Ortega e Murillo hanno vietato la Pasqua. Non Dio — per ora — ma ci stanno lavorando. Settimana Santa senza processioni, vescovi in esilio, fede sotto sequestro
Sedicimila processioni vietate dal 2019. Duecento sacerdoti espulsi o arrestati. Le Bibbie bloccate alla frontiera. E la vicepresidente che chiama i preti “serpenti velenosi”. Il Nicaragua non è una dittatura che perseguita la Chiesa: è una dittatura che ha dichiarato guerra al Vangelo. E il mondo, come sempre, guarda altrove.
C’è una cosa che le dittature del Novecento avevano capito e che le dittature del ventunesimo secolo continuano a imparare, con la pazienza degli artigiani del potere: che la religione è pericolosa. Non perché Dio sia pericoloso — Dio se ne sta in cielo e lascia fare — ma perché le persone che si riuniscono attorno a un’idea più grande di loro stesse sono persone che hanno già, in potenza, la struttura interiore della resistenza. Che chi si inginocchia davanti a un crocifisso sa, nel profondo, che il potere temporale non è l’ultima parola. E questa consapevolezza, per chi governa con la paura, è intollerabile.
Daniel Ortega e Rosario Murillo — marito e moglie, presidente e vicepresidente, coppia di potere che avrebbe ispirato Shakespeare se Shakespeare avesse avuto l’immaginazione sufficiente per concepire una simile concentrazione di grottesco — hanno capito questa cosa. E da anni la applicano con una sistematicità che, se non fosse criminale, sarebbe quasi ammirevole nella sua coerenza.
Dal 2019 a luglio 2025: sedicimila cinquecento processioni e attività religiose vietate. Non è un errore tipografico. Non è una stima approssimativa. È un numero preciso, documentato, che equivale a circa sette proibizioni al giorno per sei anni. Sette volte al giorno, ogni giorno, per sei anni, il governo nicaraguense ha detto ai propri cittadini: non potete pregare in strada. Non potete portare il vostro Cristo in processione. Non potete occupare lo spazio pubblico con la vostra fede. Lo spazio pubblico appartiene al regime. La strada appartiene al regime. L’aria, se potessero, la farebbero pagare.
Duecento tra sacerdoti, vescovi e suore espulsi o arrestati. Quattrocento organizzazioni cattoliche soppresse. Le Bibbie bloccate alla frontiera — le Bibbie, quel testo sovversivo che parla di liberare gli schiavi, di nutrire gli affamati, di render giustizia agli oppressi — sequestrate come si sequestrano le armi. Perché in effetti, per chi governa con l’oppressione, il Vangelo è un’arma. Lo è sempre stato. Erode lo sapeva. Pilato lo sapeva. Ortega lo sa.
Nelle diocesi del nord — Matagalpa, Estelí, Jinotega, Siuna — il Giovedì Santo non ha avuto la messa crismale. Non perché i sacerdoti si siano ammalati, non perché le chiese siano crollate, non per calamità naturale o forza maggiore. Perché i vescovi sono in esilio. Sono stati cacciati dal loro paese, dalla loro gente, dalle loro cattedrali, come si cacciano gli intrusi, come si deportano i nemici. Uomini che avevano scelto di servire i poveri del Nicaragua si trovano oggi a celebrare la Pasqua in paesi stranieri, lontani dalle comunità che avrebbero voluto accompagnare, mentre quelle comunità li aspettano sapendo che non torneranno — non finché il regime resta in piedi.
Il vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez, era stato arrestato nel 2022, tenuto agli arresti domiciliari, processato, condannato a ventisei anni — ventisei anni, per aver fatto il vescovo — e infine espulso in Vaticano nel 2023 come in un’ironia della storia che ha voluto che il suo esilio fosse Roma. Non è tornato. Non può tornare. La sua diocesi celebra la Settimana Santa senza di lui come un corpo celebra il proprio compleanno senza il cuore.
Rosario Murillo, la vicepresidente-first lady-corregente che gestisce la comunicazione del regime con una ferocia lessicale che farebbe invidia a certi propagandisti del Novecento, ha risposto alle critiche internazionali definendo i sacerdoti e gli oppositori in esilio «serpenti velenosi», «sciocchi» e «venduti» al servizio degli «imperi». È un vocabolario che ha una tradizione precisa — è il vocabolario di chi ha bisogno di disumanizzare l’avversario prima di colpirlo, di trasformarlo in cosa prima di eliminarlo, di togliergli il nome e dargli un epiteto affinché nessuno si dispiaccia troppo.
«Serpenti velenosi». I sacerdoti che si occupavano dei poveri delle comunità rurali nicaraguensi. I preti che gestivano le scuole nelle zone dove lo stato non arriva, le cliniche dove i medici non vanno, le reti di solidarietà che tengono insieme ciò che il regime ha spezzato. Serpenti velenosi. Come fu chiamato Óscar Romero in El Salvador prima che qualcuno lo ammazzasse sull’altare. Come furono chiamati i sacerdoti polacchi prima che il regime comunista cercasse di strangolare Solidarność. Come vengono chiamati, sistematicamente, tutti coloro che la storia poi riabilita come martiri e che il potere, nel momento in cui li schiaccia, descrive come nemici, come agenti stranieri, come servi dell’impero.
La storia ha una memoria lunga. Ortega e Murillo no.
A Managua, nell’eccezione che il regime ha concesso alla capitale — forse per non sembrare troppo, forse perché il cardinale Brenes è abbastanza anziano da non fare paura, forse per avere qualcosa da mostrare agli osservatori internazionali — la Via Crucis si è celebrata. Dentro la cattedrale e nell’atrio. Non in strada. Non davanti all’immagine del Sangue di Cristo, quella portata dal Guatemala nel 1638, bruciata — nemmeno questo è casuale — nell’incendio del 2020 che distrusse la cappella della cattedrale e che molti a Managua non credono sia stato accidentale.
I fedeli sono arrivati dall’alba. Si sono inginocchiati. Hanno pregato. Hanno percorso le stazioni di una Via Crucis che, in Nicaragua, non ha bisogno di essere recitata — è già scritta sulla cronaca di ogni giorno. Il Cristo che cade sotto il peso della croce: sono i vescovi arrestati. Il Cristo spogliato delle vesti: sono le organizzazioni cattoliche dissolte per decreto. Il Cristo inchiodato: sono i sacerdoti nelle celle del regime. Il Cristo morto: è ogni processione cancellata, ogni rito vietato, ogni Bibbia sequestrata alla frontiera.
E il terzo giorno? Il terzo giorno, in Nicaragua, non è ancora arrivato. Ma i regimi che schiacciano la fede non durano quanto credono. La storia lo ha dimostrato ogni volta, senza eccezioni. Lo zar che perseguitava i cristiani ortodossi è caduto. Il regime che bruciava le chiese in Cina ha dovuto fare i conti con chiese che continuavano a riempirsi. La dittatura franchista che aveva usato la Chiesa come strumento di potere ha lasciato dietro di sé, alla morte di Franco, una Chiesa che era sopravvissuta trasformandosi in spazio di resistenza.
Ortega ha settantanove anni. Il suo regime ha le fondamenta di chi costruisce sul terrore — solide finché non cedono, e quando cedono, cedono tutte insieme.
Il Vangelo che ha vietato di portare in strada ha tremila anni di storia. Ha sopravvissuto a imperatori, a inquisitori, a commissari politici, a dittatori di destra e di sinistra. Sopravviverà anche a lui.
I serpenti velenosi, nel Vangelo di Giovanni, vengono innalzati su un’asta nel deserto, e chi li guarda si salva.
La Murillo dovrebbe rileggere il testo che ha sequestrato alla frontiera.
Potrebbe imparare qualcosa.
Nelle diocesi del nord — Matagalpa, Estelí, Jinotega, Siuna — il Giovedì Santo non ha avuto la messa crismale. I vescovi sono in esilio. Le chiese sono vuote di pastori. Un paese cattolico fino al midollo celebra la settimana più santa dell’anno come si celebra un rito clandestino: dentro, in silenzio, senza fare rumore, senza uscire in strada. Come ai tempi di Nerone. Come ai tempi di Diocleziano. Salvo che siamo nel 2026 e Ortega non indossa la toga.
