Nowruz a Teheran, imbarazzo a Mosca

Putin manda i suoi auguri di capodanno persiano all’Iran sotto le bombe e offre in cambio parole di solidarietà, qualche immagine satellitare e la proposta di uno scambio che Washington ha già respinto. Il ritratto di una grande potenza che non riesce a salvare nessuno dei suoi alleati — e che lo sa.

C’è qualcosa di malinconico, quasi di grottesco, nel telegramma che Vladimir Putin ha inviato sabato alla leadership iraniana per Nowruz, il capodanno persiano. “Mosca è rimasta un amico leale e un partner affidabile”, ha scritto il Cremlino, con quella solennità da comunicato ufficiale che serve precisamente a nascondere ciò che non si può dire. Forza nel superare le prove. Amicizia nei momenti difficili. Il vocabolario del sostegno morale, che è il sostegno di chi non può — o non vuole — offrire altro.

L’Iran è in guerra da tre settimane. Le sue infrastrutture sono state colpite, i suoi vertici militari e di sicurezza eliminati, il sito nucleare di Natanz preso di mira per l’ennesima volta. E il suo alleato strategico, quello con cui ha firmato un “accordo di partenariato completo” appena un anno fa, quello a cui ha fornito miliardi di dollari in droni e missili per la guerra in Ucraina — quell’alleato manda gli auguri di buon anno.

La Russia ha condannato gli attacchi. Ha condannato l’uccisione di Ali Larijani. Ha condannato i raid su Natanz, parlando di rischio di “catastrofe” in Medio Oriente. Condannare è l’unica azione che Mosca riesce a compiere con piena efficienza in questo momento: non costa nulla, non impegna a nulla, e riempie i comunicati di parole che suonano serie senza esserlo.

Sul piano concreto, qualcosa c’è: le intelligence americane e il Wall Street Journal riferiscono che Mosca sta condividendo con Teheran immagini satellitari e tecnologia per i droni. Il Cremlino smentisce, naturalmente — ma anche se fosse vero, si tratterebbe di un contributo modesto per una potenza che si presenta come pilastro di un asse alternativo all’Occidente. Gli analisti sono espliciti: le capacità spaziali russe sono “leghe dietro” quelle americane, e non è chiaro quanto quei dati siano effettivamente utili a Teheran.

Poi c’è la proposta dello scambio, quella consegnata a Miami dall’inviato Kirill Dmitriev a Witkoff e Kushner: Mosca smette di condividere intelligence con l’Iran, Washington smette di condividere intelligence con l’Ucraina. Un quid pro quo elegante nella forma, rivelatore nella sostanza. Rivela che Mosca sa bene di non potersi permettere una vera rottura con Washington. Rivela che il sostegno all’Iran è già abbastanza limitato da poter essere usato come moneta di scambio. E rivela — forse soprattutto — che il Cremlino sta ancora cercando di usare l’Ucraina come leva principale della sua diplomazia, anche mentre il fronte si deteriora e le casse si svuotano. Washington ha rifiutato. L’offerta, però, resterà negli archivi come documento di un momento in cui la Russia ha mostrato quanto fosse disposta a cedere pur di ottenere qualcosa.

La vicenda iraniana non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che si ripete con inquietante regolarità: un alleato della Russia finisce sotto pressione, invoca l’amicizia di Mosca, e Mosca si fa da parte. In Siria, il regime di Assad è crollato nel 2024 mentre la Russia guardava: al despota è stato offerto l’esilio, niente altro. In Venezuela, Maduro ha “supplicato l’aiuto russo” quando le forze americane si sono mosse contro di lui, ricevendo in cambio “solo sostegno retorico”. In Iran, la stessa sceneggiatura: dichiarazioni, condanne, auguri di capodanno.

Il problema non è la malevolenza di Mosca nei confronti dei suoi alleati. Il problema è più banale e più grave: la Russia non ha le risorse per sostenere nessuno. Sta conducendo da quattro anni una guerra di logoramento in Ucraina che ha consumato oltre 416.000 soldati, prosciugato il Fondo Nazionale di Ricchezza, prodotto un deficit che nei primi due mesi del 2026 ha già quasi raggiunto il target annuale previsto, e costretto il governo a sospendere le regole di bilancio progettate proprio per proteggere l’economia dalle crisi. La spesa militare è intatta. Tutto il resto — sanità, trasferimenti regionali, pensioni, investimenti — viene tagliato, razionato, posticipato.

In questo contesto, spedire truppe o armi all’Iran sarebbe semplicemente impossibile. Non è una scelta strategica: è un vincolo materiale. La Russia è un alleato impotente non perché lo voglia, ma perché anni di ipermilitarizzazione e cattiva gestione economica l’hanno ridotta a non potersi permettere altro che le parole.

C’è un’ironia amara nel fatto che proprio l’Iran abbia contribuito in modo significativo a portare la Russia dove si trova oggi. I droni Shahed che hanno martellato le città ucraine per mesi erano iraniani. I missili balistici forniti a Mosca erano iraniani. Teheran ha investito politicamente e materialmente nella guerra di Putin, convinta — come suggerisce la logica degli accordi tra regimi autoritari — che in caso di bisogno il favore sarebbe stato ricambiato.

Non lo sarà. Non perché Putin sia ingrato, ma perché il sistema che ha costruito — fondato sulla centralizzazione del potere, sulla corruzione come strumento di controllo, sulla guerra come sostituto della legittimità interna — non produce la resilienza necessaria per essere un’alleato credibile fuori dai propri confini. Produce solo la capacità di sopravvivere dentro di essi, e nemmeno questa è garantita a lungo.

Nel frattempo, a Teheran si celebra Nowruz. Il capodanno persiano è la festa della rinascita, della natura che ricomincia, della luce che torna dopo il buio invernale. Chissà se qualcuno, nella leadership iraniana, ha letto il messaggio di Putin con la stessa disposizione d’animo con cui si leggono gli auguri di chi non si farà vedere a lungo.