Maduro deposto per il petrolio o per l’applicazione della dottrina Monroe contro Cina e Russia?

C’è qualcosa di quasi mitologico nella storia del Venezuela e del suo petrolio. Una storia che i Greci avrebbero riconosciuto immediatamente: l’uomo a cui viene concesso un dono straordinario, e che per questo precipita. Il tocco di Mida, ma al contrario — non tutto ciò che si tocca diventa oro, ma tutto ciò che è oro diventa polvere.

Nel 2010, il Venezuela è diventato ufficialmente il paese con le maggiori riserve petrolifere del pianeta, superando l’Arabia Saudita. Sotto le pianure dell’Orinoco giacciono 41 miliardi di tonnellate di greggio, il 17% di tutto il petrolio tecnicamente recuperabile della Terra. Una cifra che fa girare la testa, che giustificherebbe da sola decenni di prosperità, che dovrebbe trasformare un paese in una potenza. Invece il Venezuela, nel 2024, è il ventunesimo produttore mondiale di greggio, e ne estrae circa l’1% del totale globale. Un terzo di quello che produceva a metà degli anni Novanta. Con quattro volte le riserve di allora.

È questo il paradosso che nessun economista riesce a spiegare con un solo fattore, perché le cause si sono accumulate negli anni come detriti in un fiume fino a ostruirne il corso. La corruzione sistematica, il collasso delle infrastrutture, la fuga dei tecnici qualificati, le sanzioni internazionali, la nazionalizzazione che ha svuotato PDVSA di competenze invece di rafforzarla: tutto insieme, tutto insieme, tutto insieme. Il risultato è un paese che nuota nell’oro nero e non riesce ad accendere le luci.

Il petrolio dell’Orinoco è un greggio particolare, pesante, quasi vischioso, che non si raffina come quello arabo. Richiede tecnologia specializzata, investimenti massicci, competenza industriale di lungo periodo. Gli Stati Uniti avevano costruito raffinerie nel Golfo del Messico appositamente progettate per lavorarlo, quando il Venezuela era ancora uno dei loro principali fornitori. Era un matrimonio di convenienza solido, basato sulla complementarità: tu hai il greggio difficile, noi abbiamo le macchine per trattarlo.

Poi è arrivato Chávez, poi Maduro, poi il deterioramento progressivo delle relazioni, poi le sanzioni del 2019, poi le navi fantasma che spengono i transponder nel mezzo dell’Atlantico, cambiano nome, cambiano bandiera, e riemergono come se niente fosse con un nuovo passaporto metallico. Oggi il principale acquirente del petrolio venezuelano è la Cina, che assorbe il 36% delle esportazioni attraverso canali che non sempre passano per le dogane più trasparenti del mondo. Gli Stati Uniti, che una volta erano il cliente naturale e privilegiato, ricevono meno della metà di quanto riceve Pechino.

È una di quelle ironie geopolitiche che sembrano costruite apposta per illustrare un trattato di teoria delle relazioni internazionali: il paese che possiede le maggiori riserve di un combustibile di cui il mondo ha ancora disperatamente bisogno non riesce a venderlo al mercato più ricco, e lo smercia sottobanco al rivale strategico di quel mercato.

Ed è esattamente qui che si annida la risposta alla domanda più ovvia: perché Trump ha deciso di muoversi contro Maduro con tanta decisione, e perché ora? La giustificazione ufficiale è il narcotraffico — il Dipartimento di Giustizia americano aveva formalmente incriminato Maduro per cospirazione legata al traffico di cocaina già nel 2020, accusandolo di aver trasformato lo Stato venezuelano in un cartello travestito da governo. Una accusa non infondata, per carità. Ma chi conosce i flussi reali della droga verso gli Stati Uniti sa che il problema principale si chiama Messico, non Venezuela. La narrazione del narco-stato è un involucro presentabile per motivazioni più prosaiche e più profonde.

La prima è il petrolio, appunto. Trump non lo ha ammesso pubblicamente — la franchezza ha i suoi limiti anche per lui — ma secondo diverse fonti ne ha parlato spesso in privato. Rimettere le mani sull’industria petrolifera venezuelana, strappandola all’orbita cinese e russa per riconsegnarla alle grandi compagnie americane, è un obiettivo strategico che vale molto più di qualsiasi discorso sulla democrazia. Poche ore dopo la cattura di Maduro, Trump aveva già annunciato che “le nostre grandi aziende investiranno miliardi per riparare l’infrastruttura petrolifera”. Nessuna menzione della Costituzione venezuelana, delle elezioni, dei diritti civili. Solo le infrastrutture. Solo i barili.

La seconda motivazione è la geopolitica continentale. Il Venezuela è diventato negli anni un nodo in cui si intrecciano le alleanze di Cina, Russia e Iran nell’emisfero occidentale. Pechino è il principale creditore del paese, che ripaga i debiti in petrolio. Mosca ha investito ingenti somme, è diventata uno dei principali esportatori di armi a Caracas e un partner strategico nel settore energetico. Per Washington questo è inaccettabile nel proprio “cortile di casa”, e Trump ha rivendicato la Dottrina Monroe con la consueta sottigliezza, ribattezzandola “Dottrina Donroe” — in omaggio al suo nome — e annunciando di voler riaffermare la preminenza americana nell’emisfero occidentale.

La terza motivazione è quella più bassa, e forse la più efficace elettoralmente: l’immigrazione. Sotto Maduro circa otto milioni di venezuelani hanno lasciato il paese, molti dei quali arrivati negli Stati Uniti attraverso rotte che hanno alimentato anni di polemiche politiche. Un Venezuela sotto influenza americana consentirebbe di favorire i rimpatri, argomento di grande presa sulla base MAGA. Quanto alla transizione democratica vera, quella con le elezioni e i candidati e i risultati da rispettare: Trump ha liquidato senza esitazioni María Corina Machado, leader dell’opposizione e fresca premio Nobel per la pace, e non ha nemmeno menzionato il candidato che secondo gli stessi americani aveva vinto le elezioni presidenziali. La democrazia, nella retorica di questa amministrazione, è un accessorio da esibire quando serve e da riporre quando ingombra.

Rimane, sullo sfondo, la domanda più inquietante: cosa significa possedere la maggiore riserva di energia del mondo nell’epoca in cui il mondo sta cercando — o almeno dice di cercare — di smettere di usare quella energia? Il petrolio dell’Orinoco potrebbe rivelarsi, alla fine, non un tesoro ma un fardello: ricchezza sulla carta, passivo nella realtà, nel momento in cui la transizione energetica renderà sempre meno redditizio un greggio costoso da estrarre e difficile da raffinare.

Il Venezuela ha trovato il suo giacimento più grande proprio mentre il mondo cominciava, lentamente, a discutere di come farne a meno. C’è in questo una crudeltà tutta particolare, degna di quei miti greci in cui il dono degli dei arriva sempre un momento troppo tardi, o nel posto sbagliato, o con una condizione che lo rende impossibile da usare.

Il Mida del Sudamerica guarda le sue riserve che crescono sulla carta mentre la produzione crolla nella realtà. E adesso guarda anche gli Stati Uniti che bussano alla porta — non per restituirgli la sovranità, ma per offrirgli, in cambio del sottosuolo, qualcosa che assomiglia alla protezione. Come nei migliori contratti che non si possono rifiutare.