Sotto la spinta della telepredicatrice Paula White, qualcuno crede che Trump sia un messia
C’è un limite oltre il quale la blasfemia smette di essere un reato religioso e diventa un problema estetico. Un problema di gusto, di misura, di quella soglia minima di pudore che separa la spudoratezza dalla patologia. Donald Trump, mercoledì primo aprile — e la data non è priva di una certa giustizia poetica — ha attraversato quel limite con la disinvoltura di chi non sa di averlo fatto. O forse lo sa benissimo, e non gliene importa nulla. Il che è, in fondo, ancora peggio.
L’occasione era una celebrazione pasquale alla Casa Bianca. Il genere: quella miscela americana di politica, spettacolo e religione che altrove si chiamerebbe idolatria e lì si chiama faith event. La protagonista: Paula White, telepredicatrice, consigliera spirituale del presidente, donna che ha fatto della teologia della prosperità — l’idea che Dio premi i ricchi perché se lo meritano — la sua professione e la sua fortuna. Il testo: uno dei paragoni cristologici più sfrenati che la storia della demagogia religiosa americana ricordi.
«Signor presidente, nessuno ha pagato un prezzo come quello che ha pagato lei. È stato tradito, arrestato e falsamente accusato». Pausa. «Il terzo giorno si alzò, sconfisse il male e vinse la morte». Pausa ancora. «E grazie alla sua Resurrezione, tu ti sei alzato».
Traduzione per chi non avesse capito: Trump è Cristo. La condanna penale è la Via Crucis. L’elezione del novembre 2024 è la Pasqua. Mar-a-Lago è il Getsemani. E il processo per i pagamenti alla pornostar è, presumibilmente, la flagellazione.
Ora, si potrebbe obiettare che Paula White è una figura marginale, una predicatrice televisiva del filone più kitsch del protestantesimo americano, che nessun teologo serio prenderebbe sul serio. Si potrebbe. Se non fosse che quelle parole sono state pronunciate in un evento ufficiale dell’amministrazione Trump, alla presenza di un vescovo cattolico rimasto in piedi sul palco mentre venivano dette, accolte con evidente soddisfazione dal presidente degli Stati Uniti, e trasmesse ai milioni di americani che in quella visione del mondo si riconoscono e votano e donano.
E se non fosse che Trump stesso, nello stesso evento, ha deciso di rincarare la dose con una modestia che lascia senza parole: «La Domenica delle Palme, Gesù è entrato a Gerusalemme mentre le folle lo ricevevano con lodi, onorandolo come un re. Ora mi chiamano re. Riuscite a crederci?».
No, Donald. Francamente no. Non riusciamo a crederci. Non nel senso in cui lo intendi tu — con quella finta incredulità di chi trova la cosa meravigliosamente appropriata — ma nell’altro senso. In quello in cui stare ad ascoltare un uomo che si paragona a Gesù Cristo durante la Settimana Santa, in una cerimonia religiosa ufficiale, davanti a dignitari ecclesiastici, richiede uno sforzo cognitivo che va oltre la normale sospensione dell’incredulità.
Gesù di Nazareth, per chi avesse dimenticato il testo, entrò a Gerusalemme su un asino. Predicò che i poveri erediteranno la terra, che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli, che bisogna porgere l’altra guancia, amare i nemici, non accumulare tesori sulla terra. Morì senza un soldo, senza proprietà, senza uno studio legale che lo difendesse, senza un social network su cui rilanciare la sua versione dei fatti. Non costruì resort. Non firmò condoni fiscali. Non si prese il merito del cambio di regime iraniano annunciando che, in caso di fallimento, avrebbe dato la colpa a qualcun altro.
Trump possiede diciotto campi da golf. Ha dichiarato bancarotta sei volte. Ha detto, nello stesso discorso pasquale, che ama le persone anche se sono cattive purché siano gentili con lui. Ha preso in giro la moglie di Macron. Ha scherzato sulla possibilità di attribuire a Vance la responsabilità di un eventuale disastro diplomatico con l’Iran. È un uomo di settantotto anni che ha trasformato la propria esistenza in un brand e il brand in una religione, e che a questo punto non distingue più tra le tre cose.
Il problema non è Trump. Trump è Trump — coerente, almeno, nella sua incoerenza, prevedibile nella sua imprevedibilità, fedele fino in fondo all’unico vangelo che ha sempre professato: quello di se stesso. Il problema è il vescovo cattolico rimasto in piedi sul palco. Il problema sono le autorità religiose presenti che non si sono alzate e non sono uscite. Il problema è il silenzio istituzionale di una chiesa americana che da anni ha stretto un patto faustiano con il potere trumpiano, scambiando l’opposizione all’aborto con l’acquiescenza a tutto il resto — alle bugie, alle umiliazioni, alla teologia del vincitore che non ha nulla a che fare con il Nazareno se non il nome usato a sproposito.
Il reverendo Benjamin Cremer, evangelico, ha usato la parola giusta: bestemmia. Il gesuita James Martin ha tracciato la linea con precisione chirurgica: pregare per un leader politico, sì; paragonarlo al Figlio di Dio durante la Settimana Santa, no. Il teologo Rich Raho si è detto incredulo di fronte al vescovo rimasto sul palco. Sono voci cristiane, interne alla tradizione che viene profanata. Voci che rischiano di essere coperte dal boato dei fedeli che applaudono.
Perché questo è il punto che fa davvero paura. Non che Trump si paragoni a Cristo — i narcisisti megalomani esistono da sempre, e da sempre trovano adulatori disposti a secondarli. Fa paura che milioni di persone ascoltino quel paragone e lo trovino appropriato. Che la fusione tra fede cristiana e culto della personalità trumpiana sia ormai così completa da rendere invisibile la differenza tra i due. Che il Vangelo, in certi ambienti americani, sia diventato uno strumento di legittimazione del potere esattamente come lo era nell’Europa medievale, con la differenza che allora almeno si aveva la decenza di non farlo durante un faith event trasmesso in diretta con sottofondo di musica gospel.
C’è una scena del Vangelo che torna in mente, ascoltando tutto questo. Nel deserto, dopo il battesimo, il diavolo porta Gesù su un monte altissimo e gli mostra tutti i regni del mondo. «Tutte queste cose ti darò, se ti prostri e mi adori». Gesù risponde: «Vattene, Satana».
Trump avrebbe firmato subito.
E avrebbe anche preteso di prendersi tutto il merito.
