Il Papa rompe il silenzio sulla guerra in Iran

Mentre Washington annunciava un cessate il fuoco fragile e caotico dopo trentanove giorni di guerra e migliaia di vittime civili, il Papa è uscito a Castel Gandolfo e ha detto in italiano e in inglese quello che nessun leader occidentale aveva ancora detto apertamente: che minacciare di cancellare «un’intera civiltà» non è politica estera, è qualcosa che non si può accettare. Tre parole, nessun protocollo diplomatico, nessuna mediazione. Solo la verità.

C’è un momento, in ogni crisi, in cui le parole smettono di servire la diplomazia e tornano a servire la verità. È un momento raro, quasi sempre scomodo. È arrivato la sera del 7 aprile, fuori da una residenza di Castel Gandolfo, davanti a qualche giornalista, senza cerimonie. Leone XIV ha parlato in italiano, poi in inglese, con quella misura di chi non sta recitando un testo ma dicendo quello che pensa. Ha detto una cosa semplice: minacciare di distruggere un intero popolo «non è accettabile». Tre parole. Lapidarie come pietre.

Per capire il peso di quelle tre parole, bisogna riavvolgere il nastro fino all’11 febbraio scorso, quando un’automobile nera con a bordo Benjamin Netanyahu si è fermata davanti alla Casa Bianca. Il primo ministro israeliano è stato condotto — lontano dai giornalisti, in massima discrezione — nella Situation Room, quella stanza raramente usata per incontri con leader stranieri. Lì, con alle spalle su un grande schermo il direttore del Mossad e i vertici militari israeliani, Netanyahu ha tenuto una presentazione durata un’ora. Il messaggio era chiaro: l’Iran era maturo per il regime change. I missili balistici sarebbero stati distrutti in poche settimane. Il regime sarebbe crollato. Le piazze di Teheran si sarebbero rivoltate. «Sounds good to me», ha detto Trump. Per Netanyahu, era il via libera.

Il giorno dopo, gli analisti americani hanno smontato pezzo per pezzo la parte più visionaria di quella presentazione. Il direttore della CIA Ratcliffe ha usato una sola parola per descrivere gli scenari di regime change proposti dagli israeliani: «farcical» (farsesco). Rubio è stato ancora più diretto: «In altre parole, è una stron**ta». Il generale Caine, con la diplomazia dei militari di rango, ha osservato che quella di sovrastimare e fare pressione era la «procedura standard» israeliana. Trump ha ascoltato, e ha poi deciso che il regime change sarebbe stato «problema loro». Quello che era chiaro era che la guerra sarebbe comunque andata avanti.

Il 26 febbraio, nella riunione finale in Situation Room, Vance — il più scettico di tutti, colui che aveva definito il conflitto «un’enorme distrazione di risorse» — ha detto al presidente: «Sai che penso che sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo ti supporterò». Tutti, uno dopo l’altro, hanno deferito. Il giorno seguente, a bordo dell’Air Force One, ventidue minuti prima della scadenza fissata dal generale Caine, Trump ha firmato: «Operation Epic Fury is approved. No aborts. Good luck».

Trentanove giorni dopo, alle 8:06 del 7 aprile, lo stesso presidente ha scritto sui social che se l’Iran non avesse aperto lo Stretto di Hormuz entro il tramonto, «un’intera civiltà morirà stasera, per non essere mai più riportata». Dieci ore e ventisei minuti dopo, ha sollevato la minaccia. Un intervento del Pakistan ha portato a un cessate il fuoco di due settimane. I mercati asiatici sono saliti. Il petrolio è sceso del 15 per cento. «Si faranno un sacco di soldi», ha scritto Trump dello stretto, come se stesse commentando un affare immobiliare.

Ma il cessate il fuoco, come ha scritto il New York Times, «lascia irrisolte le cause della guerra». L’Iran continua ad arricchire uranio. Le 970 libbre di materiale quasi-bomba sono ancora lì. I proxy regionali di Teheran sono intatti. Lo stretto rimane sotto controllo militare iraniano — una situazione che, come ha osservato il think tank CNAS, è «materialmente peggiore di quella che esisteva prima della guerra». E mentre si annunciava la tregua, le sirene hanno continuato a suonare a Tel Aviv, Kuwait City, Abu Dhabi. I comandanti locali iraniani, operando in un sistema decentralizzato, hanno continuato ad attaccare. Netanyahu ha precisato che in Libano si sarebbe continuato a combattere, contraddicendo il Pakistan che aveva mediato l’accordo. Un cessate il fuoco caotico, come sempre.

Nel mezzo di questo scenario: 1.665 civili morti in Iran, 244 dei quali bambini. Oltre 1.500 vittime in Libano. Un milione di sfollati. Impianti di gas in fiamme ad Abu Dhabi. Tredici militari americani morti, centinaia di feriti. Sono i numeri che Leone XIV portava con sé quando è uscito a Castel Gandolfo e ha detto quello che ha detto.

famiglia accanto a rovina della casa

Il Papa non è entrato nel dibattito sui pedaggi allo stretto, sugli arsenali balistici, sulle riserve di missili intercettori americani che la guerra ha drammaticamente eroso. Non è il suo ruolo, e probabilmente non sarebbe utile. Il suo ruolo è ricordare che esiste una dimensione in cui queste cifre non sono variabili strategiche ma vite umane. «Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti». C’è qualcosa di quasi ingenuo in questa frase, pronunciata davanti a un mondo in cui i leader si riuniscono in stanze segrete e autorizzano operazioni con nomi in codice. Quasi ingenuo. Se non fosse che quella ingenuità è l’unica forma di lucidità rimasta.

C’è un dettaglio che non va perso: Leone XIV ha invitato i cittadini a contattare i propri rappresentanti al Congresso. È un gesto laico, quasi dissonante con l’immagine tradizionale del pontefice che prega e benedice. È il suggerimento di chi sa che la preghiera da sola non sposta le decisioni prese in Situation Room da un ristretto gruppo di uomini che, per evitare fughe di notizie, aveva escluso persino il segretario al Tesoro e il direttore dell’intelligence nazionale. È un invito alla cittadinanza a riprendersi quella voce che le democrazie cedono ai propri governi quando questi decidono che la guerra è necessaria.

David Sanger, che ha coperto cinque presidenti americani in quattro decenni, ha scritto che Trump «affronta ora la sfida di dimostrare che la guerra con l’Iran raggiunge risultati migliori» di vent’anni di diplomazia, sanzioni e sabotaggio. Non sarà facile. Il divario tra la lista dei desideri di Teheran — ritiro americano dalla regione, revoca delle sanzioni, risarcimenti di guerra — e gli obiettivi dichiarati di Washington è talmente ampio che «immaginare un accordo in due settimane richiede un po’ di jujitsu diplomatico».

Nel frattempo il mondo aspetta. Le navi aspettano di sapere se lo stretto è davvero sicuro. I mercati aspettano. Le famiglie iraniane aspettano.

E fuori da Castel Gandolfo, il Papa ha già rientrato. Ha detto quello che aveva da dire. Forse non cambierà niente nelle stanze dei bottoni. Ma quelle tre parole — «non è accettabile» — hanno almeno il merito di chiamare le cose con il loro nome, in un momento in cui quasi nessuno, nei palazzi del potere, sembrava disposto a farlo.

Il cessate il fuoco dura due settimane. Le parole del Papa, più a lungo.

trump alla conferenza del lunedi