Richiamo di Leone XIV all’Angelus per la pace e il rispetto della vita umana
C’è un passaggio dell’Angelus di questa V Domenica di Quaresima che non può essere archiviato tra le pie esortazioni domenicali. È un grido. Non solo evangelico, ma storico. Non solo spirituale, ma drammaticamente umano. Quando Papa Leone XIV richiama il Vangelo della risurrezione di Lazzaro, non sta semplicemente guidando i fedeli verso la Pasqua imminente: sta indicando la linea sottile e decisiva che separa la civiltà dalla barbarie, la speranza dalla disperazione, la vita dalla morte.
«Vieni fuori!» – il comando di Cristo al sepolcro di Betania – risuona oggi come un imperativo rivolto a un’umanità che sembra aver fatto della morte un linguaggio quotidiano. Guerre, violenze, distruzioni: il mondo appare come un grande sepolcro collettivo, dove macigni invisibili – egoismo, materialismo, indifferenza – sigillano le coscienze prima ancora dei corpi. Eppure, proprio qui, il Papa colloca il cuore della fede cristiana: non nella rassegnazione, ma nella resurrezione; non nell’abitudine al male, ma nella possibilità reale di una vita nuova.
Ma è nel “dopo Angelus” che la parola del Pontefice si fa più tagliente, quasi profetica. Leone XIV non usa mezzi termini: la guerra è uno scandalo. Non una fatalità, non una necessità geopolitica, non un effetto collaterale della storia. Uno scandalo. Perché ogni vittima innocente – ogni volto, ogni nome, ogni storia spezzata – è una ferita inferta all’intera umanità. «Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità»: è una frase che dovrebbe risuonare nei palazzi del potere più che nelle navate delle chiese.
In un tempo in cui il linguaggio della guerra si è fatto quasi tecnico, anestetizzato, burocratico, il Papa restituisce alla parola il suo peso morale. La morte e il dolore non sono numeri, ma un «grido al cospetto di Dio». E qui emerge il cuore del suo appello: non basta analizzare i conflitti, occorre interromperli. Non basta comprenderne le cause, bisogna disinnescarne le conseguenze. Non basta parlare di pace, bisogna costruirla.
Per questo Leone XIV insiste su due parole tanto semplici quanto rivoluzionarie: preghiera e dialogo. La prima non è evasione, ma resistenza spirituale; il secondo non è debolezza, ma coraggio politico. In un mondo che si arma sempre di più, pregare significa non cedere alla logica della forza; dialogare significa credere ancora che l’altro non sia un nemico da eliminare, ma un volto da incontrare.
E qui l’Angelus si salda con il Vangelo: uscire dal sepolcro non è solo un fatto individuale, ma collettivo. I popoli devono “venire fuori” dalle tombe dell’odio, dalle spirali della vendetta, dalle ideologie che trasformano l’altro in bersaglio. La pace, per il Papa, non è un’utopia disincarnata, ma un cammino concreto, «fondato sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana». È, in fondo, una resurrezione storica.
Colpisce, infine, il contrasto – quasi volutamente stridente – tra il dramma evocato e l’immagine della maratona di Roma. Migliaia di persone che corrono insieme, provenienti da tutto il mondo. Non contro qualcuno, ma verso un traguardo. È questa, suggerisce il Papa, l’altra possibilità dell’umanità: non la corsa agli armamenti, ma la corsa condivisa; non la competizione distruttiva, ma la fatica comune che unisce.
In questa Quaresima segnata da conflitti e tensioni globali, l’Angelus di Leone XIV non è solo una meditazione spirituale, ma un manifesto etico e politico. Ci ricorda che la resurrezione non è un evento relegato alla fine dei tempi, ma una responsabilità che inizia ora. Ogni volta che scegliamo la pace, ogni volta che spezziamo la catena dell’odio, ogni volta che riconosciamo nell’altro un fratello, qualcosa risorge.
E forse è proprio questo il punto più radicale del messaggio papale: la pace non verrà da strategie perfette o equilibri di potere, ma da uomini e donne che accettano di “morire a se stessi” – alle proprie pretese, ai propri interessi, alle proprie paure – per dare vita all’altro. Proprio come nel Vangelo. Proprio come nell’amore vero.
In un mondo che scava fosse, il Papa continua a indicare una pietra da rimuovere. E una voce da ascoltare:
«Vieni fuori».
