Con l’appoggio dell’esercito israeliano i coloni sottraggono terre ai palestinesi in Cisgiordania

C’è un metodo nella follia dei coloni israeliani in Cisgiordania, e il metodo è antico quanto la storia stessa: prima la tenda, poi la casa di cemento, poi gli spari, poi la legalizzazione. Infine, il silenzio. Un silenzio che non è assenza di rumore — è assenza di conseguenze.

Ad Abu Falah, villaggio a nord di Ramallah, Ibrahim Hamayel ha visto dal tetto di casa sua un furgone avvicinarsi nella notte, distribuire fucili, e poi udire gli spari. Suo cugino Fara, 57 anni, già privato dei suoi ulivi d’agosto, quella notte ha perso anche la vita. Un colpo alla testa. Thaer Hamayel, 35 anni, lo stesso. Due uomini, due colpi alla testa, una notte in cui l’esercito israeliano è arrivato — come sempre — in ritardo di qualcosa.

Non si tratta di episodi isolati, né di qualche fanatico solitario sfuggito al controllo. I dati lo dicono con una crudezza che nessun comunicato militare riesce ad ammorbidire: 12 nuovi avamposti nel 2022, 18 nel 2023, 51 nel 2024, 89 nel solo 2025. Una progressione geometrica che coincide, non per caso, con le guerre che Israele combatte altrove — Gaza prima, l’Iran ora — e che distolgono lo sguardo del mondo da ciò che accade sulle colline della Cisgiordania.

L’esercito israeliano si presenta come arbitro neutrale. Ma gli arbitri non dicono, come ha fatto un soldato davanti alla telecamera di una troupe CNN fermata e arrestata mentre lavorava: «Siamo qui perché è la nostra terra». Gli arbitri non vengono comandati da una polizia affidata a Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nonché colono egli stesso, sanzionato da Regno Unito e altri Stati per aver istigato alla violenza. I neutrali non smantellano gli avamposti illegali di giorno per legalizzarli di notte — diciannove di essi autorizzati retrospettivamente con un’unica decisione di gabinetto nel solo dicembre scorso.

Quel che si consuma in Cisgiordania ha un nome preciso nella letteratura giuridica internazionale, anche se raramente viene pronunciato nelle cancellerie con la nettezza che meriterebbe: è un’annessione. Non dichiarata, non votata, non negoziata. Ma reale, concreta, irreversibile metro dopo metro, ulivo dopo ulivo, casa abbattuta dopo casa abbattuta. La differenza tra un’annessione e quello che sta accadendo è puramente terminologica: manca solo la firma in calce.

Ciò che rende la vicenda ancora più grottesca è la geografia umana di Turmus Ayya, villaggio confinante con Abu Falah: tre quarti degli abitanti sono cittadini americani. Molte case espongono la bandiera a stelle e strisce. Molti di quei residenti hanno votato Trump. Eppure Omar Rabea, 14 anni, del New Jersey, è stato ucciso dall’IDF la scorsa estate durante uno scontro coi coloni — definito dall’esercito un «terrorista» colpevole di «lancio di pietre». Una definizione che appartiene alla stessa grammatica morale che trasforma un ulivo secolare in una minaccia alla sicurezza nazionale.

Il generale Avi Bluth, responsabile della sicurezza in Cisgiordania, ha dichiarato dopo i fatti di Abu Falah che quelle azioni «non rappresentano il popolo ebraico né lo Stato di Israele». È una formula consumata, quella del comandante che prende le distanze senza prendere posizione — vaga sul chi, vaga sul cosa, ferma soltanto nel suggerire che gli abitanti del villaggio, radunatisi alle due di notte per difendere le proprie case, avessero torto a farlo. Tolleranza zero, ha detto. Zero arresti, registra la cronaca.

La verità è che Israele ha una strategia per la Cisgiordania, anche se finge di non averla. È scritta nell’accelerazione degli avamposti, nell’impunità sistematica, nell’eliminazione progressiva del termine «occupato» dal lessico politico israeliano, sostituito dall’antico «Giudea e Samaria» — un cambio di nome che è anche un cambio di realtà, o almeno il tentativo di imporlo. Mentre Gaza resta un territorio senza futuro e l’Iran catalizza le prime pagine, la Cisgiordania viene metabolizzata, pezzo per pezzo, in modo che quando il mondo tornerà a guardarla, non ci sia più nulla da negoziare.

Yaser Alkam, avvocato di Anaheim con una seconda vita da portavoce municipale a Turmus Ayya, lo dice con la semplicità amarissima di chi ha esaurito le metafore: «Non c’è legge e ordine qui. Il loro modo di impadronirsi della terra è intimidazione e violenza. È proprio così».

È proprio così. E finché il mondo sarà disposto ad accontentarsi delle dichiarazioni di tolleranza zero, sarà complice del risultato.