magazzino medico ha bloccato la distribuzione di farmaci essenziali. Nel Sud Kordofan, la carenza di carburante ritarda ulteriormente i soccorsi e ne gonfia i costi. I corridoi stradali tra Rahad e Dilling restano insicuri, con combattimenti attivi segnalati nelle ultime ore nonostante alcune indiscrezioni su una possibile riapertura parziale.

Sul fronte delle vaccinazioni, UNICEF e OMS mantengono le campagne anti-morbillo nel Kordofan, dove l’affollamento nei campi improvvisati favorisce la diffusione del virus. Resta però irrisolto il problema dell’accesso alle cure: il 65% di chi ne ha bisogno non può permettersele, a causa degli alti costi di visite e trattamenti.

L’escalation dei droni è il dato più inquietante del 2026. Secondo i dati ACLED e le stime di Sudan Tribune, tra gennaio e aprile gli attacchi su obiettivi civili hanno causato tra 480 e 500 morti e oltre 1.200 feriti. Solo nell’Ed Daein Teaching Hospital del Darfur orientale — colpito il primo giorno dell’Eid — hanno perso la vita più di 70 persone, tra donne, bambini e paramedici. «Sono caduta dove mi trovavo e non riuscivo a muovermi», ha raccontato al Sudan Tribune un’assistente medica che ha vissuto l’attacco in prima persona. Il Darfur orientale guida la triste classifica delle incursioni, con oltre 250 attacchi negli ultimi sei mesi; seguono il Darfur meridionale, occidentale, El Obeid nel Nord Kordofan e Dilling nel Sud Kordofan. Almeno 18 strutture sanitarie sono state colpite nel primo trimestre, quattro dei quali ospedali completamente messi fuori uso.

Parallelamente alla crisi militare, tiene banco anche la vicenda dello schema irriguo Al Jazirah. Il governatore Ibrahim Mustafa ha smentito con fermezza le accuse secondo cui il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM) — guidato dal ministro delle finanze Gibril Ibrahim — avrebbe acquistato terreni agricoli all’interno del progetto o avviato coltivazioni di tabacco locale. Il sistema di registrazione fondiaria, ha assicurato Mustafa, è «profondamente radicato» e trasparente; il funzionario regionale del movimento preso di mira sarebbe vittima di una campagna diffamatoria legata alla sua appartenenza politica. Per la prossima stagione estiva, l’amministrazione punta a mettere a coltura il 60% dell’area — oltre 1,3 milioni di acri — dopo una stagione invernale segnata da gravi carenze idriche e fallimenti nei raccolti.

Con Pekka Haavisto, inviato del segretario generale ONU, ancora a Nairobi per mediare una tregua che non arriva, il Sudan resta intrappolato tra la violenza dei droni, il collasso dei servizi essenziali e una crisi umanitaria che si aggrava di settimana in settimana — lontana dagli occhi del mondo, ma non dalla portata delle sue conseguenze.